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Giustino Parisse e Paolo Mastri raccontano il terremoto ai leccesi

Cronisti della paura

La tragica esperienza ed il ruolo difficile di due giornalisti chiamnati a descrivere la distruzione del dopo-terremoto, oltre la perdita degli affetti più cari, per servire la verità
16 dicembre 2009 - Andrea Aufieri

Provate a cancellare la vostra città, le strade del centro, quelle della movida ed ogni luogo di riferimento che abbia a che fare con la vostra storia: pensateci come a un cumulo di macerie. E dopo aver fatto questo passate alle persone che magari vi sono indifferenti, ma che vedete sempre, al punto da pensare che nessuna giornata può dirsi inaugurata o compiuta prima di averle incrociate.
E poi agli amici, agli affetti più cari, a quelle persone che lasciano una traccia indelebile della loro presenza nei vostri cuori e per le quali avete anche lottato tanto. Provate a cancellare tutto. Lo stesso sforzo di cupa fantasia è stato richiesto agli studenti presenti alla Città del libro di Campi Salentina, in provincia di Lecce, da parte di due giornalisti venuti a presentare le loro opere sul terremoto dell’Aquila: Giustino Parisse (“Come era bella la mia Onna. Cronache dentro il terremoto”, Centro stampa Graphitype) e Paolo Mastri (“3.32 L’Aquila. Gli allarmi inascoltati”, Tracce ), nati rispettivamente a Onna nel ‘59 e a L’Aquila nel ‘62.
A entrambi dopo il terremoto del 6 aprile è toccato il compito di farsi cronisti della tragedia, che per molti è stata una questione collettiva, ma per loro è stata anche personale, intima. Oltre all’esempio che ogni collega potrebbe trarre da queste storie, è importante che questi due libri siano stati scritti, perché possono essere letti non solo come forme diverse di elaborazione del lutto, ma anche come atti dovuti di salvaguardia, o più spesso di ricerca, della verità. E di coraggio, quello di riconoscere anche le colpe interne alla comunità sfregiata. Di speranza, in ultimo. Quella della ricostruzione effettiva, quella dell’immaginazione di un futuro che non resti sepolto da cumuli di macerie.
Il ricavato della vendita di entrambi i lavori sarà interamente devoluto per la ricostruzione dei paesi distrutti dal terremoto.

"La mia storia che finisce"

Giustino Parisse è il capo della redazione aquilana del quotidiano Il Centro. La notte del 6 aprile ha perso il padre e i suoi due figli. Ha voluto raccontare la tragedia di Onna, ha scritto di aver perso gli affetti, il luogo che faceva loro da sfondo e da incanto. “È la mia storia che finisce”, ha scritto.

Giustino, lei ha parlato di questo libro come del regalo per i 18 anni di suo figlio Domenico, che li avrebbe compiuti il 7 agosto. Si può parlare solo di un fine elegiaco nei toni e negli argomenti del suo lavoro?

Questo libro nasce come raccolta di articoli giornalistici, ma all’interno di questa cronaca c’è la mia vicenda personale e quella di tanti aquilani. All’inizio racconto la mia storia, riferita nel contesto in cui è accaduta: Onna, completamente distrutta, con quelle quarantuno vittime che hanno colpito tutte le famiglie del paese. Siccome poi lavoro al Centro da ventitré anni, ho provato a raccontare anche gli altri paesi, perché conoscevo molto bene i luoghi e le persone che li abitavano: ho vissuto e descritto la distruzione del terremoto, ma sono tornato anche indietro con la memoria, raccontando quello che c’era e quello che è stato distrutto, ho cercato anche di aprire uno spiraglio per guardare al futuro. La ricostruzione dovrà avvenire tenendo conto dell’identità della comunità, cercando di innovare. Dobbiamo andare avanti e questo lo dobbiamo a chi non c’è più. A chi questi paesi li ha amati intensamente.

Come si fa a mantenere la giusta lucidità del cronista quando la tragedia è così personale e profonda? E come si ricomincia quando il contesto in cui si opera, le persone, i luoghi, i contatti e i punti di riferimento vengono meno?

Io ho fatto il giornalista per tanti anni e questa tragedia la devo affrontare con professionalità. Però accade anche uno sdoppiamento: guardo al mio dolore, ma da estraneo. Nel momento in cui scrivo sono fuori da me, come se fossi al mio fianco, assorto in me stesso, pesco nei miei sentimenti, nell’uomo, nella tragedia. Poi c’è il giornalista che prende tutto, come se stesse ascoltando il racconto di qualcun
altro, e lo mette per iscritto.

Perché lei ha ritenuto necessario che il giornalista prevalesse sull’intimità della sua tragedia?

Noi a Onna ci siamo posti la questione se aprirci e dunque permettere a noi stessi e agli altri colleghi di raccontare o se chiuderci nel rispetto del dolore di ognuno. Io ho scelto di aprire perché pensavo fosse giusto e perché era quello che potevo fare: io sono un giornalista, non sono un muratore, un ingegnere o un architetto, l’unico mezzo che ho per contribuire a migliorare le cose è quello di tenere alta l’attenzione.
Perché c’è anche da dire che purtroppo o per fortuna in situazioni come questa i media servono proprio a tenere viva l’attenzione e a far arrivare la solidarietà. Devo anche dire di aver incontrato decine di colleghi in tutta Italia, e solo in pochi casi ho incontrato colleghi cinici o sciacalli, che arrivavano a L’Aquila, prendevano quello che dovevano prendere e tornavano a casa. Con molti poi ci telefoniamo spesso, si
sono rivelati di grande umanità.

"Un debito di verità"

Paolo Mastri è il caporedattore del Messaggero Abruzzo, nel suo libro pone domande scomode anche per chi è dalla parte della vittima, la comunità aquilana.

Un’ inchiesta dai toni forti e scomodi: da dove muove e cosa l’ha motivata?

Dopo un fatto del genere non credo ci fosse solo da raccogliere macerie e piangere i morti. Questa tragedia ha comportato non solo 308 vittime, dato inaccettabile e purtroppo provvisorio, ma ha comportato anche l’annientamento di una città importante come L’Aquila. C’è un debito di verità che bisogna assolvere. La magistratura ha un ruolo importante in questa vicenda, perché metterà insieme pezzi
importanti di verità, poi ci sarà in prospettiva un compito del quale dovranno incaricarsi gli storici. Nel mezzo, una chiamata di responsabilità per noi cronisti che raccontiamo la verità e cominciamo già a scrivere pezzi di storia. In questa vicenda c’è da chiedersi cosa è capitato a L’Aquila molto tempo prima del terremoto, durante la tragedia e poi anche qualche momento dopo. Questo è l’ambito degli allarmi inascoltati, a cominciare da quelle voci dal profondo della terra, da categorie scientifiche e persino
dati storici di cui nessuno ha voluto tener conto.

Nel campo degli allarmi mancati, perché le continue scosse non hanno fatto pensare ad un’evacuazione della città?

L’evacuazione di una città è una scelta che i protocolli contemplano al verificarsi di certi fenomeni che vengono qualificati come precursori, e quello che è mancato a L’Aquila è stato il riconoscimento di un valore precursore ai fenomeni in atto. I protocolli dicono che c’è da valutare l’accettabilità sociale di un eventuale falso allarme, e credo che nel caso aquilano questo sarebbe stato accettato. Esemplare in questo senso il caso dell’avvocato Maurizio Cora, persona in vista dell’Aquila, che ha perso le sue due uniche figlie, ed è stato il primo a presentarsi dai carabinieri per sporgere denuncia
formale, dicendo una cosa di elementare evidenza: “Se solo ci avessero detto che stava accadendo qualcosa della quale non ci spiegavamo le ragioni profonde noi aquilani 'avremmo saputo regolarci'”. Questa frase è indicativa della consapevolezza del rischio sismico che accompagna la città, perché tutti con cicli di dieci o quindici anni si ricordano eventi sismici importanti, per non menzionare il dato storico che vede un terremoto devastante in città ogni trecento anni. Ma qui c’è la questione più importante, quella della verità negata, che ha indotto gli aquilani nella notte più sbagliata possibile ad andare a dormire.

Ha appena parlato degli aquilani come di una comunità forte, ma il contesto urbano comprende anche altri gruppi più deboli, come quello degli studenti: dopo il terremoto abbiamo ascoltato le testimonianze di molti leccesi che studiano a L’Aquila, che affermano che è molto complicato ripristinare un rapporto minimo di fiducia con l’università. Cosa ci dice nel suo libro su questo argomento?

L’Aquila è stata ingrata con i suoi studenti, perché non li ha protetti, su tutti i livelli. Quello che dà il senso alla questione è sicuramente ciò che è accaduto alla casa dello studente “San Giuliano d’Abruzzo”, ma gli studenti che hanno perso la vita quella notte sono trentacinque e solo in otto sono morti in quella struttura. Tutti gli altri erano alloggiati, non sempre splendidamente, in quello che era definito il “campus diffuso del centro storico”. E ancora oggi chi cerca casa a L’Aquila ha richieste di affitti sul mercato privato che sono inaccettabili. Se gli studenti sono una risorsa importante, allora hanno bisogno di cura, di alloggi e di vita e a questo ancora a L’Aquila non si pensa. E non ci sono colpe al di fuori della comunità per questo, perciò bisogna prenderne atto con coraggio.

Si sono fatte delle analogie inquietanti tra l’Abruzzo, il decisionismo accentratore del Belice (terremoto del ’68) e la scandalosa amministrazione finanziaria dell’Irpinia (1980). Come procede la gestione del dopo-terremoto?

A L’Aquila sono stati costruiti alloggi temporanei quanto all’uso, ma definitivi per la realizzazione edilizia, e questo è un grande prezzo pagato dal territorio:diciannove aree di nuova urbanizzazione che speriamo si aggiungeranno alla vera ricostruzione del tessuto urbano preesistente. Questa è stata senz’altro un’operazione centralista che esprime una scelta legittima se guardata in positivo, ma anche propagandistica per il governo centrale, cha ha deciso di gestire in prima persona la crisi. Esiste il rischio
concreto che quelle case restino l’unico intervento dello Stato, perché al cuore della ferita subita dalla città, quella dell’annientamento del centro storico suo e dei paesi intorno, ancora nessuno pensa. Se e quando le comunità locali avranno un ruolo primario nella gestione della ricostruzione, lo vedremo e mi piacerebbe pensare all’Abruzzo non come al Belice o all’Irpinia, ma come allo straordinario esempio di
ricostruzione del Friuli(1976). Questo ci fa anche pensare che le comunità devono destinare le energie e le competenze migliori a compiti come questo.

Un primo passo in questo senso può essere letto dall’accertamento delle responsabilità: come procedono le indagini?

Le indagini sono partite con grande energia, sono state già individuate le prime responsabilità, ma in molti casi si parla di edifici storici e difficilmente si troveranno persone in vita che possano rispondere del disastro. Va dato però atto alla magistratura di essere stata attenta anche nell’evitare infiltrazioni malavitose nel business della ricostruzione.

Come ha interpretato il suo ruolo di giornalista in questa tragedia e come crede che se ne esca?

È stato molto difficile in questo caso, occorre trovare un punto di equilibrio senza però reprimere quel carico emotivo che coinvolge noi cronisti abruzzesi, e questo trovo che sia alimento di grande passione civile, piuttosto che un elemento di condizionamento. Nella prefazione che Concita De Gregorio ha scritto per il mio libro, un accorato manifesto della ricostruzione, ci sono i fondamentali per affrontare questo lavoro: bisogna avere la forza di immaginarselo, il futuro, di far comprendere cosa davvero è accaduto, il coraggio di dirsi tutto e la capacità di chiamare le cose con il loro nome, anche se questo è molto difficile.

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