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Mafie in Abruzzo: fatti ed atti (anche parlamentari!) mostrano una realtà diversa rispetto alla Bindi

Esistono numerosissime inchieste, processi, sentenze, interrogazioni parlamentari ed addirittura le relazioni di due commissioni parlamentari che documentano presenze mafiose ben prima del 6 Aprile 2009. E il post-terremoto e la ricostruzione non sono riducibili a schermaglie dialettiche tra chi, in realtà, condivide le responsabilità …
22 luglio 2014 - Alessio Di Florio (PeaceLink Abruzzo, Ass. Antimafie Rita Atria, Ass. Culturale Peppino Impastato)

L'Aquila

Le recenti dichiarazioni dell’On. Rosy Bindi, venuta a L’Aquila la settimana scorsa con altri membri della Commissione Parlamentare Antimafia (da lei presieduta!), destano stupore e amarezza. Questioni e situazioni dal devastante impatto sul tessuto sociale, dal post-terremoto alla presenza delle mafie, appaiono essere state ridotte e riportate con considerazioni che non sembrano corrispondere a quel che è la cronaca quotidiana e che atti e fatti negli anni ci hanno raccontato. Ancora una volta si è tornati sulla “storia” dell’Abruzzo “regione felice” (chissà, tra un po’ qualcuno riproporrà anche la “regione camomilla”, giudizio che ben conoscono i movimenti No Triv…)  in cui le mafie e la criminalità organizzata non esistono, se non come “incidente di percorso” del dopo terremoto. Una descrizione dell’Abruzzo che è smentita da numerosissime inchieste, processi, sentenze (che abbiamo varie volte riportate negli anni …), per non parlare di svariati atti parlamentari (l’On. Bindi può conoscere l’ampiezza della presenza mafiosa in Abruzzo anche senza spostarsi da Roma, anzi senza spostarsi dal Palazzo…). E come si potrebbe parlare di mafia solo a L’Aquila del post terremoto, se questi atti e fatti coinvolgono ampi territori dell’Abruzzo dagli Appennini alla costa?

Nello stesso giorno della visita dei membri della Commissione Antimafia la cronaca giudiziaria ha riportato alla ribalta la vicenda dell’investimento in Abruzzo del cosiddetto “tesoro di Ciancimino”. Inchieste e sequestri ci furono ben prima del 6 Aprile 2009 … Abbiamo poi una delle famiglie considerate tra le maggiori e più violente nel traffico di stupefacenti (ma non solo, avendo anche interessi per esempio nell’usura) di Roma e delle zone circostanti giunta nella Capitale proveniente da Pescara sul finire degli Anni Settanta, quella che è considerata la principale famiglia dedita allo spaccio di droga a Pescara e dintorni che ha avuto il suo “battesimo del sangue” nello stesso periodo, l’inchiesta Histonium che smantellò a Vasto la prima ‘ndrina totalmente autoctona  del 2007.

 

Nel 2007 si scoprì che Sandokan Schiavone aveva beni immobili e terreni a Pizzoferrato. Nel  2008 parte nella Marsica un procedimento per 416 bis, ai danni di abruzzesi e siciliani, con il sequestro di beni e capitali a Giovanni Spera, figlio del boss siciliano Benedetto Spera. Ben prima del 6 Aprile 2009 ci furono le operazioni Replay e Tulipano. Per gli inquirenti la famiglia campana dei Franzese, insieme al clan dei Limelli-Vangone, gestiva un giro di droga tra la zona Peligna e Pescara. Nella Marsica fu documentata anche la presenza del clan Gionta di Torre Annunziata. Nicola Del Villano, alla macchia dal 1994 e definito il braccio destro del capo del clan dei Casalesi Michele Zagaria e Giuseppe Sirico, della famiglia di Nola-Marigliano, sono stati arrestati in Abruzzo. Un'inchiesta 3 anni prima del 6 Aprile documentò come l'agguato al boss Vitale era stato deciso a Villa Rosa di Martinsicuro. 8 mesi prima del terremoto è venuto alla luce che il narcotrafficante Diego Leon Montoya Sanchez, tra i dieci maggiori ricercati dall'Fbi, aveva una base in Abruzzo. Gianluca Bidognetti era in Abruzzo mentre la madre prendeva la decisione di pentirsi. Inaugurando l’anno giudiziario nel 1997 il procuratore generale Bruno Tarquini affermò che “in  questa  regione  la  cosiddetta  fase  di  rischio  è  ormai  superata  e  si  può parlare di una vera e propria emergenza criminalità, determinata dall'ingresso di clan campani e pugliesi anche nel tessuto economico della Regione". Dieci anni dopo, l'annuale Rapporto della Direzione nazionale antimafia denunciò che “l'Abruzzo era il luogo in cui la criminalità organizzata aveva trovato terreno fertile per il riciclaggio di denaro sporco”. Siamo ampiamente prima di quella maledetta notte del 6 Aprile 2009 …

 

La Commissione Bicamerale Parlamentare sul ciclo dei rifiuti 1996-2001 riportò nella sua relazione finale che avevano trovato in quegli anni in Abruzzo uno “sbocco” rifiuti che “non si potevano più scaricare in Campania in seguito a vivaci e sanguinosi contrasti fra famiglie camorriste”. Tali rifiuti furono smaltiti nella cava Masci in Provincia de L’Aquila e in un’altra località. Dopo il sequestro di queste aree i rifiuti furono dirottati a Tollo e, dopo il sequestro anche di questa nuova area, “quasi sul greto del fiume Pescara, a Chieti Scalo” per poi concludere questa odissea “a Cepagatti, in contrada Aurora.” La stessa commissione scrisse “L'Abruzzo presenta, all'attualità, una particolare appetibilità economica ed è oggetto di attenzione da parte dell'imprenditoria deviata e della criminalità organizzata, che in questo territorio ricercano nuove frontiere per investire il denaro proveniente dalle attività illecite”. E’ del 2004 l’inchiesta “Mosca” della Procura di Larino, al cui centro vi era un’organizzazione(gli accusati furono tutti prosciolti!) che smaltiva illegalmente rifiuti tossici (furono rinvenute 120 tonnellate!) provenienti da tutta Italia tra Campomarino e Termoli. Termoli è a mezz’ora di auto sulla Strada Nazionale Adriatica (ancor meno in autostrada) dal confine con l’Abruzzo e San Salvo, il confine sud di un’enorme agglomerato urbano che comprende anche una delle principali città della costa abruzzese, Vasto…

 

Il 17 ottobre 2007 fu depositata in Senato un’interrogazione che vide tra i suoi firmatari anche il giudice Di Lello (senatore del Prc in quella legislatura) nel quale si legge “gli organi di polizia hanno reiteratamente segnalato l'esistenza di ragioni di sospetto circa la presenza di interessi del crimine organizzato pugliese, siciliano e soprattutto campano in relazione a rilevanti operazioni di investimento immobiliare soprattutto sul litorale adriatico interessato da imponenti insediamenti immobiliari nel settore alberghiero e della ricreazione collettiva”, oltre a far riferimento alla vicenda del cosiddetto “tesoro di Ciancimino” già divenuto protagonista della cronaca giudiziaria regionale.

Ma è possibile andare molto oltre per giungere all’inizio degli Anni Novanta, quando già gli episodi erano diversi e il Parlamento Italiano si occupò per la prima volta delle infiltrazioni mafiose in Abruzzo. Nel 1989 la procura di Palmi scoprì una rete che ripuliva i capitali delle mafie tra Calabria, Abruzzo, Campania e Sicilia. Fra gli arrestati c’era uno dei responsabili di una banca della provincia di Teramo dove finivano i soldi di Cosa nostra, camorra e ‛ndrangheta. Il 19 luglio 1989 giunge a Vasto Giovanni Falcone per un interrogatorio. Durante i controlli nella zona per garantire la sicurezza del magistrato in un casolare vengono rinvenute munizioni da guerra, 200 proiettili per carabine di precisione, pallettoni caricati a lupara, pistole lanciarazzi, materiale che può essere utilizzato solo in zona di guerra. O per un agguato. Siamo nel periodo del fallito attentato dell’Addaura e gli spostamenti di Falcone erano coperti dal massimo riserbo. Eppure il suo arrivo a Vasto fu preceduto da telefonate minatorie giunte in carcere. Nell’Agosto 1991 un dirigente dell’Arci di Pescara subì un’intimidazione, probabilmente legata all’avvio di una raccolta firme contro le  infiltrazioni mafiose.

E’ del 1995 la vicenda di una ditta edile rilevata in parte da imprenditori siciliani, legati ad alcuni clan mafiosi, accusata anche di estorsione e truffe a fornitori e clienti. Nella notte tra il 5 e il 6 ottobre 1991 fu assassinato l’avvocato Fabrizio Fabrizi. Nel 1992 in Provincia di Pescara fu rinvenuto il cadavere di Enrico Maisto. Il 20 marzo 1993 fu rinvenuto cadavere nel bagagliaio della sua auto Italo Ferretti, imbavagliato e con le mani e i piedi legati. Nel 1993 su 6mila indagati e 3mila arrestati in tutta Italia per il ciclone Tangentopoli, l’Abruzzo contò 400 persone sott’inchiesta e 200 in carcere, numeri maggiori li ebbero solo Sicilia, Campania, Lombardia e Lazio, identici numeri la Calabria. L’Abruzzo ebbe quindi gli stessi numeri delle regioni a occupazione mafiosa e  dei maggiori centri della corruzione. 

Il 13 Gennaio 1994 la “Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari” approvò la “Relazione sulle risultanze dell’attività del gruppo di lavoro incaricato di svolgere accertamenti su insediamenti e infiltrazioni di soggetti ed organizzazioni di tipo mafioso in aree non tradizionali”. Si legge riguardo la nostra Regione(si riportano solo alcuni stralci dei tantissimi avvenimenti riportati):

-        “per l’Abruzzo esiste il problema di una sorta di continuità costiera lungo la dorsale di un’autostrada che facilita enormemente le comunicazioni […]Ci sono casi in cui pregiudicati o mafiosi di altre zone sono stati uccisi in Abruzzo o in Basilicata […] non di rado si è finito per scoprire che c’era qualcosa di più che il “passaggio” era un po’ meno occasionale e che la persona raggiunta dai colpi d’arma da fuoco aveva ragioni più consistenti per trovarsi lì […] la contiguità rappresenta un rischio proprio per il possibile insediamento, per l’opportunità di collocare intanto una “testa di ponte” in una zona che potrebbe espandersi, e così via. Ne è prova il fatto che, con estrema prontezza, l’interesse di soggetti e gruppi di stampo mafioso, non solo endogeno, si è appuntato sullo sviluppo che stava assumendo la fascia costiera che ha al suo centro Pescara” (pagina 30)

-        “La regione dunque risente della fase di crisi produttiva che sta attraversando il Paese, ma ciò nonostante, essa rimane “appetibile”, dal punto di vista economico per organizzazioni criminali in cerca di nuovi spazi di investimento” (pagina 80)

-        “la regione è già significativamente interessata da alcuni fenomeni di infiltrazione da parte della criminalità organizzata” (pagina 81)

-        A pagina 82 si definisce Enrico Maisto un “noto boss latitante della camorra” e si sottolinea che le indagini erano partite a seguito di otto omicidi a Pescara, “dei quali quattro o cinque erano da ricollegarsi ad uno scontro tra bande contrapposte. Era emerso che si trattava di associazioni a delinquere che praticavano traffico di stupefacenti, usura, rapine, estorsioni e avevano il controllo delle bische”. L’omicidio di Ferretti ed altri “erano stati originati dai contrasti tra due bande autoctone opposte e anche se la camorra e la Sacra Corona Unita non avevano ancora fagocitato le stesse, sussisteva il “pericolo mafia”, scongiurato per il momento da questa operazione di polizia giudiziaria”. Nella stessa pagina, e in quella successiva, si cita anche l’omicidio Fabrizi e si fa riferimento a “tangenti” sulla costruzione di un centro commerciale a Città Sant’Angelo e si riporta che “A Pescara, secondo il dott. Di Nicola (Procuratore della Repubblica all’epoca in città), era stata provata l’esistenza di un “comitato d’affari” così come delineato nella richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di un deputato nazionale. Alcuni appartenenti a tale “comitato” erano legati al Fabrizi, lo stesso personaggio che riusciva ad ottenere leggi regionali essendo pagato a percentuale sull’affare

-        A pagina 84 si riporta il notevole aumento di attentati dinamitardi, passati dai cinque del 1989 ai circa novanta del 1992. Nella stessa pagina la commissione scrisse che a Pescara e nella zona di Avezzano molti esercizi commerciali erano stati acquistati da persone pugliesi e campane che “in presenza di scarsi affari, continuavano a gestirli, ostentando, nel contempo, un ottimo tenore di vita” considerando questi fatti  “la spia di una attività di riciclaggio di denaro di illecita provenienza che sta trovando in Abruzzo un terreno abbastanza permeabile

-        A pagina 85 e 86 si segnalava la presenza di soggetti provenienti dal casertano nel mercato agricolo che “avevano perpetrato truffe miliardarie ai danni della CEE utilizzando persone e trasportatori provenienti dai ranghi seppur secondari della camorra” e “la gestione di manodopera extracomunitaria – marocchina e slavi per lo più – da parte di un caporalato che agiva in collegamento con grossi commercianti delle zone campane

-        A pagina 87 si segnalava (tra le altre) la presenza a Vasto di una banca pugliese coinvolta in indagini “perché abbinata con una finanziaria il cui titolare era stato arrestato per concorso in associazione a delinquere” con Michele Pasqualone (la cui presenza verrà citata anche a pagina 92 e che è considerato il perno della ‘ndrina vastese sgominata con l’operazione Histonium del 2007…) e l’investimento a Casalbordino di un “altro personaggio di origine pugliese, senza alcuna attività che lo legittimasse a ciò” che “aveva rilevato una impresa in fallimento e aveva investito in terreni per un miliardo e mezzo” mentre in provincia di Teramo “la guardia di finanza aveva sventato il tentativo posto in essere da un personaggio legato al clan camorristico dei Bardellino di riciclare denaro di illecita provenienza”. Sempre per quanto riguarda la situazione di Vasto, nei quattro anni precedenti, erano stati catturati due latitanti e durante l’inverno “veniva spesso segnalata la presenza di latitanti appartenenti alla Sacra Corona Unita che svolgevano riunioni nei villaggi residenziali

-        “Non va sottovalutata del pari la gracilità del tessuto democratico dell’Abruzzo rilevata dalle varie vicende di illegalità, tangenti e simili, che hanno investito sia l’amministrazione regionale che alcuni amministratori dei comuni capoluoghi di provincia e dei consigli comunali di molti altri grandi centri” (pagina 90)

 

 

L’On. Bindi, dopo aver affermato che “Il problema mafia prima all'Aquila non esisteva, e se dopo il sisma ci sono state infiltrazioni lo si deve a scelte sbagliate nella fase di emergenza e nella ricostruzione”  ha aggiunto “Il mio ruolo istituzionale dovrebbe impedirmi di dire cose politicamente scorrette. Ma ho anche un'appartenenza politica di cui vado fiera”. Ora, se vogliamo dare giustizia alla storia de L’Aquila e dell’Abruzzo (come l’On. Bindi ha affermato di voler fare post datando al dopo terremoto “il problema mafia” in Abruzzo …), si eviti per favore di ridurre la tragedia del sisma e dei mesi (e anni ormai) successivi, il futuro ingabbiato de L’Aquila e di tutto il cratere sismico, le migliaia e migliaia di vite distrutte quella maledetta notte e cancellate in questi anni, il dramma di chi è stato strappato dalla propria terra e non sa quando potrà tornare a viverla appieno, o di chi è stato assassinato quella notte sotto le macerie e dei loro familiari abbandonati da tutte le Istituzioni nei giorni successivi al sisma * a schermaglie dialettiche politiche in una sorta di Buskashì partitico … anche perché nessuno può dirsi assolto ma sono in tanti ad esser coinvolti, il 6 Aprile 2009 il Governo Italiano e la Regione Abruzzo erano “targati” PDL. Ma la Provincia e il Comune de L’Aquila erano “targati” dello stesso partito dell’On. Bindi, il commissario post-Protezione Civile era del PDL ma il suo vice inizialmente fu del partito dell’On. Bindi. Senza dimenticare che dall’autunno 2011 sono già passati quasi 3 anni e il Governo, rispetto a quella maledetta notte e ai mesi successivi, ha cambiato sempre più radicalmente “colore”. L’abbandono istituzionale (un cui brevissimo racconto riportiamo qui sotto) vede (come si può leggere anche nell’intervista integrale) non vede nessuno esonerato …

 

* e qua non possiamo che lasciar spazio alle parole di chi quel dramma l’ha vissuto “Dopo il terremoto ci siamo ritrovati a L'Aquila, uniti nel dolore e nel cercare di capire. E anche su questo abbiamo visto l'inadeguatezza dello Stato e delle sue strutture di cui parlavo all'inizio. Ci siam chiesti varie volte in quelle settimane "dov'è lo Stato?". Siamo stati completamente abbandonati per 72 ore dall'incapacità ad ogni cosa. Solo dopo le nostre vibranti proteste ci hanno portato del cibo. In sacchi della spazzatura...” (intervista a Lilli Centofanti, sorella di Davide – morto sotto le macerie della “Casa dello Studente” – pubblicata a pagina 61 della rivista Casablanca n. 30 del giugno-luglio 2013 e disponibile integralmente al link

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