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Sudan

A scuola con la paura dei bombardamenti

Gli studenti, mentre in classe ascoltano l’insegnante che impartisce la lezione, tengono l’orecchio sempre teso per sentire il rombo distante dell’Antonov, un aereo russo che il governo sudanese utilizza per bombardare villaggi e obiettivi vari nel Sud Sudan. Gli studi ne risentono e nascono anche fra i ragazzi serie nevrosi.
Cathy Majtenyi

Con danze e canti i bambini esprimono la dura realtà della vita nel Sudan meridionale.

Indicando il cielo, coprendosi la testa e accennando a correre, si esibiscono in una realistica canzoncina, i cui versi sono: "Se l’Antonov arriva, scappiamo nella boscaglia..." L’Antonov è un aereo russo, usato dall’aeronautica militare del governo islamico di Karthoum per il bombardamento a tuffo, di precisione. La loro canzone continua con queste parole: " Noi soffriamo, qui, nel Sudan meridionale."

Da quando è ripreso il conflitto fra Nord e Sud, 19 anni fa, in tutto il sud del Sudan gli studenti, come questi della Comboni Boys’ School di Narus, continuano a fuggire dalle loro aule per andarsi a rifugiare nei primitivi bunker allestiti dalla popolazione per la protezione dai bombardamenti. Dei tanti effetti negativi della guerra civile uno è, sicuramente, il profondo impatto sulla qualità dell’apprendimento dei ragazzi che vivono e cercano di studiare in queste zone.

Suor Gilda Anzoa, preside delle superiori femminili della scuola St.Bakhita, afferma: " Le orecchie degli studenti sono costantemente tese ad avvertire il rumore diverso che fa l’aeroplano in avvicinamento e, nel momento in cui l’avvertono, non possono far altro che lasciare precipitosamente l’aula e fuggire; ovviamente la lezione dev’essere interrotta. Poi, se l’aereo è passato davvero, magari bombardando, o si sono sbagliati, tornano in classe e cercano di applicarsi di nuovo alla lezione." La suora, che appartiene all’ordine delle Sorelle di Maria Madre della Chiesa, conclude dicendo che non esistono dubbi sul fatto che queste continue interruzioni e la paura che accompagna queste fughe dall’aula influiscono in modo determinante sulla resa scolastica degli studenti. Inutile dire che le ragazze, ma anche gli insegnanti, rientrando in classe dopo le incursioni, non riescono a concentrarsi, come se niente fosse accaduto.

Padre Paul Sebit, un prete diocesano, cappellano delle scuole di St.Bakhita e Comboni, ci ha riferito che gli studenti spesso hanno addosso una forte carica di rabbia ed aggressività, sia in classe che fuori. Tenendo un comportamento che è una evidente reazione ai duri traumi che subiscono vedendo a volte, fra l’altro, i loro genitori colpiti ed uccisi nelle incursioni e nelle azioni di guerra. A volte, alcuni studenti chiedono loro stessi aiuto a Padre Sebit, altri sono condotti da lui dal personale insegnante. In tutti questi casi egli comincia il colloquio chiedendo a ragazzi e ragazze qual’è la causa della loro inquietudine, della loro carica d’ira.

I consigli e le raccomandazioni si basano sul colloquio e la terapia individuale, nonché sull’approfondimento degli studi biblici. Padre Sebit assicura che, con il suo lavoro, gli studenti quasi sempre si rilassano e si dispongono meglio nei confronti del difficile mondo esterno. Sempre con l’obiettivo di ridurne lo stress si chiede agli studenti di battersi il petto stile Tarzan, mentre cantano a squarciagola: " Trauma, vattene, trauma vattene via." finché la paura non passa e si sentono meglio, tranquillizzandosi.

Diversamente da altre zone del sud, Narus è rimasta relativamente calma negli ultimi anni. In aprile dell’anno scorso sono cadute due bombe vicino alla scuola di St.Bakhita, ferendo uno studente e danneggiando con le schegge buona parte dell’edificio, le cui pareti sono rimaste sforacchiate un po’ dappertutto. Precedentemente, dopo un raid di bombardamento che ebbe luogo nel dicembre ’98 i genitori terrorizzati ritirarono definitivamente dalla scuola ben 26 alunne, loro figlie.

La Bakhita ospita 600 studenti delle elementari, provenienti da tutto il Sudan meridionale; l’anno scorso ha aperto due classi delle medie che aggiungono, ora, altri 33 studenti al complesso della scuola. L’istituto scolastico appartiene alla diocesi di Torit ed è gestito dalle Sorelle di Maria Madre della Chiesa ed è l’unico collegio femminile in tutto il Sudan meridionale.

La vicina Comboni è maschile, è stata aperta nel ’97 ed ospita ora 450 studenti. In passato ci sono stati momenti difficili in cui ha rischiato di scomparire per la possibilità che i suoi ragazzi venissero tutti arruolati nell’SPLA per farli combattere contro il governo di Karthoum. Il Vescovo, Paride Taban di Torit, ci ha spiegato la loro preoccupazione, ripresentatasi più volte, di tenere così concentrati tanti ragazzi, nel timore che potessero essere presi, in gruppo, dall’esercito ribelle. Taban ha aggiunto di aver preso accordi coi ribelli ancor prima di aprire la scuola, chiarendo che la Chiesa non avrebbe aperto nessun istituto per ragazzi, a meno che l’SPLA non avesse promesso di non reclutarli nel futuro.

Il trauma del conflitto non è che la punta dell’iceberg dei problemi che affliggono gli studenti delle scuole del Sudan meridionale. Questi ragazzi se la vedono anche con un sistema di istruzione virtualmente al collasso e, in alcuni casi, con credenze tradizionali locali che li fanno rimanere arretrati. Non ci sono soldi per costruire e gestire le scuole, comprare libri di testo e materiale, pagare gli insegnanti e venire incontro le loro spese. Alla St. Bakhita e alla Comboni neanche la metà delle famiglie paga una retta annuale di 13 US$, mentre i missionari e le organizzazioni non governative si accollano il resto dei costi.

Catholic Relief Services, l’agenzia americana per l’emergenza e lo sviluppo internazionale che fa capo ai vescovi, fornisce gli alimenti, così come provvede i fondi necessari per la costruzione e la manutenzione delle scuole. Un certo sostegno proviene anche dal PAM (Programma Alimentare Mondiale) dall’UNICEF, e da altre agenzie.

Nelly Maina, coordinatrice dell’istruzione e delle scuole presso la Conferenza Regionale Sudanese dei Vescovi, con sede a Nairobi, ci ha riferito che le scuole del Sudan meridionale non seguono programmi scolastici comuni. Ne consegue che, a seconda dei casi, le scuole si avvalgono di quelli ugandesi o kenyoti, oppure una combinazione di entrambi, rendendo difficile per gli studenti il conseguimento di un’istruzione superiore standard e di qualità. La Maina ha anche detto che molti insegnanti non sono qualificati professionalmente, e, addirittura, alcuni di essi hanno un’istruzione generale molto scadente. Il 7% degli insegnanti che si stima operino in tutto il Sudan meridionale sono donne. Poiché non ci sono fondi per pagare gli insegnanti, la maggior parte di loro riceve un piccolo contributo "in natura", come, per esempio, gli alimenti.

Solo il 25% dei bambini in età scolastica di questa parte del Sudan frequenta la scuola; di questi, solo il 27% è di sesso femminile. Più della metà delle ragazze abbandona già alle elementari, perché si deve sposare o prender cura della famiglia. La coordinatrice ha concluso affermando che: " Un’intera generazione ha perso la possibilità di istruirsi, per cui, immaginatevi cosa significa tentare ora di ricominciare da zero! Dove può andare a parare una nazione sprovvista di gente istruita e professionalmente qualificata? Chi saranno i suoi futuri leader? Chi sarà in grado di mettere mano allo sviluppo, quando un giorno la pace arriverà?"

Note:

Questo articolo è stato ripreso da Catholic News Service.