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    Nessuno si commuove per i pesci

    E chi mai si commuove, dentro il negozio del pescivendolo, nel vedere i pesci appena arrivati dalla riviera romagnola che boccheggiano, allungano le penne stremati, compiono gli ultimi salti alla ricerca dell’acqua da cui sono maledettamente circondati, ma sotto forma di ghiaccio e quindi inservibile per la vita?
    26 giugno 2005 - Oscar Grazioli

    pesce spada Chissà perché i pesci non fanno pietà. Se ci si imbatte in un capriolo investito sulla strada e ridotto in fin di vita, s’invoca qualcuno che abbia il coraggio di farlo, si cerca disperatamente chi possa mettere la parola fine a quell’agonia, a quei sussulti che preludono alla morte.
    Il sangue che esce dalla bocca, i tremori, le convulsioni, gli spasmi preagonici fanno orrore e si invoca il veterinario che, con la siringa, metta fine a quello che si vorrebbe fosse solo un incubo dal quale svegliarsi presto…
    Persino un passerotto semicongelato nella neve fa tenerezza e quel suo arruffare le penne, quel suo accartocciarsi “dentro” alla ricerca del calore vitale che se ne fugge rende la vista dello spettacolo insopportabile. D’altro canto si va a cena tranquillamente la sera nel ristorante famoso per il pesce fresco e si è capaci di andare a scegliere l’aragosta o l’astice che camminano nella vasca all’ingresso, pur sapendo bene la fine che faranno di lì a poco. E chi mai si commuove, dentro il negozio del pescivendolo, nel vedere i pesci appena arrivati dalla riviera romagnola che boccheggiano, allungano le penne stremati, compiono gli ultimi salti alla ricerca dell’acqua da cui sono maledettamente circondati, ma sotto forma di ghiaccio e quindi inservibile per la vita?

    La trappola delle spadare

    Siamo un paese di marinai e naviganti e di gente generosa ma dimentichiamo spesso che ai pesci dovremmo fare un monumento per quanto hanno sofferto e per quanto ci hanno dato nei secoli. Il monumento che gli facciamo invece sono le spadare, reti pelagiche derivanti chiamate così perché hanno con bersagli il pesce spada.
    Il funzionamento della spadaia è un misto di ingegno e di inganno carognesco. Ancorata sul fondo a formare una “s” si muove con l’azione della corrente. Il pesce nuota disperatamente per cercare una via di fuga e, così facendo, crea dei vortici d’acqua che agitano la rete facendo sì che l’animale vi si avvolga.
    A un capriolo non sarebbe mai concessa una fine così.
    Ma il pesce è il pesce: puzza e non ha i lineamenti rotondeggianti di un Bambi.

    Le disposizioni ignorate

    Proprio in questi giorni le reti pelagiche sono sotto l’occhio degli animalisti e delle autorità competenti. L’Unione Europea aveva stabilito infatti, anni fa, che le spadare non dovevano superare i 2,5 Km. di lunghezza, che il pannello (l’altezza della rete) non dovesse essere superiore ai 20 metri e che le maglie non fossero più grandi di 40 centimetri. Già dal 92 poi queste reti, secondo una risoluzione dell’ONU, dovevano andare in moratoria, ma noi italiani, furbi come sempre, abbiamo continuato ad usarle, anzi ne sono state sequestrate, in questi ultimi anni, di quelle lunghe fino a 20 Km. E’ stato ormai ampiamente dimostrato che questo tipo di rete è devastante per l’impatto che ha su pesci che non dovrebbe pescare.

    Più dell’80% di quelli che finiscono dentro appartiene a specie di pesci che devono essere ributtati in mare morti o in stato preagonico.
    Oltre ai pesci l’impatto micidiale si è riversato anche sui cetacei, anello fragile di una catena violentata in ogni dove: il mare.
    E così ci vanno di mezzo tutti, i delfini come gli squali, le tartarughe come i pesci luna e numerose specie di uccelli marini. Facciamo pure i furbi e continuiamo ad erigere simili “monumenti biologici”.
    La natura ce ne renderà omaggio prima o poi.

     

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