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Che razza di città sarebbe Roma senza le sue folcloristiche botticelle?

Veltroni mette in mutande pure i cavalli

4 luglio 2005 - Oscar Grazioli

botticella Che razza di città sarebbe Roma senza le sue folcloristiche botticelle? Sarebbe Roma con qualche punto di civiltà in più. Andiamo con ordine perché non tutti sono stati a Roma e anche chi c’è stato non è detto che sappia cosa sono le botticelle. Sono le carrozze turistiche, quelle che stazionano al Colosseo, in Piazza del Pantheon, in Piazza di Spagna e negli altri punti strategici del centro, in attesa che sorridenti giapponesi e nerboruti vichinghi vi salgano per il tour della città Eterna. In “Nestore, l’ultima corsa” Sordi ha immortalato la figura di Gaetano, vecchio vetturino a fine carriera, che cerca di salvare il suo cavallo dal mattatoio. Un esempio di rispetto verso il cavallo, senza il quale l’uomo sarebbe ancora con la clava in mano. E per tributargli il massimo rispetto il sindaco di Roma Veltroni e l’assessore alla mobilità Calamante a cosa hanno pensato? Ad applicare le mutande dei botticellari, perché i commercianti si lamentano per l’odore che le scibale emanano soprattutto quando fa caldo.

E così la coppia Veltroni Calamante ha escogitato un’ingegnosa soluzione per salvaguardare una “storica tradizione tanto cara ai turisti e ai romani” affermano i due amministratori e, allo stesso tempo “portare avanti l’impegno del Campidoglio per un maggior decoro della città”.

Da ieri dunque è in vigore, tra l’amministrazione romana e il sindacato dei vetturini, l’accordo che soddisfa tutti. Meno i cavalli. Loro, non avendo diritto di voto, continueranno a trainare le folcloristiche botticelle con 40 gradi all’ombra, sull’asfalto e sui sampietrini, nel traffico caotico e nauseabondo della capitale, orgogliosi di rinnovare, nel turista, l’emozione di sentirsi sulla boga di Messala. Bernard Shaw diceva che “nel nome delle tradizioni si commettono i crimini più atroci”. Ogni estate dobbiamo assistere al penoso spettacolo della tal sagra paesana dove qualche imbecille di amministratore, per rinnovare i fasti della tradizione locale, tira fuori oche, maiali, rane o asini da sottoporre a salti e corse, tra gli sberleffi di un popolino capace solo di ridere dell’altrui debolezza.

Così i vecchi ronzini romani avranno le loro mutande, per il decoro cittadino. Con il caldo che fa è già abbastanza pesante la botticella, che aumenta di due quintali quando marito e moglie gonfi di Frascati e birra ci salgono sopra sonnacchiosi. Adesso si aggiunge il peso dei mutandoni, un contenitore con sacche di plastica che si attacca alla carrozza. Ma il decoro cittadino è salvo. Ah,vecchio Nestore, pensa se ti mettevano a riposare in un prato all’ombra con della buona biada e riconvertivano cinquanta (mica un milione) vetturini a qualche mestiere che rinnovasse i fasti di Roma, che so fare il gladiatore (per finta) al Colosseo. Pensa che fregatura il progetto del comune che porta il tuo nome e che il vecchio Albertone aveva tanto spinto. Eccolo qui dove è finito: mutandoni, caldo asfissiante, qualche frustata e sampietrini sotto gli zoccoli.
Nestore e gli altri ringraziano l’amministrazione per avergli dato l’opportunità di rinnovare le antiche tradizioni romane.

Ringraziano Alberatone che si è battuto per il loro diritto a non diventare bistecche. Peccato che da lassù faccia fatica a vedere i mutandoni. Forse, questa volta, anche Albertone non avrebbe sorriso.

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