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Fès, l’uomo che sussurra agli asini

Una clinica per curare i «padroni» della Medina

28 agosto 2005
Fonte: www.lastampa.it
27.08.05

asino a Fes NELLA CITTÀ MAROCCHINA DOVE IL TEMPO È FERMO AL MEDIOEVO FÈS (Marocco)

Mentre l’orologio ad acqua è sempre bloccato, in balìa di un perfido incantesimo che nessuno riesce a spezzare, l’ospedale degli asini è sempre in funzione e alimenta un altro incantesimo che nessuno osa disturbare. Se il veterinario sparisse di colpo, per magia, gli animali si ammalerebbero e morirebbero uno dopo l’altro e allora la medina, privata della linfa delle sue fragili comunicazioni, dovrebbe arrendersi. Il Medioevo islamico si dissolverebbe e il XXI secolo degli occidentali dilagherebbe oltre le mura.

«A Fès ho visto atrocità terribili verso gli animali, eppure dopo un decennio sono ancora qui. Come potrei andarmene?», racconta Denys Frappier, il medico canadese trapiantato in Marocco che si prende cura dei 4 mila asini, muli e cavalli che non smettono mai di muoversi lungo le stradine e i vicoli della città vecchia, dichiarata patrimonio dell’Unesco, sempre uguale a se stessa, come la vollero gli Almohadi nel XII secolo e il sultano merinide Abu Youssef Yacoub nel secolo successivo. Le guide tramandano il numero (ormai magico, anche quello) di 9400 passaggi, quasi sempre senza nome, e si divertono a confondere i turisti spiegando che per trovare il passaggio da Ovest verso Est non c’è che da seguire le tortuosità della via Al-Talaa al Kebir. Chi vorrà tornare a Sud, invece, chiederà di una delle porte, la Bab el-Fouth, e si sorbirà confuse spiegazioni a braccio alzato, con la mano tesa verso angoli che nascondono altri angoli e botteghe che si susseguono ad altre botteghe. Ma ciò che conta è che ogni discorso da suq, per quanto breve, termina con il medesimo ammonimento: «Signore, attento agli asini e ai cavalli! Sono loro i padroni!».

A osservarli, maltrattati e sporchi, con carichi che superano di due o tre volte la loro altezza e altrettanto la larghezza, fanno pena. Ci sono i Coca-muli, incapsulati da bizzarre architetture di centinaia di bottigliette scure, e i muli comunali, ricoperti di rozzi sacchi, destinati alla raccolta della spazzatura. Ci sono quelli al trotto per il trasporto delle persone e i «cargo» a passo lento, con le mercanzie delle tantissime corporazioni. I più fotografati sono foderati di oggetti di ferro battuto e ottone, i più temuti portano strati e strati di pelli appena colorate, disseminando la scia indomabile dei miasmi assorbiti nelle concerie. Nessun mezzo a motore è ammesso nella medina e il quarto di milione di persone che la popolano dipende dalle zampe e dalle schiene dei «4 mila padroni». Altrimenti non resta che affidarsi all’energia delle proprie gambe. Frappier ospita decine di muli e cavalli ogni giorno. A volte anche 50, addirittura 70. Arrivano esausti nella semplice costruzione bianca dell’«American Fondouk», l’ospedale che ogni guida indica con un gesto di riconoscenza prima di addentrarsi nel labirinto medioevale di el-Bali e di el-Jdid. E qui, oltre l’arcata di legno consumato, nel cortile delle 12 stalle costruito come un caravanserraglio per viaggiatori di 10 secoli fa, Frappier coordina piccoli e grandi soccorsi. Ha solo nove persone ad aiutarlo, Adnan, Azami, Aziz, Driss, Garni, Houria, Houssine, Mohammed, Touriya, individui tuttofare che uniscono le competenze dell’infermiere a quelle del maniscalco. Devono curare occhi feriti, piaghe sulle schiene, zampe rotte e zoccoli a pezzi, nonostante i «calzini» ricavati da vecchi pneumatici sfondati. Devono occuparsi di disordini respiratori, infezioni intestinali, aggressioni di parassiti. E devono improvvisare nella piccola sala operatoria interventi per raddrizzare ossa, bloccare emorraggie, asportare sacchetti di spazzatura brucati per fame e inghiottiti per disperazione. «Tre dollari bastano: con quelli si paga un trattamento medio - spiegano -. Con non più di 20 un’operazione».

I mezzi sono scarsi (una povertà tipica da Medioevo) e qualsiasi offerta, anche di pochi dirham, ben accetta. Si cominciò 80 anni fa, quando il «Fondouk» aprì grazie a una donazione di 8 mila dollari e da allora l’ospedale si è sempre affidato alla generosità di chi può pagare e alle attenzioni di finanziatori europei e soprattutto americani. Oggi a occuparsene è un’organizzazione animalista di Boston, la «Mspca» (sta per Massachusetts society for the prevention of cruelty to animals), che ha raccolto l’eredità del fondatore, Sidney Haines Coleman, il quale - dice la storia - si diede da fare negli Anni ‘20 dopo le denunce di una ricca e sensibile viaggiatrice americana di nome Amy Bend Bishop. Lei - si racconta - fu la prima a commuoversi davvero davanti alle brutalità subite dai «4 mila padroni». Le sue signorili lacrime consentono adesso a Frappier maggiore sangue freddo e anche sorrisi di soddisfazione. La sopravvivenza di quella capsula temporale che è la Fès medioevale, un gioiello bellicosamente trasferito da una dinastia all’altra (Almoravidi, Almohadi, Merinidi, Wattasidi), è anche nelle sue mani di medico e custode: fino a quando si occuperà della salute di asini, muli e cavalli, contribuirà in modo decisivo a tenere in equilibrio le forze che alimentano la vita congelata della medina, la più vasta del mondo islamico, perfino degli antichi quartieri semisegreti del Cairo e di Damasco. Così l’incantesimo è salvo. Non ci sono differenze tra una passeggiata del filosofo Ibn Khaldun (nel XIV secolo) e una del turista (nel XXI), a parte la diversa intensità dei pensieri rivolti all’ineluttabilità della storia e alla potenza di Allah. Camminare nei vicoli è sempre la stessa esperienza: un’immersione nella danza rallentata della folla, sfiorati e toccati in continuazione (la mano morta si pratica con entusiasmo), con i sensi risucchiati dai colori e dagli effluvi dei suq, in un caos operoso che alterna botteghe, scuole coraniche, fontane, minareti, università e il famoso orologio ad acqua dai meccanismi enigmatici. Poi, d’improvviso, quando il sole è ancora alto, arriva un cavallo di corsa, riempiendo tutto lo spazio disponibile, e la folla si apre, mentre il cavaliere grida minaccioso «Barek! Barek!», attenzione, attenzione. E al tramonto ci si deve di nuovo schiacciare contro un muro, mentre gli asinelli macilenti escono rumorosamente dalla medina, tirati da vecchi smilzi e barbuti in caffetano che farebbero la gioia del più ingenuo degli orientalisti.

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