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    La sensibilità dei nostri tempi non può e non deve ignorare la tragedia nella tragedia, quella che colpisce questi nostri “fratelli minori”.

    Katrina e gli animali. Storie di sopravvissuti.

    10 settembre 2005 - Oscar Grazioli

    New Orleans - salvataggio di un cane La guerra è una catastrofe naturale perché l’uomo non sfugge alle leggi imposte dall’evoluzione biologica alle specie animali che popolano la terra. Ho recentemente letto su un foglio datato 1932 un interessante articolo titolato “Il calvario degli equini durante la guerra”. Chi scrive riporta uno studio del colonnello Hugnier, dei servizi veterinari di Francia, relativo agli equini (cavalli e muli) deceduti durante la Grande Guerra. Dal 15 al 18 sono morti 1.200.000 tra cavalli e muli, e questo solo per l’esercito francese. “Molti ignorano” conclude l’articolista “le proporzioni del loro sacrificio che fu veramente immane”.

    Quando capita una catastrofe “naturale” è ovvio che il primo pensiero vada alle vittime e ai feriti umani, ai bambini, agli anziani, ai senza casa, alle mille tribolazioni attraverso le quali passano i sopravvissuti. Eppure la sensibilità dei nostri tempi non può e non deve ignorare la tragedia nella tragedia, quella che colpisce questi nostri “fratelli minori”. La catastrofe provocata in Louisiana e Mississippi dall’uragano Latrina ha causato la morte di un numero ancora ignoto d’animali, selvatici e domestici, mentre ha fatto la gioia dei “mocassini d’acqua” i velenosi serpenti degli stagni con i quali, chi è sopravvissuto, si è trovato scomodamente a contatto.

    C’è un racconto, letto su un tabloid americano, che mi ha colpito. Una famiglia stava abbandonando in tutta fretta la propria casa, ormai invasa dall’acqua. La lancia di salvataggio era strapiena e non c’era posto per il loro cane. Lo hanno portato al secondo piano e gli hanno lasciato tutto il cibo e l’acqua che potevano. Quando hanno avuto la possibilità di tornare nell’abitazione, gravemente lesionata, non sono corsi a vedere se erano stati rubati i pochi gioielli, ma se il cane era vivo. Era e lì aspettava scodinzolando.

    Un ricordo personale. Nel luglio del 1972 Reggio Emilia, alle tre del mattino, fu colpita da una scossa di terremoto del settimo grado Percalli. I vetri delle scuole di fronte a casa mia si sbriciolavano, la gente scendeva al buio mezza nuda urlando (e cadendo) dalle scale. Ero già mezzo fuori dalla porta quando mi fulminò il pensiero di Rocky, il nostro cocker. Lo trovai con gli occhi sbarrati, inchiodato sotto il mio letto e lo portai fuori a braccia maledicendo chi sosteneva che gli animali sentivano in anticipo i terremoti (infatti trattasi, in gran parte, di leggenda metropolitana). Un’altra memoria che va all’ultima grande alluvione che ha colpito il Nord Italia. Ricorderò sempre il racconto di un collega di Alessandria, mobilitato per soccorrere gli animali in difficoltà e distruggere quelli già periti. Mi narrava scene atroci: le vacche morte legate ad una catena che non poteva spezzarsi, le impronte degli zoccoli di cavalli impazziti, nei loro ricoveri trasformati in bare, un vitello agonizzante lanciato, dalla potenza dell’acqua, nel bagno di una casa al secondo piano.

    Terremoti, maremoti, guerre, epidemie, incendi. Già il fuoco, l’atavico nemico dei piccoli e grandi mammiferi che abitano i boschi, le savane. Un nemico rapido quanto silenzioso, imprevedibile nei suoi movimenti quanto devastante nella sua avanzata, che obbliga l’impala come il capriolo a saltare qui e là, alla disperata ricerca di un pertugio, di un’uscita dal fumo acre e denso che penetra le nari e i polmoni. Quanti morti e quanto dolore anche a “loro” riserva la natura. Fra tutte le catastrofi ce n’è una peggiore forse delle altre per chi è sensibile alla vista di animali sofferenti. Una catastrofe “naturale”, anche questa provocata da una specie avidamente attratta dal colore dei soldi più che dall’azzurro di acque cristalline. È la marea nera. Tonnellate di petrolio che sgorgano dall’enorme ventre di una balena di metallo a stuprare acque e coste incontaminate, dove regnava il guizzare di pesci colorati e dove ora le ali degli uccelli, capaci di fuggire terremoti e incendi, si ricoprono di una melassa nera che le riduce ad inutili e grottesche appendici. La marea nera che condanna ad un’inesorabile e lenta agonia. È forse la scena più penosa quella delle eleganti sule, dei variopinti pulcinella di mare, dei possenti pellicani che tentano invano di staccare le zampe e spiegare le ali incollate da una melma nera e nauseabonda. Le catastrofi colpiscono anche “loro”, forse gli unici, veri innocenti.

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