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Buckingham Palace dopo le polemiche animaliste sulle pellicce d'orso

Cercasi colbacco sintetico per le guardie della regina

20 ottobre 2005
Fonte: www.lastampa.it
19.10.05

Royal Guard Alla fine chi la spunterà? Le guardie di Sua Maestà britannica, fiere da oltre 230 anni del loro colbacco nero in pelliccia d’orso? O gli animalisti, che accusano Buckingham Palace di contribuire al massacro annuale di migliaia di orsi in Canada? Nell’attesa, non si può dire che l’esercito britannico non ci stia mettendo buona volontà, se è vero che da un paio d’anni è alla ricerca di una pelliccia sintetica così d’alta qualità da prendere il posto senza sfigurare, anzi, quasi senza che nessuno se ne accorga, del pregiato originale. Ma quello che sembrava un gioco da ragazzi, si sta rivelando un’impresa ardua quanto una battaglia di Waterloo. E finora non c’è stato tentativo ecologicamente corretto che sia andato a buon fine di fronte alla prova più temibile: la pioggia londinese.

Un fallimento, insomma. I materiali sintetici precedentemente testati una volta bagnati si sono afflosciati compromettendo il dignitoso aspetto delle impettite e austere guardie. Mentre l’ennesima sperimentazione è in corso, i reggimenti reali continuano a perorare la causa del colbacco originale sostenendo che l'uccisione di orsi in Canada non è in alcun modo legata alle pelli ordinate dall'esercito. «Ventimila orsi neri vengono sterminati ogni anno in Nord America e di questi noi compriamo meno di 100 pelli all'anno per i colbacchi in pelliccia delle guardie», aveva spiegato al Times un portavoce dei reggimenti reali incriminati, fra i quali figurano i granatieri, le guardie scozzesi, irlandesi e gallesi. «E’ una faccenda molto seria, per i militari le tradizioni sono tutto, e la pelliccia d’orso finta è diventata una sfida d’alta tecnologia», ha assicurato sul Wall Street Journal il colonnello Silas Suchanek, che si occupa degli equipaggiamenti militari su commissione del ministero della Difesa. Nulla a confronto, pare quasi lasciare intendere, con le battaglie che lui e il suo staff di 210 persone sono abituati a vincere ogni giorno: trovare divise da guerra sempre più leggere, anfibi in grado di sopportare le temperature del deserto senza sciogliersi, biancheria intima a prova di batteri. Ma il cerimoniale ha le sue regole, e guai ad allontanarsi da uno stile impeccabilmente british. Basti pensare che il ministero inglese è uno degli ultimi compratori al mondo di una rigida quanto obsoleta fibra chiamata «buckram», scrive il Wall Street Journal.

Nel frattempo Peta (People for the Ethical Treatment of Animals), una delle più potenti organizzazioni a tutela degli animali - a maggio aveva messo al seguito della regina Elisabetta in visita ufficiale in Canada un membro dell'associazione travestito da orso con il cartello «Salvatemi la pelle» -, con un colpo di scena è diventata una specie di consulente fashion del politicamente corretto. «Il ministero della Difesa ha sottomarini nucleari e missili guidati dai satelliti - dice Andrew Butler, un attivista - possibile che non sia in grado di trovare un degno sostituto sintetico alla pelliccia di orso?». Finora pare proprio di no. Gli esperti spiegano che la difficoltà viene dalla natura della pelliccia stessa, che è costituita da tre strati di peli differenti: uno corto, il più caldo, uno intermedio, che regala volume, e quello superficiale, costituito dal lungo ma soprattutto lucentissimo manto. Perfezione della natura, insomma, per un cappello in uso fin dal 1768, il cui cerimoniale per indossarlo prende più tempo del cambio della guardia.

In marzo il colonnello Suchanek aveva provato a testare due cappelli «finti» sulle guardie di Buckingham Palace: la speranza era che il nuovo materiale ultra-tecnologico riuscisse là dove altri colbacchi avevano fallito. Un paio di temporali dopo erano state le guardie stesse a rifiutarsi di continuare a indossarlo, così pesante e sformato da sfiorare il ridicolo. La battaglia continua e il colonnello Suchanek prende tempo: «La ricerca di un cappello ineccepibile non è storia di una notte». La plastica, insomma, può attendere.

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