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    La scienza forense è stata determinante per assicurare alla giustizia un cacciatore di frodo

    Uccide un cinghiale, bracconiere denunciato per maltrattamento

    17 dicembre 2005 - Oscar Grazioli

    Questo fatto è accaduto pochi giorni fa in un parco nazionale italiano e non meriterebbe quasi rilievo in quanto si tratta di uno di quegli atti di bracconaggio, seppur particolarmente crudele, che ogni giorno accadono nelle nostre zone di tutela ad opera di cacciatori di frodo senza alcuno scrupolo.

    Quando il bracconaggio si dirige su specie particolarmente rare e protette, come l’orso, il lupo, i grandi rapaci, allora qualche trafiletto compare sui media e talvolta anche il TG si scomoda a darne un breve annuncio, quando ci vanno di mezzo semplici uccelli, volpi, cinghiali o caprioli la notizia viene considerata un po’ alla stregua di quella del cane che ha morsicato un uomo, ovvero una non notizia.

    La vera notizia è che, in questo caso, la scienza forense è stata determinante per assicurare alla giustizia un cacciatore di frodo che, non si sarà macchiato di uxoricidio, strage o atti di terrorismo, ma certamente di vari reati, compreso il maltrattamento di animali e l’avere cacciato in ambiti protetti, questo sì.

    I fatti.. Un “cacciatore” riesce a catturare, in un parco protetto, un cinghiale mediante un laccio. Abbiamo già i primi due capi di imputazione. I lacci sono vietati come è vietata la caccia nei parchi e nelle oasi di protezione (non in tutti per la verità). Assicurato un grosso coltello ad un‘asta, l’uomo, al sicuro da occhi indiscreti, pianta l’arma nel fianco dell’animale bloccato dal laccio, aprendo una ferita dalla quale sgorga sangue.

    Dopo un congruo lasso di tempo il cinghiale, completamente dissanguato, emette l’ultimo respiro agonico e muore. Il caso vuole che, mentre l’uomo torna a casa, ad attendere la sera, passi di lì qualcuno che avverte i guardiaparco i quali arrivano velocemente sul posto e trovano l’animale legato al laccio in un lago di sangue.

    Decidono di appostarsi nascosti nella vegetazione e attendere. Appena dopo il tramonto il bracconiere raggiunge il posto. Viene fermato dai guardiaparco e denunciato alla magistratura. Tuttavia egli nega di avere ucciso il cinghiale e mancano le prove fondamentali del fatto avvenuto. Una perquisizione a casa del bracconiere permette di scoprire un grosso coltello perfettamente pulito.

    Almeno in apparenza. E qui entrano in gioco i genetisti dell’Istituto Caporale dell’Abruzzo e Molise che, capitanati dalla Dr.ssa Lorenzini, scoprono delle microtracce di sangue in un paio di fessure dell’arma. La prova del DNA è relativamente semplice in campo umano (si ha a che fare con una sola specie), ma molto più complicata per le specie selvatiche. Eppure i ricercatori dell’Istituto riescono a dimostrare che quelle microgocce di sangue sul coltello hanno lo stesso DNA del sangue di quel cinghiale. L’uomo viene denunciato per bracconaggio e maltrattamento di animali. Giustizia è fatta.

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