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    Gli Achab giapponesi

    Macellai crudeli, non certo scienziati

    27 gennaio 2006 - Oscar Grazioli

    caccia alla balena Mentre Greenpeace deposita una balena morta davanti all’ambasciata nipponica a Berlino e decine di governi, milioni di persone nel mondo protestano contro il governo di Tokyo, reo di massacrare le balene per scopi alimentari e non scientifici, una balena, quasi a volere richiamare l’attenzione del mondo su quanto accade alle sue sorelle, si è fatta una passeggiata nel Tamigi fino a mostrarsi davanti al palazzo di Westminster.

    Ho passato otto ore nel gelo del mar di Norvegia, una giornata che gli giravano un po’ le palle, a seguire Pablo il veterinario spagnolo che ci faceva da guida e ci somministrava zuppa calda e pillole antinausea. Ne è valsa la pena e lo rifarei domattina, per vedere il capodoglio inarcare la gigantesca schiena e immergere la pinna a coda di rondine, facendoti riflettere su quanto sei piccolo e fragile su quel legno che, se volesse, farebbe scricchiolare con un piccolo buffetto, forte delle sue 50 tonnellate di peso.

    Ma c’è chi se ne frega di questi miracoli della natura e, coperto dalla truffa delle ricerche scientifiche, compie veri e propri massacri. Sono i cacciatori giapponesi, impegnati quest’anno nella caccia “a fini scientifici” di 950 balene le cui carni, impacchettate a bordo, finiscono nei mercati del Sol Levante e sulle tavole dei gourmet. Per fortuna a contrastare gli “scienziati” ci sono le imbarcazioni dei volontari di Greenpeace che, calando gommoni tra le baleniere e le prede, hanno finora ridotto notevolmente il bottino sperato. Si è mosso perfino il governo della Nuova Zelanda che ha chiesto all’Australia e agli europei un’azione concertata contro il Giappone, reo di questa barbarie. Sull’Esperanza (una delle navi di Greenpeace) è imbarcata da due mesi Caterina Nitto, la 32enne milanese diventa un po’ la Giovanna D’Arco dei giganti del mare.
    Caterina ha raccontato all’Ansa: “Qualche giorno fa una nave cargo si è affiancata alla nave officina, dove viene trattata la carne, per il trasferimento di non so quante tonnellate di carne già impacchettata e pronta per essere trasferita sul mercato giapponese. Se questa è ricerca scientifica!”.

    Tokyo aveva abbandonato la caccia commerciale alle balene nel 1986 in ottemperanza ad una moratoria internazionale, ma dall’anno dopo ha dato inizio ad un programma di ricerca, che secondo gli oppositori non è altro che una caccia commerciale mascherata, per rifornire i mercati del pesce e i ristoranti del paese, dove la carne di balena è molto ricercata. “La caccia è rimasta quella di un tempo – racconta ancora Caterina – ed è drammatica perché la balena non muore subito, può restare in agonia anche un’ora. Ne abbiamo vista una che ha sofferto anche per un’ora e venti minuti con le carni aperte”.

    Il fatto è ancora più vergognoso perché i cacciatori nipponici infieriscono contro animali facilmente avvicinabili e totalmente inoffensivi. Oltre tutto i giapponesi non hanno neanche compiuto gli sforzi dei norvegesi, loro colpevoli compagni nel cacciare le balene. Se non altro, questi ultimi, hanno studiato sistemi sempre più raffinati e potenti per far sì che il cetaceo muoia sul colpo, appena colpito (e questo succede in oltre il 70% dei casi). Nelle baleniere nipponiche i giganteschi mammiferi del mare vengono issati sul ponte ancora vivi, i loro corpi squarciati mentre i polmoni esalano lentamente, in una lunga agonia, l’ossigeno immagazzinato e il cuore batte per decine di minuti mentre i coltelli squarciano, tagliano, rifilano le carni. “A scopo scientifico”.

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