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    L’aviaria nasce e si diffonde nei grandi pollai industriali, frutto collaterale delle pratiche industriali degli allevamenti intensivi.

    Aviaria: Storia di un virus figlio illegittimo degli allevamenti industriali

    5 marzo 2006 - Andrea Franzoni

    l'industria del pollo L’aviaria nasce e si diffonde nei grandi pollai industriali, frutto collaterale delle pratiche industriali degli allevamenti intensivi. Questa la tesi dell’ONG “GRAIN”, attiva nella tutela della biodiversità, secondo la quale le misure prese dai governi per “combatterne” la diffusione non farebbero altro che negare il problema favorendo, per il futuro, la nascita di nuove pandemie.

    Un polletto scappa arzillo zampettando qua e là sul terreno fangoso. Dietro, un paio di bambini inzaccherati lo rincorrono ridendo e lanciando urletti sotto gli occhi velati di tristezza dei genitori. Finalmente la femminuccia riesce ad afferrare il pennuto. Lo solleva, lo stringe forte per evitare che le sfugga di mano, pare che lo abbracci per un’ultima volta ma sempre ridendo, come per un gioco. Poi le si avvicina un uomo che indossa una tuta integrale bianca, stivali bianchi, maschera bianca: la ragazzina gli allunga il pollo con un sorriso. L’uomo lo afferra maldestramente con gli spessi guanti bianchi. Quello comincia a dimenarsi seriamente, ma non c’è nulla da fare. L’uomo bianco apre con una mano un grande sacco, anch’esso bianco, e ci caccia dentro con forza il pennuto. Poi, forse come ringraziamento per l’aiuto, lancia un ultimo sguardo asettico alla bambina, rimasta interdetta, e se ne va in una nuvola di disinfettante.

    Storie di aviaria in una qualsiasi campagna del sud est asiatico. L’epidemia che sta terrorizzando il mondo è nata qui e qui ha fatto le prime vittime (pochissime umane, parecche -come da sempre- fra i pennuti) negli scorsi anni prima di diffondersi nell’etere fino a invadere i televisori e i discorsi degli italiani.

    Sono quelle campagne e quei piccoli pollai famigliari dove i bambini giocano nel fango insieme agli animali, secondo l’immaginario comune e secondo l’iconografia televisiva, l’incubatrice e la fucina del tremendo virus H5N1. E’ qui, dove le condizioni igieniche sono scarse e il pollame vive all’aperto, a contatto con i volatili selvatici e senza antibiotici e controlli certosini, che sarebbe nato il flagello dell’aviaria con la sua ipotetica minaccia di pandemia umana.

    Ciò, però, è tutto da dimostrare. L’unica certezza, pare, è quella che i piccoli allevatori del sud est asiatico sono stati, fino ad ora, quelli che hanno subito le conseguenze economiche dell’aspirante pandemia. Riguardo all’origine, e anche agli stessi vettori di diffusione del virus, sta crescendo al contrario la voce di chi, dati alla mano, colloca la fucina dell’H5N1 lontana da quel sistema romantico di piccoli produttori e di galline arzille che giocano con i bambini accusando direttamente gli allevamenti intensivi e i loro metodi fordisti di creazione a tavolino e di produzione del pollo industriale.

    Questa teoria, riportata fra l’altro dall’ONG “Grain” (1) che si occupa principalmente di tutela della biodiversità, fino ad oggi è rimasta racchiusa nella ristretta cerchia degli ultras dell’agricoltura biologica e dell’ambientalismo. Una cerchia non imparziale, in linea di principio, ma che merita assolutamente voce e attenzione, se non altro per bilanciare la propaganda della lobby degli allevatori industriali. Certo, di aviaria sarebbe meglio non parlare, visto che già se ne è parlato troppo e i risultati di questo blaterare in maniera semplicistica e scandalistica sono sotto gli occhi di tutti: psicosi e cali vertiginosi nei consumi, piccoli allevatori sul lastrico, posti di lavoro persi e grandi rimborsi, a carico dei contribuenti, diretti soprattutto alle grandi aziende, in Italia come in Tailandia come nel mondo. Tuttavia, pur con tutta la calma e con tutta la fiducia possibile negli allevamenti italiani, sicuramente più controllati degli allevamenti intensivi Tailandesi, e nella speranza di non alimentare ulteriori psicosi, è doverosa un’analisi delle tesi di GRAIN che ci pone problemi seri, che vanno al di là dell’epidemia contingente fin troppo enfatizzata, mettendo in discussione un intero sistema di industria e di caccia alla produttività applicata ad un settore delicato come quello dell’alimentazione.

    ìL’Asia esporta milioni di polli, e solo la Tailandia è tra primi cinque esportatori mondiali del settore. Il grosso dell’export, rivolto principalmente a UE e Giappone, coinvolge il gigante Charoen Pokphand (Cp) (2), una conglomerata multinazionale presente in più di 20 paesi, che ha impiantato i primi allevamenti industriali negli anni ‘70. Sarebbero questi pollai industriali, dove decine di migliaia di polli selezionati geneticamente consumano i loro 35 giorni di vita ammassati l’uno sull’altro in batterie sempre sottoposte alla luce artificiale, secondo il rapporto di “GRAIN”, le vere incubatrici del virus H5N1. Ed è su queste industrie transnazionali dei polli, sempre secondo GRAIN, che andrebbero indirizzati gli sforzi per controllare il virus.

    Gli allevamenti industriali presentano le condizioni ideali per la diffusione del virus. Sono due i fattori principali, particolarmente evidenti nel contesto del sud est asiatico, che determinano questa presunta predisposizione, e cioè la debolezza dei polli e le condizioni di allevamento. .

    La debolezza dei polli è determinata da una molteplicità di fattori collegati alla necessità di ottenere, in tempi record, polli grassi e carnosi (3). I polli presenti negli allevamenti industriali presentano numerose disfunzioni metaboliche legate al nutrimento intensivo, come fegati ingrossati e masse grasse straordinariamente sviluppate in opposizione a scheletri ossei non ancora formati. Gravi sono le implicazioni che hanno sulla resistenza dei polli anche l’assenza di movimento e di aria fresca a cui gli allevamenti li costringono, l’esposizione a luci artificiali continue (per accelerare il metabolismo) che, tra l’altro, creano ambienti caldi e malsani -anche a causa delle grandi quantità di deiezioni che si depositano sul terreno. Il pollo da allevamento è una macchina biologica ad elevatissimo “indice di conversione”: un pollo mangia un chilo e mezzo di mangime e ne “produce” uno di carne. La durata media della sua vita in allevamento è di 35 giorni, durante i quali vive con altri polli ad una densità di 10-15 polli al metro quadrato. I mangimi, ad alto contenuto di antibiotici (unico modo per contrastare le infezioni vista l’estrema debolezza dei polli ad ogni tipo di agente patogeno), possono contenere proteine animali derivate dalle interiora, dalle teste, dalle zampe, dalle piume derivate dai loro fratelli morti in precedenza, oltre alle proteine animali acquistate dove costano meno (farine di sangue e di pesce) e sono prodotti da poche grandi aziende secondo formule in buona parte top secret. Unico risultato ufficiale l'effetto Carmen Di Pietro: nel 1976 il petto di un pollo pesava circa 252 grammi, oggi miracolosamente ne pesa 382.

    Il contagio è favorito, naturalmente, dall’altissima densità e dal fatto che i polli sono deboli, nonché appartenenti tutti alla stessa specie (fattore che favorisce la diffusione delle patologie). Tutti i polli che compriamo e mangiamo, in tutto il mondo, sono oramai infatti solo di un paio di razze ibride (denominate COBB 500, i cui brevetti sono in mano alla The Cobb Breeding Company LTD), nate nei laboratori di genetica applicata, selezionate esclusivamente per l’ingrassaggio. Favoriscono la diffusione del virus anche le condizioni igieniche e il calore e il fetore inimmaginabile, provocato dall’illuminazione artificiale costante e sicuramente incentivato dal clima umido del sud est asiatico.

    Sarebbero quindi questi pollai industriali sarebbero le bombe batteriologiche dalle quali il virus si sarebbe poi diffuso agli animali selvatici tramite gli escrementi (usati anche come fertilizzante), tramite l’aria malsana prodotta dai pollai, tramite le piume e i resti di animali, tramite i pulcini scartati (usati anch’essi come fertilizzante) e anche tramite le uova fecondate esportate in altri allevamenti (è il caso dell’India e, pare, della Nigeria).

    «Tutti si ostinano a vedere gli uccelli migratori e i piccoli allevamenti come il vero problema» dice Devlin Kuyek di GRAIN. «Ma non è così che si diffonde la variante altamente patogena del virus. Il virus uccide uccelli selvatici e distrugge i piccoli allevamenti, ma è impossibile che sia diffuso da questi». «Ad esempio -scrive Green Planet, la rete italiana del biologico- in Malaysia il tasso di mortalità causato dall'H5N1 fra i piccoli allevamenti nei villaggi è solo del 5%, indicativo del fatto che il virus fatica molto a diffondersi nei piccoli assembramenti di polli. Il contagio da parte dell'H5N1 nel Laos, che è circondato da nazioni infette, è avvenuto solo nei pochi allevamenti industriali del paese, riforniti con pulcini provenienti dalla Tailandia. Gli unici casi di contagio in piccoli pollai, che supportano il 90% della produzione di polli del Laos, sono avvenuti nei pressi degli allevamenti industriali. "Le prove che troviamo sempre più, dall'Olanda nel 2003 al Giappone nel 2004 all'Egitto nel 2006, è che il contagio della variante letale dell'Influenza Aviaria si presenti in allevamenti industriali di larga scala e poi si diffonda da lì." spiega Kuyek. Il contagio in Nigeria all'inizio del 2006 iniziò in un singolo allevamento industriale, di proprietà di un Ministro, distante dai luoghi dove si concentrano gli uccelli migratori, ma noto per l'importazione clandestina dall'estero di uova fecondate. In India, le autorità locali dicono che il virus H5N1 emerse e si diffuse da un allevamento industriale di proprietà della più grande compagnia di pollame, la Venkateshwara Hatcheries». (4)

    Concentrando l’attenzione e le accuse sugli allevamenti famigliari e sugli animali selvatici (che possono comunque essere vettori), denuncia GRAIN, si vuole sfruttare un’emergenza causata dall’industria del pollame e dalle sue pratiche per avvantaggiare le stesse grandi industrie. Per affrontare il pericolo della diffusione del virus e della trasmissione all’uomo, che necessiterebbe del contatto diretto romantico ma mortale con gli animali infetti, molti governi del sud est asiatico –che hanno negato l’emergenza per mesi- hanno promulgato leggi che rendono obbligatorio l’allevamento al chiuso del pollame costringendo molti piccoli produttori, impossibilitati a costruire le strutture necessarie e già in difficoltà economiche per l’abbattimento dei polli e per il crollo della domanda, ad abbandonare l’attività favorendo i grandi colossi e i loro polli (pardon i loro COBB 500) geneticamente modificati da ingrasso. Secondo Grain questa tendenza avrebbe gravi implicazioni a livello di biodiversità, oltre che a livello sociale, favorendo, nel futuro, la nascita e la diffusione di nuovi virus e di nuove pandemia a discapito dell’uomo e degli animali.

    Note:

    (1) Grain è una ONG con base a Barcellona che si occupa della tutela della biodiversità e che pubblica numerosi rapporti in inglese pubblicati all’indirizzo
    http://www.grain.org/briefings
    (2) La vicenda dell’aviaria in Tailandia, con le coperture politiche a favore delle grandi industrie e la distruzione dei piccoli allevamenti a favore dei colossi nell’articolo “Thailandia, i disastri dell’influenza aviaria” (Le Monde Diplomatique. luglio 2004).
    http://www.ilmanifesto.it/MondeDiplo/LeMonde-archivio/Luglio-2004/0407lm09.01.html#1
    (3) Polli messi al forno, prima di “impazzire”, di Guglielmo Donadello, consulente aziendale settore zootecnico e agroalimentare (Liberazione, 19 novembre 2000).
    http://www.disinformazione.it/pollipazzi.htm
    (4) “Aviaria, la radice del problema è l’allevamento industriale” (Green Planet, 02/03/2006).
    http://www.greenplanet.net/Articolo14109.html
      

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