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    Scene strazianti di bestie uccise a bastonate per strada

    Allarme idrofobia strage di cani in Cina

    Cinquantamila ammazzati nello Yunnan
    3 agosto 2006 - Francesco Sisci
    Fonte: www.lastampa.it
    2.08.06

    cina , il massacro di Canni nella regione di Yunnan È una lezione della Sars, la polmonite atipica che ha messo quasi in ginocchio la Cina e ha terrorizzato il mondo nel 2003: non si possono usare mezze misure, non si possono prendere le cose alla leggera, si deve essere decisi, radicali, e, se necessario, anche spietati. Così in questi giorni sono finiti negli inceneritori oltre 50 mila cani in Cina, nella provincia meridionale dello Yunnan, tutti sospetti di essere a rischio di rabbia. Dopo la morte di tre persone, bisognava bloccare sul nascere quella che si temeva fosse una epidemia di idrofobia nel Paese. Non è la prima strage di animali innocenti in Cina. Nei mesi scorsi sono stati «giustiziati» sommariamente migliaia di polli, anatre e oche, che avevano appena cominciato a starnutire e sembravano stessero per diffondere la agghiacciante influenza aviaria.

    Qualche anno più in là, senza dirlo ai giornali, quando in Europa si rinunciava alla bistecca nel timore della mucca pazza, migliaia di capi di bestiame vennero uccisi e bruciati per il semplice timore che potessero essere contagiati. È una pratica antica, quella con cui si combattevano le epidemie nel medioevo cinese: uccidere insieme infetti e sospetti tali. Nei tempi andati i villaggi contaminati venivano chiusi e barricati in modo che non potesse uscire nessuno, poi una pioggia di frecce infuocate incendiava il tutto. Ai tempi della Sars i contadini dei villaggi vicino a Pechino volevano fare lo stesso con la capitale, sospetta di essere il focolaio del male. Su un tratto di autostrada venne aperto un solco con le ruspe e alacri contadini stavano quasi per erigere un muro quando la polizia di Pechino li disperse. Altri semplicemente allora si barricarono dentro il loro paesino rifiutando di far entrare alcun forestiero. Anche se a noi pare orribile, lo sterminio a scopo preventivo è un metodo nel Dna culturale cinese, quindi non ci sarebbe nulla di speciale nella sua applicazione con i cani se non fosse che l’animale negli ultimi dieci anni è diventato un simbolo nel Paese. Oltre alla vecchia e attestata abitudine a mangiarli, i cani, quelli più piccoli quelli chiamati non a caso «pechinesi», erano preziosissime bestiole da compagnia. Erano simboli di ricchezza ed agio, vezzeggiati, coccolati da «padroni corrotti», anche quando i braccianti fuori dalla porta morivano di fame. Per questo, per quello che simboleggiavano, vennero perseguitati e sterminati ad uno ad uno durante il periodo maoista. Erano accusati di mangiare tanto cibo quanto un uomo senza però produrre niente. Sparirono così dai salotti, e anche dalle mense. Con le riforme economiche di Deng cominciarono a tornare pian piano in entrambe le occasioni.

    I gourmet ripresero a gustare la stufato di cagnone, e i bisognosi di coccole ricominciarono ad abbracciare il fedele cagnolino. Lo stato per disincentivare il fenomeno e incanalarlo negli anni ’90 impose una tassa di 600 euro all’acquisto di un animale di taglia piccola più 500 euro all’anno, una cifra iperbolica al tempo, lo stipendio di un anno. Eppure il numero di cani crebbe con l’aumento della ricchezza del Paese. I più ricchi anzi importarono «cani illegali», cioè troppo grandi e troppo feroci. Adesso ci sono perciò cani lupi (più lupi che cani) che obbediscono solo se si parla loro in tedesco, sono arrivati alani alti quanto i pony mongoli, e dagli altipiani del Tibet sono stati portati giù pelosissimi mastini che rivaleggiano in stazza con i nostri San Bernardo. Questi non sono più bestie da compagnia. Anche se non si possono portare a passeggio, il loro semplice sonoro latrato è uno status symbol, una ostentazione del superfluo, mentre milioni nelle campagne restano ancora poverissimi e assediano le città con il sogno di un futuro migliore.

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