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    Lo rivela un'indagine patrocinata dal Festival della Filosofia E sono soprattutto i giovani - la generazione Disney - a crederlo

    Anche gli animali hanno un'anima lo sostiene un italiano su due

    17 settembre 2006 - Michele Smargiassi

    Non lo dice la parola stessa? Gli animali hanno l'anima. Ne è convinto un italiano su due. Con tanti saluti ai pensatori che, da Aristotele a Kant, sostennero il contrario. Bella figura, i grandi filosofi, sconfitti dalla vox populi proprio alla vigilia del Festival Filosofia di Modena. Che quest'anno, volendo occuparsi di Umanità, ha buttato uno sguardo anche al suo reciproco, l'animalità, o almeno all'idea che noi esseri pensanti ce ne siamo fatta; e ha commissionato all'Istituto Piepoli un'indagine sull'opinione che abbiamo dei nostri coinquilini terrestri.

    Per scoprire che sul punto più controverso e immateriale gli italiani sembrano seguire più il verbo di Walt Disney che quello di San Tommaso. Sì, dicono 49 intervistati su cento, gli animali l'anima ce l'hanno, punto e basta. Forse hanno risolto il dilemma millenario in modo drastico, come fece quel pioniere dell'animalismo che fu Victor Hugo: "Guardate negli occhi il vostro cane, e provate a dire che non ha l'anima". Ma il fatto è che della spiritualità animale sono convinti anche quelli che un cane da guardare negli occhi (o un gatto, o un canarino, o un pesce rosso) non ce l'hanno: i proprietari di bestiole domestiche sono solo il 41 per cento degli intervistati. Trattasi dunque di opinione più teorica e filosofica che sperimentale o emotiva.

    E' vero che quasi metà degli intervistati, dovendo indicare l'animale che sente più vicino all'uomo, pensa al bastardino scodinzolante che ha in salotto o in cortile; ma oltre un terzo, al secondo posto, indica la scimmia, che sopravanza di ben sei volte, in diritto alla spiritualità, il pur astuto micio di casa e di dieci il nobile cavallo. E nella classifica degli aventi diritto a una quota di spiritualità ci sono anche le lucertole, le orate, i passerotti e perfino, a quanto lascia capire l'ampiezza (10%) della risposta "altri", alcuni insetti.

    Gioiranno in ogni caso gli animalisti di questa débacle referendaria dell'antropocentrismo. Nel cui muro, reso forte da potenti citazioni bibliche, la Chiesa stessa che negò per secoli l'anima alle donne ha recentemente aperto molte crepe a favore delle bestie. Lasciamo pur stare san Francesco che predicava a lupi e uccelli: i papi in persona hanno fatto importanti ammissioni.

    Paolo VI adombrò l'idea che in paradiso potremmo rivedere anche gli animali del creato. Giovanni Paolo II, in un'udienza del '90, accennò all'"alito o soffio vitale" che anche le più umili bestioline ricevettero da Dio nei giorni della Creazione. Perfino il solido antropocentrismo razionalista e laico vacillò quando il comunista, ma anche poeta, Pietro Ingrao spezzò una lancia a favore del "vivente non umano".

    Ma non facciamola troppo complicata: più che delle speculazioni intellettuali, questa teologia animale popolare e spontanea è figlia di qualche decennio di cartoni animati pieni zeppi di bestie parlanti, pensanti, senzienti (dal tenero Dumbo fino al rovesciamento paradossale dell'Era Glaciale, dove mammut generosi e bradipi loquaci fanno sfigurare i sapiens muti, goffi e semiselvaggi). La rivolta di questa estate contro la caccia ai caprioli in Piemonte viene più dal cinema d'animazione che dall'ecologia. Non è un caso che tra i più giovani la quota di credenti nell'anima animale raggiunga il picco del 60 per cento. La generazione Bambi è cresciuta nella favola degli animali buoni e antropomorfi, che ridono piangono soffrono e spalancano gli occhioni (poi ogni tanto le cronache raccontano di bambini che s'infilano sorridenti nelle gabbie dello zoo, con prevedibili conseguenze).

    Certo quest'anima che metà degli italiani attribuisce agli animali, obbietterebbe Aristotele, è più sensitiva che intellettiva. L'intelligenza, infatti, si colloca solo al terzo posto (17%) tra gli attributi che ci accomunerebbero agli animali, molto dopo il bisogno d'affetto (56%) e l'istinto (46%). Ma possedere un'anima anche in parte paragonabile a quella umana dovrà pur avere qualche conseguenza. Difatti, per la quasi totalità degli intervistati (95%) gli animali domestici "hanno dei diritti". Quali? Ricevere affetto (66%), nutrimento (73%), libertà (65%), pulizia e igiene (65%), soprattutto non subire violenza (79%). Per il 67% tutti quanti gli animali del creato hanno questi stessi diritti. Sono vegetariani due terzi degli italiani? No, ma non bisogna pretendere eccessiva coerenza dai sondaggi d'opinione.

    Anche perché viene il sospetto che gli esseri umani, quando parlano di animali, pensino in realtà sempre e solo a se stessi. Interrogati sull'animale che sentono più somigliante a se stessi, molti vanitosi tirano fuori leoni, pantere, tigri. Come nei bestiari medievali, i poveri animali non sono altro che un pretesto per parlare delle virtù e dei difetti degli uomini. L'antropocentrismo rispunta mascherato da animalismo, lo sciovinismo umanista si traveste da fratellanza spirituale intra-specie. Fossimo gatti, diffideremmo di questi umani troppo generosi, e riterremmo magari più crudamente sinceri quelli (un 8 per cento non trascurabile) che negano l'anima agli animali perché sono convinti che "l'anima non ce l'hanno neppure gli uomini".


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