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    Convegno della Lega antivivisezione alla Gran Guardia. In Veneto ne sono utilizzati 13mila in 39 stabilimenti.

    «Gli animali nei laboratori non servono»

    La Lav presenta i dati: diminuiscono gli esemplari ma aumenta la sofferenza.
    23 febbraio 2004 - Vittorio Zambaldo

    Diminuiscono gli animali utilizzati per la sperimentazione nei laboratori, ma aumenta la sofferenza. È la sintesi del Rapporto 2004 della Lega antivivisezione (Lav) messo a punto dalla ricercatrice Roberta Bartocci, biologa, responsabile del settore vivisezione della Lav, che ha analizzato il problema regione per regione, passando al setaccio dati forniti dal ministero della Salute, dagli Uffici territoriali del Governo, dalle Ulss e dai Comuni, e analizzando gli stabilimenti che utilizzano animali, il tipo di esperimenti e gli allevamenti che riforniscono i laboratori. Una sintesi dei dati l'ha illustrata in prima nazionale a Verona, nel convegno promosso dalla Lav scaligera alla Gran Guardia, in collaborazione con l'assessorato alle Politiche ambientali del Comune. Dal milione e 200mila animali utilizzati nel 1992, si è passati ai 900mila del 2000, ma se è diminuita anche la sperimentazione in deroga (per la didattica e su cani, gatti e primati), è aumentata di molto la sperimentazione senza anestesia, che per legge dovrebbe avere carattere di eccezionalità, ma in realtà corrisponde al 20 per cento delle autorizzazioni richieste e rilasciate.
    A Verona, per la presenza dei laboratori Glaxo e dell'Università, e grazie ai dati completi raccolti per gli anni 2001 e 2002, la ricercatrice ha potuto contare 12.960 animali utilizzati, di cui 4.960 (39% del totale) sono impiegati solo per il prelievo di tessuti, con il fine di allestire colture cellulari su cui poi verranno eseguiti degli esperimenti.
    «Si continua a ripetere nei convegni scientifici che questo genere di sperimentazioni non sono efficaci per le ricerche. Se invece si uccidono animali e si studia sulla loro morte, qualche interesse deve esserci. Perché allora non si utilizza materiale umano di scarto, derivato da biopsie o da cadaveri?», si chiede la biologa.
    Il Veneto con 39 stabilimenti è al quinto posto tra le regioni italiane per la sperimentazione sugli animali: il primato spetta alla Lombardia con 121, seguita da Emilia Romagna con 94, Lazio 57, e Toscana 50, mentre in coda, con nessun laboratorio, ci sono la Provincia autonoma di Bolzano e la Valle d'Aosta; complessivamente in Italia ci sono 551 stabilimenti che utilizzano animali. Il giro d'affari stimato è di un milione e 300mila euro per un allevatore che rifornisca solo topi per un intero anno a un ateneo italiano, ma la cifra cresce sensibilmente se si aggiungono cani, gatti e scimmie.
    Eppure ci sono altre strade percorribili per la scienza, come ricorda Annalaura Stammati, dell'Istituto superiore di Sanità, presidente della piattaforma italiana per i metodi alternativi, che si occupa della loro validazione, diffusione e applicazione nei campi di ricerca, un tavolo a cui partecipano istituzione governative, industrie, ricercatori del mondo scientifico e organizzazioni animaliste.
    Una visione meccanicistica degli esseri viventi, eredità di un pensiero scientifico primitivo, accetta che l'animale sia modello per l'uomo «ma è un'affermazione priva di senso», sottolinea Gianni Tamino, biologo dell'Università di Padova, autore di numerosi saggi sulla vivisezione, «perché un essere vivente è materia, energia e informazione e questa dipende dal bagaglio di informazioni genetiche interne, ma anche dal numero di informazioni esterne con le quali entra in relazione e in base alle quali si modifica. L'animale da sperimentazione è tenuto in cattività e in condizioni tali che privano l'organismo di potenzialità e di difese. Il concetto di omologia», spiega il docente, «non ci garantisce che i risultati siano estrapolabili per gli esseri umani, perché quello che succede sull'uomo lo sappiamo solo dopo aver provato e sbagliato sull'uomo, come la storia dei trapianti di organi insegna».
    Il futuro, assodate queste premesse scientifiche, è nell'evoluzione legislativa e Giulio Schmidt, parlamentare di Forza Italia, primo firmatario di una proposta di legge trasversale sulla sperimentazione animale, attualmente in Commissione affari costituzionali, ha fatto un quadro lucido della situazione. L'introduzione nella bozza di costituzione europea dell'articolo 3-5bis che impegna l'Unione europea a «tener conto del benessere degli animali in quanto esseri senzienti» è la premessa anche per una proposta di modifica dell'articolo 9 della nostra Costituzione, in cui gli animali vengano inseriti come patrimonio da tutelare, al pari del paesaggio e dei beni storici e culturali.
    Sta chiudendo il suo iter parlamentare la legge che trasforma in reato il maltrattamento animale, «una buona legge di partenza, diventata una legge discreta dopo una serie di emendamenti imposti dai soliti ossessionati sui riflessi che potrebbe avere sulla caccia», riconosce Schmidt.
    Intanto sono depositate due proposte di legge per l'abolizione della sperimentazione sugli animali d'affezione e per la modifica dell'ordinanza del ministro Sirchia sugli animali pericolosi, mentre è al lavoro un comitato per la revisione del decreto legislativo 116/92, che parta dalla premesse che la sperimentazione animale debba essere un fatto eccezionale e siano incentivati i metodi alternativi.
    «Il cammino è lungo», conclude Schmidt, «ma ciascuno può fare la sua parte anche solo con l'obiezione di coscienza, che non è solo dell'operatore nei confronti della sperimentazione, ma anche di chiunque nei confronti di tutto ciò che è legato alla vita degli animali, al modo di vivere e di consumare».

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