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    Una civiltà dove gli animali sono ridotti a cose

    L'ultimo virus...

    "... siamo noi stessi a trasformare queste povere bestie in altrettante bombe virali che si possono disinnescare solo facendone strage, sacrificandole appunto. E spesso tutto questo per aumentare i nostri consumi, e i nostri profitti".
    8 marzo 2004 - Marino Niola

    Il servizio veterinario, che ha rigidamente applicato il protocollo previsto in casi del genere, non ha fatto che compiere un atto dovuto. E del resto un caso simile - un carico di pappagalli infetti questa volta provenienti dal Sudamerica - stava addirittura per causare la morte di due ispettori dell’aeroporto di Fiumicino, ricoverati all’ospedale Spallanzani di Roma nel reparto di malattie infettive.
    Tuttavia il fatto che l’uccisione di migliaia di poveri animaletti, sia pur inevitabile, possa diventare un atto dovuto e ci faccia tirare un sospiro di sollievo non può esimerci da qualche amara riflessione. Una prima di tutte. La nostra sicurezza richiede un prezzo ogni giorno più alto non solo in termini economici ma in termini di vite sacrificate. Nel senso che per vivere tranquilli, noi e i nostri figli, siamo costretti sempre più spesso a togliere la vita ad altre specie viventi. Pericolose, certo, come la mucca pazza, i polli infetti, e come i pappagallini col morbo di Newcastle. Ma il problema centrale riguarda la nostra responsabilità di esseri pensanti. Perché in realtà siamo noi stessi a trasformare queste povere bestie in altrettante bombe virali che si possono disinnescare solo facendone strage, sacrificandole appunto. E spesso tutto questo per aumentare i nostri consumi, e i nostri profitti. O per il nostro passatempo, per avere in casa degli animali-giocattolo ai quali riconosciamo lo statuto di esseri viventi solo quando gratificano a buon mercato la nostra voglia di tenerezza.
    Così per un verso non facciamo altro che proclamare la sacralità della vita, il rispetto delle leggi naturali. Mentre dall’altro ci serviamo della natura e delle sue specie come se fossero strumenti fatti a uso e consumo dell’uomo. Dimenticando che l’uomo non è il centro del mondo ma solo una sua parte, l’elemento di un equilibrio che non può esser turbato a lungo senza patirne tutti le conseguenze. E così quando la natura alterata da noi reagisce minacciosa, quando le mucche diventano pazze, quando il nostro cibo si ammala, ci difendiamo senza pietà. Quattrocentomila le mucche uccise nella sola Germania perché sospette di essere malate, milioni gli uccelli eliminati in cattività per la sicurezza del commercio di volatili vivi. E adesso i quattromilaottocento pappagallini abbattuti a Napoli.
    È come se la forbice tra la sicurezza e la pietà si allargasse sempre di più nel senso che il nostro, legittimo, desiderio di sicurezza rende oggettivamente sempre più alta la soglia della pietà. Questo è il prezzo inevitabile del nostro benessere, la condizione indispensabile della nostra tranquillità. Il che non significa che siamo tutti cattivi. Semplicemente, è così che funziona la nostra civiltà. Ma se abbiamo costruito una civiltà dove gli animali, e qualche volta anche gli uomini, sono ridotti a cose evidentemente non siamo nemmeno buoni come crediamo di essere.

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