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    Una ricerca britannica

    Gli animali in fuga dall’ecoturismo

    Dai gorilla ammalati ai delfini stressati, è allarme negli ultimi paradisi
    «Colpa di infezioni e inquinamento portati dai gruppi di visitatori»
    13 marzo 2004 - Gabriele Beccaria

    Maledetti ecoturisti. Se solo gorilla e pinguini potessero parlare.
    Mettetevi nei loro panni. Perché andare a disturbare il pranzo di un leone, sgommando nella savana, scattando foto a non finire e filmando ore di inutili immagini tutte uguali? Perché spiare i delfini della Nuova Zelanda, costringendoli ad avvicinarsi a barconi trasformati in luna park galleggianti e a nuotare accanto a bambini chiassosi e pensionati perditempo?

    Domande che si è posto un serio zoologo britannico - Nigel Dunstone, dell’università di Durham - dopo vent’anni di ricerche su una moda dilagante, l’ecoturismo. Alla fine, più che i decantati vantaggi di una certa propaganda verde, ha scoperto tanti danni e mali. Le specie e gli habitat che i volonterosi (e spesso danarosi) signori del «viaggio nella natura incontaminata» dovrebbero contribuire a proteggere sono le loro prime vittime. Dove arrivano le tribù dei visitatori umani il disastro è sempre alle porte.

    Le manguste del Botswana sono piagate dalla tubercolosi, i pinguini del Polo Sud muoiono periodicamente a migliaia e migliaia, i gorilla del Ruanda soffrono di gravi disturbi all’apparato digerente. Un tempo, non molti anni fa, stavano benissimo. A contagiarli con germi e batteri umani sono stati proprio gli ecoturisti ficcanaso, colpevoli - secondo Dunstone - di violare ogni angolo ancora incontaminato e di inquinarlo, consapevolmente o no.

    E quando non diffondono malattie (come fecero i progenitori colonizzando le Americhe), alle bombe biologiche ne sostituiscono altre, psicologiche: molti animali soffrono di umanissimo stress, comunicato dagli ancora più nevrotici curiosoni con fotocamera e guida ultima edizione.

    Così molte popolazioni di delfini, dagli oceani al Mediterraneo, diventano frenetiche non appena avvertono l’arrivo dei turisti, tanto che, in alcuni casi estremi, riposano appena lo 0.5 per cento del tempo contro il 68 della media naturale, sconvolgendo sia i ritmi metabolici che i comportamenti sociali. Nella Baia di Hudson, in Canada, gli orsi polari sono non meno agitati: i periodici contatti con gli uomini li hanno messi sul chi vive, costantemente, e in questo modo bruciano energie preziose, che dovrebbero invece concentrare sulla caccia.

    E ancora più alterati appaiono i dingo dell’australiana Isola di Fraser, davanti al Queensland: attaccano con crescente frequenza, manifestando un’aggressività che lascia stupefatti gli scienziati.
    «Gli ecoturisti sono diventati troppi», sintetizza Dunstone. Le statistiche rivelano che a questa specie altamente invasiva appartiene il 20 per cento dei milioni di multiformi viaggiatori che si spostano senza sosta, dai villaggi «all inclusive» ai deserti di sabbia.

    Sono passati appena 160 anni da quando il loro celebrato padre - l’americano Henry Thoreau - si muoveva solitario per i boschi e le colline del Maine e ora la febbre del profitto (a cominciare da quella delle nazioni più povere in Africa e Asia) ha cambiato tutto. Ai rari amatori si sono sostituite masse difficili da educare e soprattutto da gestire. A Washington gli studiosi del «Conservation International» hanno calcolato che il «nature tourism» continua a crescere, tra il 10 e il 30 per cento l’anno, contro il 5 di quello tradizionale. Se il trend non si ferma, chiunque - almeno una volta - potrà snobisticamente raccontare di aver vissuto l’emozione dell’ecoturismo.

    La soluzione - per Dunstone - è drastica: limitare e autolimitarsi. Se le premesse sono buone (aiutare Paesi in bolletta a salvaguardare preziosi paradisi naturali), si devono mettere sotto controllo gli eccessi. Mai più «effetti Ibiza», con strusci collettivi. Secondo le sue osservazioni condotte nel Parco Manu, in Perù, «un gruppo non deve mai superare le trenta persone: oltre scattano gli effetti perversi sugli animali, su salute, comportamenti, migrazioni».

    Da ieri a Lisbona, al meeting sul turismo sostenibile sponsorizzato dall’Onu, i delegati di cinquanta nazioni discutono anche di questo. E dovranno ascoltare i moniti di molti scienziati arrabbiati, come Rochelle Constantine dell’università di Auckland, Nuova Zelanda: «Aiutate gli animali. Non capite che senza di loro anche l’ecoturismo si estinguerà?»

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