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    Gli animali non sono mercanzie

    Le fiere del cucciolo

    Il progresso e la civiltà non passano certo da un Paese che accoglie
    umilianti mostre in cui gli animali vengono usati a scopo di lucro
    16 marzo 2004 - Roberto Gervaso

    I comuni che le ospitano non dimostrano rispetto per la vita né compassione verso esseri indifesi e sfruttati come strumento di guadagno. Sappiamo tutti che in queste mostre i cuccioli subiscono sofferenze fisiche e psichiche inimmaginabili: giornate intere trascorse in gabbia, lunghi spostamenti. Animali provenienti dai Paesi dell'Est, imbottiti di farmaci per resistere
    allo stress, messi a disposizione di sguardi indifferenti, come fossero semplici oggetti. Visitare queste esposizioni o, peggio ancora, acquistare queste povere bestiole non fa che aumentare la loro sofferenza. Mostrare gli animali come semplici "cose" è fortemente diseducativo, soprattutto nei confronti di bambini obbligati a conoscere in diretta l'umiliazione nella detenzione. I canili sono pieni di animali abbandonati e compito primario delle amministrazioni è quello d'incentivare le adozioni e non le mostre. Che vergogna: come si possono tollerare simili esibizioni e abiezioni? Cosa aspettano le autorità, corresponsabili di tanta barbarie, a porvi
    rapidamente e drasticamente fine? Cosa aspettano? Aspettano che noi, noi cittadini, ci mobilitiamo e, armati della nostra buona coscienza, del nostro grande amore per gli animali, scendiamo in piazza e muoviamo in corteo contro le sedi di un potere che punta solo a perpetuarsi? Un potere senza cuore, un potere senz'anima, un potere senza niente.
    In tante, troppe città e cittadine, abbiamo visto, visto con i nostri occhi, dozzine di cuccioli di ogni razza stivati come sardine, affastellati come oggetti, come gadget in uno spazio che non poteva decentemente ospitarne più di un paio. Che poteva ospitarne: non doveva. La cattività degrada gli
    uomini e gli stessi animali. Liberi li vogliamo, i nostri amici a quattrozampe. Li vogliamo liberi, meglio se amati, e sempre rispettati. Gli animali non si vendono, esposti in gabbie da mercanti che, fingendo di averne cura, sfamarli e dissetarli, lucrano su di loro. Ci sono i canili, e
    ce ne sono tanti, in tante città. Chi non vuole stare solo, chi cerca un amico, un amico vero, il più fedele degli amici, è qui che deve andare; è ai custodi e ai gestori di questi ospizi, la cui vista stringe il cuore a chi ha un cuore, che deve rivolgersi. Scelga lì il suo devoto compagno, che non
    lo lascerà mai e mai lo tradirà. O faccia come noi, come me e mia moglie che, vicino a una discarica, alla periferia di Reggio Calabria, in un torrido pomeriggio di cinque anni fa, avvistammo un randagio, tenuto a distanza da tutti, preso a sassate da infami teppisti. Lo chiamammo a noi e lui ci venne incontro, ci guardò negli occhi, ci offrì la zampa, come se ci conoscessimo da sempre e, dopo una lunga lontananza, ci fossimo ritrovati. Lo accarezzammo e, con una cordicella di fortuna, lo legammo, consenziente, a noi. Quanta gratitudine nel suo sguardo e quanta felicità nei nostri. Gli demmo un nome, "Poldo", e anche un soprannome, "Burino". Sembrava un setter, e lo era. Ma era anche un bracco, un pointer, un lupo, un mastino, un pastore, un cirneco, un chihuahua. Un palinsesto di razze, con una, quella del setter,
    dominante. Dovevamo andare a Messina, poi a Palermo. Lui in macchina, seduto ai miei
    piedi, accanto a mia moglie che guidava, per tutto il tragitto non fece che scodinzolare e leccarmi le mani. Da cinque anni vive con noi, ci segue ovunque e quando partiamo e, nostro malgrado, dobbiamo allontanarci da lui, si rannicchia nella sua cuccia, il muso affilato sotto le lunghe orecchie per non assistere al congedo. Gli animali, dicevamo, vanno almeno rispettati, ma chi li mette in vendita come pupazzi viene cinicamente meno a un elementare dovere. Per questo
    chiediamo, e speriamo che la richiesta, una volta tanto, non cada nel vuoto, che le mostre, chiamiamole così (ma non sarebbe meglio definirle gogne?), siano proscritte, definitivamente e inappellabilmente. Anche gli animali hanno un'anima, e il loro etimo ne è la prova. Un'anima collettiva, ma un'anima. A chi ne fa mercimonio va tutto il nostro disprezzo. Esteso a chi finge di non sapere e di non vedere. O, vedendo e sapendo, non interviene, non interdice, non punisce.

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