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    60 milioni di topi "brevettati"

    Gli stabulari dei laboratori più importanti del mondo si trovano ad affrontare un problema di sovrapopolamento di cavie
    25 marzo 2004 - Davide Ranzini

    Campioni di modello sperimentale i topi occupano ormai quasi quotidianamente gli articoli scientifici sulle pagine dei maggiori quotidiani e riviste nazionali ed internazionali. Poco costosi, efficienti, facili da stabulare, sono usati principalmente dagli scienziati di tutto il mondo, nella ricerca biomedica, per studiare come nascono ed evolvono le più svariate malattie dell'uomo. Malattie che, come qualcuno ingannevolmente scrive, i roditori sviluppano autonomamente ma che invece più esattamente come cavie, gli vengono trasmesse. Il loro utilizzo spazia dallo studio del morbo di Alzhaimer, malattia degenerativa del cervello (in realtà, come pezzi di un puzzle, ciascuno dei modelli murini riproduce uno o alcuni degli aspetti della patologia), all’osservazione della progressione dell’epatocarcinoma, fino alla ricerca per sconfiggere i disturbi neurali come il Parkinson. Soprattutto i topi “brevettati”, cioè transgenici (le mutazioni del patrimonio genetico vengono provocate dai ricercatori allo scopo di analizzare la funzione di ciascun gene) sono disponibili a milioni in ogni “versione” (ne esistono oltre tremila varietà, e il loro utilizzo è soggetto a pagamento dei diritti) tanto che lo scorso anno, la prestigiosa rivista scientifica inglese “Nature” ha denunciato che gli stabulari dei laboratori più importanti del mondo, “stanno letteralmente scoppiando”. E’ stato anche previsto, che quando i ricercatori, ne avranno mappato l’intero genoma, e inizieranno a lavorare sulle funzioni dei diversi geni che lo compongono, come ha riportato la rivista Le Scienze dell’ agosto scorso, il loro numero salirà a oltre 60 milioni di unità ! Una cifra basata su un’ ipotesi che ha calcolato, per le specie murine, un genoma all’incirca di 30mila geni. Si sta perciò pensando ad ogni alternativa possibile: come ingrandire i laboratori, costruirne di nuovi, o meglio ancora sopprimere le cavie già studiate mantenendo, per ogni varietà, le sole cellule riproduttive o gli embrioni congelati e soprattutto, migliorare le tecniche di ricerca sulle singole cavie disattivando di volta in volta specifiche proteine prodotte dai geni selettivamente “azzittiti”, in modo che non s’attivino finché si prendono in esame altre parti del genoma. Quest’ultima prassi andrebbe a ridurre considerevolmente il numero di cavie previste, perché ogni topo verrebbe utilizzato per lo studio di parecchi geni di diversa funzione, situati in varie zone sui cromosomi. Se oggi i laboratori di ricerca mondiale si trovano ad affrontare così un problema di sovrapopolamento di cavie, in questo caso di roditori “brevettati”, ancora una volta però la riflessione va a tutte quelle ricerche che impiegano animali come modello sperimentale. Una prassi scientifica che, all’interno di un laboratorio, riduce dei sistemi complessi, ad una mera logica lineare di causa-effetto, nonostante la realtà abbia più di una volta dimostrato di essere molto lontana da quel modello sperimentale studiato, perché, giova ribadirlo, qualsiasi “modello” animale è, “nel migliore dei casi un’imitazione delle condizioni umane, ma nessuna teoria può essere approvata o respinta sulla base di un’analogia"( Neal D. Barnard e Stephen R. Kaufman
    www.antivivisezione.it). E non senza dimenticare le questioni etiche sollevate dal loro impiego, messe in luce da più parti. Proprio recentemente il senatore americano Mark Hatfield, che si è da tempo distinto nella lotta contro i brevetti sugli animali e sul loro uso sperimentale, in un dibattito svoltosi al Congresso degli Stati Uniti ha così riassunto il problema: “I brevetti sugli animali sollevano la cruciale questione etica del rispetto per la vita. Come si comporteranno le generazioni future? Seguiranno l’etica di queste politiche sui brevetti, e considereranno la vita alla stregua di un qualsiasi manufatto o prodotto chimico, privo di particolare valore o senso, a parte quello puramente commerciale? O prevarrà piuttosto un’etica del rispetto della vita, che saprà sconfiggere la tentazione di trasformare la vita creata da Dio in mero oggetto di commercio ?”.

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