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    Caccia all’uomo: tutto ciò che non devi sapere

    10 maggio 2004 - Filippo Schillaci

    Una delle tente vittime della caccia

    Un bambino in sala rianimazione con il viso perforato da una scarica di pallini, una donna colpita da una fucilata nell’orto di casa, un agricoltore trucidato mentre lavora nel suo campo all’imbrunire, un ciclista ucciso mentre attraversa un bosco. E poi: fucilate su un ospedale, bambini colpiti mentre giocano in giardino, un uomo sfigurato per sempre da una scarica di pallini che gli ha portato via quasi mezzo viso... sto citando a memoria, e potrei andare avanti ancora a lungo. E a memoria di questi fatti ne ricordo solo una piccola, piccolissima parte fra quelli che si sono verificati nei due ultimi anni. E che torneranno inevitabilmente ad accadere da settembre in poi, fino al tramonto del 31 gennaio 2005 che porrà nuova, provvisoria, fine alla mattanza.
    Non si tratta di quanto accade in una regione stretta nella morsa della mafia ma delle cronache normali, quotidiane di quanto accade in un paese in cui quasi 800.000 individui per cinque mesi all’anno si aggirano, legalmente armati, per boschi e campagne sparando a volontà. “Seguendo regole precise”, affermano; troppo spesso violandole tutte. Questo paese non è l’Uganda percorso dagli squadroni della morte ma l’Italia, l’Italia (e non soltanto essa, ovviamente) percorsa dagli squadroni dei cacciatori, l’Italia insanguinata durante una normale, qualsiasi stagione di caccia.
    Quanto insanguinata, ti chiederai? Dei morti non umani, dei milioni di animali sterminati sadicamente ogni anno sai già parecchio, ne hai già sentito e ancora ne sentirai parlare da più parti. Tutti ne parlano. E giustamente. Ma come hai già capito è altro il sangue di cui parlo io: è quello umano. Quasi dieci morti al mese ha censiti l’EURISPES nel 2001 e altrettanti ne ha censiti la LAC nel 2002. Ma i numeri assoluti, da soli, non dicono molto. Per capire cosa essi significhino pensa che, fatte le opportune proporzioni fra numero di cacciatori e numero di lavoratori, la frequenza degli incidenti mortali di caccia è quasi 7 volte superiore a quella degli incidenti mortali sul lavoro. E i morti sono solo la classica punta dell’iceberg: tutto intorno, un numero quasi doppio di feriti e, soprattutto, un numero mai calcolato, e non certo facilmente calcolabile, di persone che nelle campagne italiane vivono per quasi metà dell’anno letteralmente sotto l’incubo di una cappa di piombo.
    Che dice di tutto ciò il legislatore? E’ molto semplice: nulla o poco più di nulla. Accade infatti che, mentre la sicurezza sul lavoro è stata tema di intensa e dettagliata attività legislativa, spinta fino al limite estremo - e comprensibile - della pignoleria, la sicurezza nella legislazione sulla caccia è affidata al puro e semplice obbligo, a carico del cacciatore, di rispettare certe distanze da strade ed edifici e di stipulare una polizza assicurativa per responsabilità civile, una situazione paragonabile a quella che, in tema di sicurezza sul lavoro, era in vigore 100 anni fa.
    Perché questo incredibile divario? Perché accade che io, cittadino italiano, dal momento in cui metto piede in quello che è il mio posto di lavoro, sono tutelato da una legge così dettagliata da definire non solo il numero delle uscite di sicurezza, non solo la larghezza di ciascuna di esse ma addirittura le tolleranze ammissibili su tale larghezza, e che giunge a dare perfino la definizione di “larghezza” di una porta, mentre dal momento in cui, abitando in campagna, esco di casa, al momento in cui giungo in questo luogo iperprotetto nulla vieta che io sia sottoposto al tiro “ludico” di altrui armi da fuoco? Questa domanda non ha per me nulla di astratto: da anni essa fa parte della mia concreta vita quotidiana di campagnolo. Dare a essa una risposta è stata una faccenda un po’ lunga. Non difficile, lunga. Ma la risposta è riassumibile in una singola frase: sottoporre la caccia agli stessi standard di sicurezza obbligatori in ogni altro campo della nostra vita significa porre a essa tali e tanti limiti da renderla di fatto vietata nella quasi totalità dei casi.
    Ecco dunque il perché del silenzio quasi totale del legislatore su questo argomento. E ciò, nonostante il fatto che «è chiaro che l’attività venatoria può porre in pericolo la tranquilla convivenza dei cittadini, la loro incolumità, particolari attività da questi svolte, ecc. ecc.». Chi ha scritto ciò? Non io, né un qualche redattore di una pubblicazione ambientalista o animalista. Questa frase è tratta da un manuale di tecnica venatoria della Federazione Italiana della Caccia. Aggiungo: del 1979, ovvero di 13 anni anteriore alla vigente legge nazionale sulla caccia, che è del 1992. E che di questa semplice, intuitiva constatazione, ripeto, non ha recepito pressoché nulla.
    Ho detto del silenzio del legislatore, ma egli non è il solo a tacere: posso dire senza esagerare che da quando mi occupo di caccia, più esattamente di caccia e diritti dei cittadini, sono diventato un collezionista di silenzi, dei meno suggestivi fra tutti i silenzi del mondo: quelli dell’omertà.
    Il silenzio dei politici innanzi tutto, attenti da una parte alla lobby dei fabbricanti d’armi, che fra una guerra e l’altra “arrotonda” i propri degni guadagni con gli introiti provenienti dal mercato della caccia, attenti dall’altra a corteggiare quella piccola ma attiva fetta di elettorato che i cacciatori sono. Perché c’è il fatto che per un cacciatore la caccia è una sorta di religione: levagli il lavoro, la casa, la pensione, ma consentigli di sparare, di uccidere, di massacrare un giorno di più all’anno e voterà per te.
    Poi c’è il silenzio dei giornalisti, i quali, sì, certo, riferiscono puntualmente di ogni nuovo ferito, di ogni nuovo morto, ma ogni volta come fosse il primo. Quando un comunicato stampa li pone di fronte alla totalità del fenomeno, alla sua entità numerica, quando non si possono più pronunciare le parole “fatalità”, “incidente” al singolare, ma la massa dei cadaveri è visibile nella sua macabra completezza, quando i lamenti dei feriti formano un coro, allora improvvisamente tutto sui giornali tace.
    E infine c’è il silenzio più incredibile di tutti, il più sconcertante, quello di coloro da cui ci si aspetterebbe che queste cose le urlassero a gran voce, che le sbattessero in faccia all’opinione pubblica, che schiacciassero, con il loro peso, le congreghe dei cacciatori sotto le proprie responsabilità - gravissime - nei confronti di una società civile cui da sempre non appartengono. Parlo delle associazioni ambientaliste e animaliste, della maggior parte di esse quanto meno, nei cui comunicati, nelle cui pubblicazioni, nelle cui dichiarazioni tutto ciò di cui ti sto qui parlando sembra non esistere, non essere mai avvenuto.
    Intanto, nel momento in cui scrivo, una caterva di irresponsabili proposte di legge rischia di rendere l’incubo venatorio ancora più nero: sparatorie libere da ferragosto a tutto febbraio, impunità penale assoluta, diritto di penetrare (armati, non dimentichiamolo) nei fondi altrui rafforzato... nuovamente sto citando a memoria, ma c’è anche altro, molto altro. C’è quanto basta a trasformarci, come ha dichiarato qualche tempo fa un dirigente della Confederazione Italiana Agricoltori, da liberi cittadini a servi della gleba dei cacciatori. Mi correggo: a renderci tali ancora di più, poiché già, di fatto, lo siamo.
    Una cosa è certa: non accadrà senza ribellioni. A Jano, frazione di Sasso Marconi, i cittadini uniti hanno ottenuto dal sindaco un’ordinanza che espelle i cacciatori dalla loro frazione, in altri luoghi vi sono state ordinanze analoghe, sia pur “a termine”; gli operatori turistici cominciano a essere consapevoli che vacanze e fucilate sono due realtà che si escludono a vicenda, molti agricoltori hanno smesso di credere alla panzana del cacciatore che li protegge dai selvatici che rovinano i raccolti...
    Non accadrà senza ribellioni.
    E in conclusione potrei aggiungere: e badate che a me degli animali e della tutela dell’ambiente non me ne frega nulla. Non lo faccio perché non è vero, perché mi identifico totalmente in un’etica biocentrica e antispecista, ma potrei farlo, senza con ciò nulla togliere a quanto ho scritto fino a tre righe fa. Perché per essere contro la caccia, per affermare che il libero uso di armi da fuoco sul territorio, liberamente percorso da liberi cittadini, è una pura follia, non c’è alcun bisogno di essere ambientalisti o animalisti. E’ sufficiente avere un minimo di buon senso.

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