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    Killer di cani

    Chi uccide un cucciolo, il proprio cucciolo, chi uccide un cane, il proprio cane, che gli teneva compagnia da anni, non è solo un violento. E' qualcosa di più e di peggio: è un criminale. E i criminali non si puniscono con una multa: né di seimila euro né di sessantamila. I criminali si condannano, i criminali devono finire in galera e restarci finché non abbiano espiato la pena. Io, per questi assassini, assassini di cani, non ho pietà.
    24 giugno 2004 - Roberto Gervaso

    Un lettore mi ha mandato una copia della rivista animalista Impronte , che a pagina 4 pubblica questa notizia: «A Siracusa un uomo di cinquant'anni, F.G.A., è stato condannato a pagare una multa di seimila euro perché riconosciuto dal giudice colpevole di avere percosso, fino a provocarne la morte, un cucciolo di rottweiler. La sentenza è stata pronunciata a conclusione di una meticolosa istruttoria dibattimentale durante la quale quattro vicini di casa dell'uomo hanno dichiarato di averlo esortato, invano, ad astenersi dal picchiare il cucciolo. Ma si erano sentiti rispondere: “Fatevi i fatti vostri. Il cane è mio e ne faccio quel che voglio”. E, infatti, in un'afosa giornata di luglio del 2003, sulla terrazza della sua abitazione, il signor F.G.A. non risparmiò alcuna sevizia al malcapitato cane e continuò a picchiarlo con un bastone fino a massacrarlo. Si fermò soltanto quando il cucciolo, ormai incapace di reagire, si accasciò... Resta l'amarezza per un atto crudele sanzionato con una semplice multa».
    Se pochi padroni di cani arrivano a questo punto, si macchiano di simili barbarie, molti trattano male gli animali e non pochi, quando vanno in vacanza, li abbandonano sulle autostrade o nelle campagne.
    Chi uccide un cucciolo, il proprio cucciolo, chi uccide un cane, il proprio cane, che gli teneva compagnia da anni, non è solo un violento. E' qualcosa di più e di peggio: è un criminale. E i criminali non si puniscono con una multa: né di seimila euro né di sessantamila. I criminali si condannano, i criminali devono finire in galera e restarci finché non abbiano espiato la pena. Io, per questi assassini, assassini di cani, non ho pietà.
    Come si può, come si può impugnare un bastone e accanirsi contro il più amico dei nostri amici? Io, come potrei infierire su Poldo, il mio burino, goffo palinsesto di razze: un po' bracco, un po' spinone, un po' setter, e molto pointer? Come potrei vederlo guaiolare, soffrire, implorarmi con lo sguardo? Come potrei? Lo raccolsi con mia moglie a Reggio Calabria, in un torrido pomeriggio di sei anni fa, vicino a una discarica. Sta sempre con me, non mi lascia mai. E' la mia ombra, è un pezzo del mio cuore.
    Solo chi ama gli animali (e chi ama gli animali può amare un cane, un gatto, un canarino, una tartaruga, un criceto, una scimmia, un pappagallo, perfino un boa), solo chi ama gli animali è degno di possederne. Chi ama gli animali, e li ama davvero, come li amiamo noi, io, mia moglie e mia figlia, dovrebbe vigilare e denunciare (sì, denunciare) chi li maltratta. La delazione, gesto infame, in casi come questi è un atto meritorio, un dovere civico.
    Chi li abbandona non solo è crudele, non solo è ingrato, non solo è vigliacco. E' qualcosa di peggio e non chiedetemi che cosa. L'anno scorso con mia moglie e i nostri due cani, il burino Poldo e Vaniglia, dogo argentino di superba bellezza, morto lo scorso ottobre a tredici anni, andavamo in Sicilia. Sull'Autostrada del Sole, dopo Napoli e prima di Reggio Calabria, città natale del burino, ci sorpassò una land rover che, alla prima piazzuola d'emergenza, si fermò. Scesero due persone, un uomo e una donna sui trent'anni. Aprirono lo sportello posteriore dell'auto e tirarono fuori un barboncino al guinzaglio. Lo fecero non senza sforzo perché l'animale resisteva e recalcitrava, guaiolando. Presentiva ciò che sarebbe successo perché l'istinto degli animali è infallibile. L'uomo annodò il guinzaglio al guardrail e con la compagna risalì in auto e fuggì.
    Io, giuro, se avessi avuto un bazooka, avrei fatto fuoco su quella coppia scellerata, mirando compassionevolmente alle gambe. Ma ero, e sono, disarmato e non potei far altro che dire a mia moglie, che aveva avuto la mia stessa idea, di fermarmi nella piazzuola. Liberammo la povera bestiola disperata, la caricammo in auto, la mettemmo fra Poldo e Vaniglia e a Villa San Giovanni, con quella piccola arca di Noè, c'imbarcammo sul traghetto per Messina. Il giorno stesso raggiungemmo Palermo dove mia moglie ha una zia che ha nove gatti. Ci presentammo con i nostri tre cani e le chiedemmo di ospitare il barboncino, in attesa di trovargli un padrone amico, ma amico davvero. Facemmo una ventina di telefonate e, alla fine, lo trovammo: Federico B., proprietario terriero con casale a un tiro di schioppo da Palermo. L'indomani andammo da lui, accolti dai guaiti festosi e dagli scodinzolii di una decina di bastardi, felici dei nuovi arrivati. La sera, con Poldo e Vaniglia, rientrammo in città, lasciando il trovatello in mani sicure.
    Ogni volta che torniamo a Palermo, e ci torniamo spesso, non manchiamo di far visita a Domitilla (il nome che abbiamo dato al barboncino dell'autostrada). Appena ci vede, ci viene incontro e, se non ci sorride, perché i cani non sorridono, ci manifesta la sua riconoscenza e il suo amore scodinzolando e saltellandoci intorno. Lei è felice, e noi lo siamo ancora di più.

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