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    Gli studi più recenti hanno accertato la straordinaria affinità genetica fra l’uomo e la scimmia che gli è più vicina: una conferma in più della indiscutibile parentela esistente

    Lo scimpanzè che è in noi

    La zoologa Jane Goodall afferma che anche loro hanno un’anima
    13 luglio 2004

    Che uomini e scimpanzé avessero molto in comune lo si sapeva da tempo: come gli uomini, anche gli scimpanzé usano strumenti, fanno la guerra, cacciano in gruppo e mangiano carne oltre che vegetali. Gli etologi li hanno osservati mentre usano pietre a mo' di schiaccianoci, o catturano le termiti, che per loro sono una vera ghiottoneria : introducono fili d'erba o rametti nei buchi dei termitai, e li estraggono quando le termiti vi si aggrappano per difendere il loro nido. Capaci di provare compassione, si prendono cura degli orfani dei loro fratelli, ma sanno anche essere spietati e crudeli: attaccano in gruppo, feriscono, e in qualche caso uccidono i membri di altre "bande". Ora la dimostrazione della loro stretta parentela con l'uomo viene anche dalla genetica. Dopo una ventina d'anni di ricerche, arriva la conferma che lo scimpanzé, sotto il profilo genetico, ha molte più affinità con l'uomo che col gorilla. Esso sarebbe il nostro parente più stretto, un "cugino", perché condivide con noi circa il 98 per cento del patrimonio genetico. Già nei primi anni Ottanta lo studio delle proteine aveva permesso di stabilire la distanza evolutiva uomo-gorilla (dieci milioni di anni) e uomo-scimpanzé (5-6 milioni di anni). Analogamente, grazie ai recenti sviluppi della genomica, confrontando i nucleotidi che compongono il codice genetico dello scimpanzé e dell'uomo, è stato possibile riconfermare le loro affinità genetiche. Anche perché oggi la paleontologia ha uno strumento in più per ricostruire l'evoluzione delle scimmie antropomorfe attualmente viventi (uomo compreso) che discendono da un comune antenato : l'antropologia molecolare.
    L'ulteriore conferma dell'affinità uomo-scimpanzé è avvenuta nei laboratori della Celera Genomics, dove quattro anni fa fu stilata la prima mappa del genoma umano. I risultati della ricerca sono stati pubblicati nei mesi scorsi dalla rivista Science. L'équipe guidata da Andrew Clark dell'Università Cornell di New York ha passato al setaccio 7.645 sequenze geniche degli scimpanzé (200mila sequenze esoniche), allineandole con quelle dell'uomo e del topo, al fine di capire in che modo l'uomo si sia differenziato dal suo parente più stretto, partendo da un unico antenato comune di cui al momento non sono state trovate testimonianze fossili. L'attenzione degli scienziati è indirizzata verso la ricerca di quei geni che hanno effettivamente contribuito a formare l'uomo in quanto tale.
    Finora si è scoperto che solo una mezza dozzina di geni possono essere considerati tipicamente umani. "Il fatto più sorprendente - spiega Emiliano Bruner, del Dipartimento di biologia animale e dell'uomo all'Università "La Sapienza" di Roma - è che le differenze genetiche fra uomo e scimpanzé non riguardano i geni che costruiscono direttamente i tessuti, ma sono soprattutto nei geni regolatori, ovvero che regolano il funzionamento di altri geni. E i geni regolatori sono attivi particolarmente nei tessuti cerebrali."
    Che le differenze genetiche fra uomo e scimpanzé fossero nel cervello l'aveva già capito tre anni fa Lawrence Grossman del Centro di medicina molecolare dell'Università di Detroit, nel Michigan ; ma Andrew Clark ha potuto approfondire questo aspetto, specialmente per quanto concerne alcuni sensi come l'olfatto e l'udito, negli scimpanzé molto più sviluppati. Mentre il gene FOXP2, già identificato da Svante Pä


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