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    Cari animali

    Non parla perché gli animali non parlano, ma una sua occhiata ci fa capire tante cose: se è felice, se è triste, se soffre, se ha fame, se ha sete, se ha voglia di uscire o, fuori casa, non vede l’ora di tornare.
    5 agosto 2004 - Roberto Gervaso
    Fonte: www.ilmattino.it
    1.08.04

    La legge ora lo punisce con multe pesanti e con il carcere. Questo, almeno sulla carta. Un padrone snaturato deve sempre pagare il prezzo della sua indegnità. Lo vorrei vedere, condannato, ma temo che non lo vedrò. E questo perché, di là dai proclami, dalle leggi, dalle sanzioni, più minacciate che applicate, alla fine chi commette un simile crimine la fa franca.
    Ma io mi ribello, io non posso tollerare un simile scempio e puntualmente, in questo periodo, scendo in campo per denunciare i nemici dei nostri amici più amici.
    Io avevo due cani: Vaniglia, superbo dogo argentino, e Poldo, meticcio raccolto a Reggio Calabria, a pochi metri da una discarica, il suo dormitorio e il suo squallido refettorio. Vaniglia, purtroppo, se n’è andata l’autunno scorso. Aveva tredici anni - una bella età per un molossoide - stroncata da un’incurabile insufficienza epatica. La morte è stata, e non solo per mia moglie, il suo adorante capobranco, quasi un lutto nazionale. Per giorni abbiamo pianto la nostra Vaniglia, che portavamo sempre con noi, ovunque andassimo. Ancora oggi, se pensiamo a lei, ci prende la nostalgia, il magone, un rimpianto struggente per chi è stato un pezzo della nostra vita.

    Il burino Poldo, palinsesto di razze e una, quella setter, dominante, ci tiene ancora compagnia. Quanti anni abbia non lo so: forse dieci, forse di più. È sdentato, ci vede poco e ci sente meno, ma il fiuto è ancora infallibile. In cucina sta ai nostri piedi, in camera da letto nella sua cuccia, accanto alle mie pantofole che la notte addenta.
    Non parla perché gli animali non parlano, ma una sua occhiata ci fa capire tante cose: se è felice, se è triste, se soffre, se ha fame, se ha sete, se ha voglia di uscire o, fuori casa, non vede l’ora di tornare.

    Oltre sette milioni d’italiani (sono tanti, ma mi piacerebbe che fossero di più, molti di più) hanno il loro quattrozampe. Io abito a Roma, nel suo centro più bello, fra piazza Navona e corso Vittorio, a un tiro di schioppo da Castel Sant’Angelo, dove ogni mattina porto il burino che per un’ora scorrazza e impazza con gli amici. Un giorno anche lui se ne andrà perché i cani, anche i più longevi, non superano i quindici-diciotto anni. Quel giorno sarà per noi un giorno molto triste.
    Io non so se gli animali abbiano un’anima, che l’etimo rivela. Se ce l’hanno, e io dico che ce l’hanno, non è un’anima individuale: è un’anima collettiva. E questo spiega non solo i loro umori e malumori, ma anche i loro sentimenti, inaspriti dalla fame insoddisfatta o dalla rabbia, se ne sono afflitti.

    Qualche mese fa il Comune di Reggio Emilia, uno dei meglio amministrati d’Italia, grazie a una sindachessa di sinistra grintosa e premurosa, Antonella Spaggiani, presentò in Consiglio un nuovo regolamento, votato all’unanimità dai suoi membri, per la tutela e il benessere degli animali. Una summa di prescrizioni e divieti che fa onore a chi l’ha voluta e imposta ai cittadini. No alla colorazione artificiale di cani e gatti, no all’accattonaggio con cuccioli lattanti da svezzare. No all’esposizione di animali in gabbie, vetrine, recinti per «un tempo prolungato che pregiudichi la loro salute». Il box del cane dev’essere adeguato alla sua taglia per garantirgli i fisiologici movimenti.
    Beneficiari di questo ecomiabile regolamento anche i volatili. Quelli delle specie sociali devono vivere in coppia. Le dimensioni minime delle loro gabbie non possono prescindere dall’apertura alare. Chi vuole tenere in cortile piccioni, volatili ornamentali, conigli e galline, non può farlo senza autorizzazione scritta. I crostacei non si possono cucinare vivi. Questa è civiltà.

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