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    Mondo cane, mondo bambino

    Ognuno è mosso da una personale forma di sensibilità altruistica, ma nella Bucarest del 2004 stride parecchio la scelta di occuparsi prima degli animali anzichè di esseri umani soli, indifesi e affamati
    22 settembre 2004 - Golda

    Ognuno è mosso da una personale forma di sensibilità altruistica, ma nella Bucarest del 2004 stride parecchio la scelta di occuparsi prima degli animali anzichè di esseri umani soli, indifesi e affamati

    Rientro in questi giorni da un viaggio a Bucarest.

    Decadenza e miseria nera sono la pesante eredità degli oltre quarant’anni del regime autoritario di Nicolae Ceausescu e di secoli di cristianesimo ortodosso, chiesa che, a detta degli stessi rumeni, è tra l'altro sempre stata silenziosa rispetto alla dittatura.

    Durante la mia permanenza non ho potuto fare a meno di notare (oltre al montante razzismo nei confronti delle popolazioni nomadi di etnia rom) le prime, vere vittime di questa difficilissima situazione: i bambini.

    Quasi dieci anni fa, nell’autunno 1995, Ettore Mo sulle pagine del “Corriere della sera” era stato autore di un reportage memorabile sulle condizioni disperate dei giovanissimi che avevano eletto come proprio rifugio i condotti della rete fognaria e del sistema di teleriscaldamento della capitale per poter sopravvivere ai rigori dell’inverno, ma soprattutto per trovare figure di riferimento in sostituzione di quelle parentali.

    L’accesso a quel mondo sotterraneo, dove si condivideva tutto, dal cibo, agli abiti, alla trielina da sniffare per stordirsi e sopportare freddo e fame, era vicino alla stazione ferroviaria, luogo intorno al quale, ancora oggi, continuano a girovagare numerosi giovanissimi.

    Diverse sono state le organizzazioni umanitarie che si sono occupate di questa realtà (e tra queste la Fondazione “Parada” del clown franco-marocchino Miloud Oukili), ma i successi non sono stati eclatanti.

    Nella Romania attuale continua a esserci una consistente fascia di popolazione povera (una pensione mensile si aggira in media intorno ai 5.700.000 lei, pari a circa 150 euro; l’iniziativa imprenditoriale è per lo più straniera e, dato il recente aumento del costo del lavoro, alcune aziende hanno già trasferito all’estero la propria attività) oltre che molto passiva.
    Ciò determina gli episodi di abbandono dei minori e fenomeni come la prostituzione (con una percentuale altissima di bambini sieropositivi e con Aids conclamato) e l’accattonaggio.

    E’ normale in pieno centro cittadino, nella stessa strada in cui campeggiano l’immancabile “McDonald’s” e invitanti vetrine, imbattersi in scriccioli di tre-quattro anni, sporchi e affamati, che ti seguono a piedi nudi sull’asfalto rovente saettando tra le auto e che tendono la manina gridando "Lei, lei!".

    E’ normale ritrovarli nel tardo pomeriggio sfiniti, seduti contro i muri dei palazzi impolverati, dopo ore passate a rincorrere la gente quasi sempre indifferente.

    E’ normale rivederli di sera, ancora in mezzo alla strada o nei pressi della stazione, ancora alla ricerca di chissà che cosa.

    E’ con queste immagini negli occhi che sabato scorso ho letto nella rubrica dedicata alle lettere e alle e-mail di “Io donna” del “Corriere della sera” uno scritto a firma di tale Sara Turetta da Cernavoda sul problema della campagna di soppressione dei cani abbandonati e randagi avviata in alcune città rumene, tra le quali, appunto, Bucarest.

    Una lettera nella quale la signora ringraziava il magazine che aveva dedicato un servizio - pubblicato su un precedente numero - a questa situazione (iniziativa che ha consentito di raccogliere in pochi giorni tra le lettrici circa 12.000 euro da destinare ai cani raccolti nell’oasi-canile di Cernavoda) e nella quale si stigmatizzava chiaramente il sindaco di Bucarest, colpevole di cercare di ridurre il numero dei randagi nella sua città.

    E’ vero, in Romania ci sono randagi in ogni dove: io stessa ho condiviso con qualche cagnetto un panino, rammaricandomi – da amante degli animali quale sono - per questa ulteriore forma di povertà.

    Ma mi chiedo come chi vive in quella realtà si possa così profondamente indignare, piangere e disperare davanti al lavoro degli accalappiacani senza darsi come priorità di intervento le necessità dei bambini.

    Non nego che ognuno sia mosso da una personale forma di sensibilità altruistica, ma in questa situazione stride parecchio la scelta di occuparsi prima degli animali che non di esseri umani soli, indifesi e affamati, senza provare a mobilitare la gente rispetto a questo problema.

    E la gente, secondo Sara Turetta, di fronte ai cani ha dimostrato “… Una generosità inattesa, che alimenta il mio sogno di poter ridare dignità a esseri che crudeltà e indifferenza condannano a morte…”: i bambini di Bucarest magari non moriranno per iniezione letale, ma sicuramente la loro vita, la loro infanzia, la loro innocenza sono a rischio ogni giorno.

    Certo, in estate l’argomento cani abbandonati è uno dei tanti tormentoni mediatici che “tirano”, come il caldo, le diete, l’abbronzatura.

    Il volontariato in campo animalista deve dal canto suo approfittare di questo periodo dell’anno per godere del prezioso istante di popolarità che, magari, consentirà di raccogliere i fondi necessari per tirare a campare fino alla prossima estate.

    La scelta giornalistica di destinare un servizio a questo argomento (siamo in Italia e per fortuna il nostro problema è solo quello degli abbandoni estivi degli animali) è in parte dettata anche da una sorta di abitudine dei lettori.

    Ma per chi ha visto che cosa succede nelle strade di Bucarest diventa difficile accettare tutto ciò almeno quanto è risultato facile scegliere senza esitazioni a chi destinare le proprie attenzioni.

    Golda
      

    Del rispetto per la vita

    I bambini di Bucarest, certo, e perché non quelli di Bagdad, o di San Paolo del Brasile o Città del Messico?
    Per non dimenticare i poveri del Sudan, i morti di fame della Somalia, o quelli delle nostre strade, delle nostre città.

    Con me vivono quattro gatti (nel senso letterale del termine), che nutro con amore e che curo sostenendo ingenti spese veterinarie.
    A questo aggiungiungo che mi occupo di volontariato presso l'oasi felina e il canile della mia città.
    Infine, mi sono anch'io attivato per la raccolta di fondi per i cani di Bucarest.

    Non mi sento in colpa. .

    Non credo che fare qualcosa per qualcuno (uomo o animale) significhe sottrarre risorse ad altri.
    Quel che faccio e per chi sono affari miei.

    Non credo che si possano giudicare o classificare in base a non so quali meriti gli atti di aiuto, solidarietà, carità, o più semplicemente di civiltà.

    Io non posso salvare il mondo, ma "chi salva una vita, salva il mondo intero": credo che questo valga anche per gli animali.

    E credo che sia triste e meschino stilare assurde classifiche della solidarietà, stabilendo cosa vale di più e cosa di meno, stabilendo che salvare la vita di un cane sia indecoroso di fronte alla vita di un bambino: altrettanto indecoroso è questo atteggiamento spocchioso di chi ha dovuto accettare l'idea di vedere la propria vacanza "deturpata" da tanta fastidiosa sofferenza.

    Nencio

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