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    Van, Rico e gli altri cani alfabeti

    L’aforisma di Darwin che tra il nostro pensiero e quello degli animali esiste solo una differenza di quantità e non di qualità, diventa sempre più scientificamente inconfutabile.
    28 ottobre 2004 - Giorgio Celli

    John Lubbock I Proprietari di cani sanno da sempre come i loro beniamini riconoscano il proprio nome, e di come obbediscano a certi ordini verbali, comportandosi di conseguenza. Di recente, però, in una prestigiosa rivista scientifica, questa comune convinzione ha ricevuto, non soltanto una piena conferma, ma si è andati ben oltre, attribuendo al cane delle facoltà cognitive sorprendenti. Vengo al dunque: una équipe di antropologi dell’Università di Lipsia, interessati a risalire in chiave evoluzionista alle origini del nostro linguaggio, ha preso in esame un Border Collie di nome Rico, sottoponendolo a numerose esperienze, e concludendo, si pensi un po’, che il cane è, da un certo punto di vista, un animale simbolico, capace di relazionare certi suoni e certe cose, proprio come facciamo noi. Per accertarlo, al nostro Rico venivano mostrati degli oggetti, pronunciando nel contempo il vocabolo corrispondente, e il cane, a poco a poco, ha elaborato un suo piccolo vocabolario comprensivo di ben 200 voci! Nel contesto di un gioco, che i cani apprendono facilmente, il gioco del riportolancio un bastone e l’animale va a riprenderlo Rico aveva finito per riportare gli oggetti, volta a volta nominati, sciegliendoli tra tanti altri. Ma non basta: il nostro eroe a quattro zampe è stato, un bel giorno, posto di fronte a degli oggetti conosciuti insieme a uno che non aveva mai visto prima. Si è pronunciato poi il nome dell’oggetto misterioso, e il bravo scolaro non ha esitato a lungo a riportare proprio quello!

    La circostanza è davvero degna di nota, perché svela, nell’animale, delle performance logiche che credevamo soltanto nostre. Rico ha non solo ragionato, ma lo ha fatto per esclusione, che tra i nostri piccoli compagni di viaggio sul pianeta, costituisce uno dei compiti più difficili da portare a termine. Difatti la sequenza logica attivata risulta più o meno questa: tutte le parole note non sono state pronunciate, ergo la parola sconosciuta deve per forza corrispondere all’oggetto che non conosco. Ma la faccenda diventa ancora più straordinaria se si considera che Rico, non ha avuto bisogno di molto tempo, ha dato la risposta giusta nel corso di una sola seduta. Possiamo affermare così che la barriera tra l’uomo e gli animali ha subito un ulteriore assottigliamento. Dopo le scimmie che hanno appreso il linguaggio a gesti dei sordomuti, che sanno scrivere con parole/oggetti su tavole magnetiche, o che siedono alla consolle dei computer, dopo i pappagalli che sanno, e non solo ripetono meccanicamente, quello che si dicono, il Border Collie degli antropologi di Lipsia porta ulteriore acqua al mulino dell’evoluzione. L’aforisma di Darwin che tra il nostro pensiero e quello degli animali esiste solo una differenza di quantità e non di qualità, diventa sempre più scientificamente inconfutabile.

    Ma vorrei aggiungere a questa piccola provocazione un suffragio, pescando negli archivi della mia biblioteca e riportando alla luce una esperienza di etologia ante-litteram del cane, messa in opera da un illustre antropologo dell’800, John Lubbock, a sua volta, come quelli di Lipsia, sulla scia del pensiero evoluzionista. Una esperienza, la sua, che dimostrerebbe come i cani non solo capiscono le parole, ma... saprebbero perfino imparare a leggerle. L’eroe fondatore di questa saga dei cani alfabeti era un bastardino di nome Van, toccato, come Rico, dalla grazia di una intelligenza a diciotto carati. Lubbock ha cominciato ad associare un cartoncino con su scritto cibo a una ciotola di zuppa, ponendola a confronto con una ciotola vuota associata a un cartoncino bianco. Dopo prove e riprove, Van ha appreso non solo a scegliere la ciotola giusta, ma a riportare, su richiesta, il cartoncino con la scritta. Però, il fatto lasciava supporre solo che il cane avesse imparato a distinguere un cartoncino scarabocchiato da un altro senza scarabocchi, e il nostro rigoroso antropologo non poteva ritenersi soddisfatto. Continuò così, trascurando le ciotole, a distendere sul pavimento, davanti alla sua cavia, dei cartoncini con parole diverse, come, cibo , fuori , tè , osso , e così via. Lascio a Lubbock la responsabilità delle sue conclusioni: il cane, secondo lui, avrebbe imparato ben presto, non solo a distinguere i cartoncini con parole diverse, ma a riportarli intenzionalmente, facendo delle vere e proprie richieste. Voleva essere portato a passeggio? Riportava il cartoncino con su scritto fuori . Desiderava un osso? Sceglieva il cartoncino con la parola corrispondente. Insomma, quei cartoncini erano diventati per lui le pagine sparse di un abbecedario cagnesco, o, se si vuole, di un piccolo libro di lettura per cani sapienti. Che dire? Lubbock è caduto in balia di un miraggio antropomorfo? Oppure è stato un precursore?

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