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    "È segno di civiltà di una nazione il rispettare gli animali e riconoscere il loro diritto a vivere secondo la loro natura".

    Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te

    24 novembre 2004 - Margherita Hack

    Margherita Hack È segno di civiltà di una nazione il rispettare gli animali e riconoscere il loro diritto a vivere secondo la loro natura.
    Non si può pretendere che tutti li amino, ma si può pretendere che tutti li rispettino. Io credo comunque che chi non li ama non li conosce e si rifiuta di conoscerli per una serie di pregiudizi, forse risalenti all’infanzia.
    A molte persone anziane, rimaste sole, la compagnia di un cane o di un gatto dà uno scopo alla vita, diventa “la famiglia”. Un animale è pronto a dare moltissimo affetto in cambio di un po’ di cibo, di un rifugio, di una carezza.

    Gli animali soffrono come noi, sono capaci di affetto e di solidarietà coi loro cuccioli e coi loro simili come e più di noi. Chi li conosce sa quanto siamo simili a loro, con le nostre gelosie, i nostri egoismi, la difesa del nostro territorio. Gli animali sono i nostri fratelli minori, che dividono con noi la vita su questo pianeta; anche verso di loro deve valere la massima “Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”.
    Eppure quanta sofferenza gli infliggiamo, quanta indifferenza verso di loro. Penso ai cani vezzeggiati e coccolati, balocchi viventi abbandonati senza scrupoli quando diventano un peso, un impaccio per le nostre vacanze. Un cane abbandonato è un essere disperato, incapace di sopravvivere, incapace di capire come quella famiglia che considerava il suo branco, come quei padroni che adorava, l’abbiano potuto tradire così. Un gatto randagio vive due o tre anni, poi si ammala, diventa cieco, muore di stenti. Non è vero che un gatto si arrangia sempre. Le cucciolate di gatte randagie sono decimate dalle malattie; nelle colonie, che pure sono assistite da volontari che portano cibo e acqua e procurano dei ricoveri, su qualche decina di cuccioli ne sopravvivono due o tre.

    E i cavalli, chiusi gran parte del giorno nei loro box, o sottoposti ad allenamenti stressanti e a doping, o quelli destinati a portare a spasso adulti e bambini per ore e ore, e che quando sono arrivati all’età della pensione, li attende il macello; quelli che ogni anno restano feriti e uccisi in onore alla tradizione dei vari palii e feste popolari. Per non parlare degli uccelli chiusi in gabbia, condannati innocenti all’ergastolo.
    Orrendi sono gli allevamenti intensivi, l’ecatombe di animali da macello che avviene ogni giorno, i vitelli costretti dalla nascita in spazi minuscoli in cui non riescono ad alzarsi in piedi, ma in cui ingrassano più rapidamente; i lager in cui vengono allevate migliaia di galline.
    La Comunità europea ha imposto che entro 8 o 10 anni questi animali debbano venire allevati a terra, in condizioni più simili a quelle naturali; ma intanto quanto strazio, quanta sofferenza. Questi orribili luoghi di tortura sono lontani dalle città, lontani dagli abitati e il prodotto di tanta sofferenza arriva ai supermercati sotto forma di allettanti involucri di plastica. Gli alunni delle scuole dovrebbero essere portati a visitare gli allevamenti intensivi, a capire cosa c’è dietro a quella carne che si ritrovano ogni giorno sulla tavola. Forse questo consumo smodato di carne si ridimensionerebbe.

    Non posso dimenticare le urla quasi umane di un maiale, ammazzato in quel barbaro modo che usavano i contadini (e forse l’usano ancora?), che sentivo da casa mia provenire dall’aia di un podere distante in linea d’aria meno di duecento metri, quando avevo 12 o 13 anni. O le strida dei maialini di latte caricati su un camion, a Firenze, nel piazzale davanti al comprensorio di Arcetri, dove c’erano gli istituti di fisica, ottica e astronomia, quando andavo all’università…

    Note:

    Tratto da: Animali, non bestie
    Difendere i diritti, denunciare i maltrattamenti
    Gialuca Felicetti
    © Copyright Edizioni Ambiente 2004

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