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    Bambini e animali

    Da vari anni la letteratura psicologica mette in evidenza l'importanza di un rapporto positivo del bambino con l'animale per la costruzione di un rapporto altrettanto positivo del bambino con gli esseri umani, con la natura e con la realtà in genere.
    3 gennaio 2005 - Ilaria Marucelli

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    L’interesse dei bambini verso gli animali è molto vivo: da un’indagine realizzata nel 2000 è risultato che il 79% dei bambini desidererebbe avere un animale domestico. E in una ricerca svolta in Inghilterra su bambini di 7-8 anni è emerso che essi hanno in genere un rapporto preferenziale con i loro animali domestici, in particolare con i cani e con i gatti. Ad esempio, dopo il miglior amico umano il confidente preferito dei loro segreti è il cane, considerato più importante in questo ruolo di genitori, parenti, insegnanti e compagni. Per offrire conforto quando si è a letto ammalati la migliore compagnia è risultata essere quella del gatto, che viene preferito anche alla mamma; seguono immediatamente il cane, il miglior amico, i fratelli e il padre.
    Sono dati che impongono un’attenta riflessione su due versanti, quello del rapporto del bambino con l’animale e quello del rapporto del bambino con l’adulto. Da vari anni la letteratura psicologica mette in evidenza l’importanza di un rapporto positivo del bambino con l’animale per la costruzione di un rapporto altrettanto positivo del bambino con gli esseri umani, con la natura e con la realtà in genere. In particolare è stato evidenziato il ruolo che un rapporto positivo del bambino con l’animale riveste nel facilitare la comprensione del diverso (Robustelli, 2000). Il rapporto con il diverso è uno degli aspetti fondamentali dell’esperienza umana e per questo motivo tante ricerche psicologiche hanno affrontato le tematiche dell’empatia, cioè della capacità di immedesimarsi in un altro individuo sia sul piano cognitivo che su quello affettivo. In questo contesto, il rapporto degli esseri umani con gli animali acquista un significato particolare: essendo gli animali diversi da noi, sviluppare nei bambini un rapporto positivo con loro può costituire uno strumento valido per insegnare a instaurare legami positivi anche con i propri simili.
    (…)
    Ma gli animali sono anche molto simili a noi. Amano e soffrono, piangono e ridono, s’incuriosiscono e si disperano. Hanno sentimenti e nessuno che abbia vissuto con animali lo negherebbe. Ma dopo un inizio promettente più di 130 anni fa, quando Darwin fece una prima perlustrazione di questo campo nel libro L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali,6 pochissimi sono gli scienziati che hanno riconosciuto che gli animali hanno emozioni e che hanno proseguito le ricerche in tal senso. Per molti aspetti siamo rimasti ai tempi di Cartesio, secondo cui gli animali sono “bruti insensibili”, macchine comandate dall’istinto e dagli automatismi. Una maggiore sensibilità verso i bisogni e i diritti degli animali deriva in parte, quindi, dal ricordare quello che siamo. È importante che i bambini sappiano che, in quanto esseri umani, siamo animali anche noi e condividiamo molte caratteristiche comuni ad altri membri del mondo animale. Ancora più significativo appare, pertanto, il rischio corso qualche mese fa, quando il Ministero dell’Istruzione tentò di eliminare l’insegnamento delle teorie evoluzioniste di Darwin dai programmi scolastici.
    Non vi è dubbio quindi che l’animale, proprio nella duplice natura di simile e diverso, sia una soglia che permette al bambino di elaborare in modo graduale i concetti di alterità, di vincolo, di diversità (Marchesini, 2004).
    La nostra società è caratterizzata da dinamiche competitive e da rapporti di potere in cui alla base della piramide sociale ci sono gli individui più deboli, più trascurati, più disprezzati, con meno diritti o con nessun diritto. Ovviamente, tra questi soggetti ci sono molto spesso gli animali. L’assumere un atteggiamento empatico nei loro confronti, il preoccuparsi per il loro benessere, il prendersi cura di loro, implica il sovvertimento di un modello culturale di vita che ormai permea i nostri rapporti sociali ed è fondato appunto sull’idea, a volte esplicitamente dichiarata e altre volte ipocritamente sottaciuta, che l’individuo più debole debba essere la vittima dei soprusi e del potere del più forte. E l’animale può rivestire un ruolo molto importante in questo processo.

    È facile immaginare quali benefici possa produrre un progetto educativo di tal fatta in questi chiari di luna! Sin da bambini, purtroppo, il nostro sviluppo psicologico non viene incoraggiato in questa direzione e diventiamo sempre più egocentrici, abituandoci a considerarci il centro dell’universo e, nella maggior parte dei casi, non ci poniamo affatto il problema della diversità degli altri in modo concreto. Per lo più proiettiamo negli altri noi stessi. È per questo che la psicologia sostiene la necessità di una decentrazione cognitiva ed affettiva. Si tratta indubbiamente di un processo difficile e faticoso, ma il mondo sarebbe infinitamente migliore se questo processo facesse parte del normale sviluppo psicologico di ogni individuo.
    Lo ha ben intuito Dacia Maraini quando, commentando l’ennesimo episodio di crudeltà verso gli animali, ha scritto “Non credo nemmeno si tratti di cattiveria, come si suol dire, ma di assoluta insensibilità, ovvero di assoluta mancanza di immaginazione. La gente non è crudele per istinto, ma perché non è capace o non è educata a immaginare la sofferenza altrui”.
    La psicologa americana Norma Feshbach (1991; 1996)8 ha messo a punto varie tecniche per favorire lo sviluppo dell’empatia nei bambini delle scuole elementari. Per esempio si abituano i bambini ad analizzare fotografie di volti umani o registrazioni di conversazioni, in modo da far percepire le emozioni espresse dallamimica facciale e dalla voce. Oppure si cerca di facilitare nel bambino la capacità di mettersi nei panni di un altro, chiedendogli quale regalo pensa che un membro della sua famiglia gradirebbe per il suo compleanno. Oppure gli si chiede: “come ti apparirebbe il mondo se tu fossi alto come una giraffa o piccolo come un gatto?”. O ancora: “che cosa farebbe il tuo maestro - o tuo fratello più grande, o un poliziotto, o il tuo migliore amico - se trovasse un bambino perduto in un grande magazzino?”. Infine si può far recitare al bambino la parte di un personaggio in una rappresentazione teatrale e, successivamente, assegnargli le parti di altri personaggi della stessa scena. Dopo la recita si fanno analizzare al bambino i vari ruoli che ha interpretato, in modo che possa individuare e confrontare fra di loro i punti di vista dei vari personaggi. Importante è anche cercare di insegnare al bambino ad immaginare le conseguenze che hanno sugli altri i comportamenti aggressivi, anche suoi.
    Si tratta di attivare nel bambino certi meccanismi di pensiero e di partecipazione affettiva che lo abituino a immedesimarsi quanto più possibile negli altri. E, poiché l’atteggiamento empatico fra due individui è tanto maggiore quanto più essi si percepiscono come simili, di fondamentale importanza è sviluppare al massimo nel bambino la capacità di individuare negli altri ciò che essi hanno in comune con lui, a qualunque specie essi appartengano. In questa prospettiva il rapporto con gli animali ha un ruolo determinante, proprio perché essi sono molto diversi da noi e quindi l’addestramento all’empatia nei loro riguardi costituisce un esercizio efficacissimo e permette l’acquisizione di processi di pensiero e di partecipazione affettiva particolarmente adatti al potenziamento delle capacità empatiche in generale.
    (…)
    La violenza tout court è in aumento. Anche l’assuefazione alla violenza. E la visione della violenza è violenza essa stessa. È in aumento quella tra gli scolari, che la praticano con una naturalezza impressionante, sempre più spesso anche verso gli esseri più indifesi, gli animali. Siamo lontani da quello che succedeva nel film L’albero degli zoccoli, dove gli scolari inorridivano per la decapitazione di un’oca e l’uccisione di un maiale. Oggi invece sono poche le reazioni di raccapriccio nel raccontare scene di sbudellamenti o di assassini di persone. Forse perché i nostri bambini ne assorbono troppa? Penso soprattutto alla televisione e non solo ai telegiornali, poiché anche molti cartoni animati ne sono ben intrisi.
    Ma non solo. Secondo alcuni psicologi anche lo spettacolo degli animali nei circhi è molto diseducativo per i bambini e, in alcuni casi, anche conturbante. I bambini oggi sanno, sia per le informazioni che ricevono tramite i mass media, sia per una più diffusa sensibilizzazione ecologica di cui spesso la scuola si è fatta portavoce, che gli animali selvatici vivono molto meglio nel loro habitat naturale e che comunque tutti gli animali, sia quelli selvatici sia quelli domestici, nelle gabbie sono costretti ad apprendere comportamenti molto complessi, inutili, grotteschi e innaturali, che umiliano la loro dignità e la loro intelligenza.
    Quelli che i bambini vedono al circo non sono infatti gli animali nella libera espressione delle loro specifiche caratteristiche, ma creature spesso ridotte a esseri artificiosi e caricaturali.
    (…)
    Nelle scuole di tutta Italia i bambini vengono regolarmente portati al circo o allo zoo, entrambe esperienze che vengono spesso ritenute dagli insegnanti non solo ludiche ma formative. Non a caso, entrambe si trovano elencate nel “portfolio delle competenze” che accompagnano l’entrata dei bambini nella scuola dell’infanzia!
    Gli psicologi ci dicono che una possibile conseguenza dell’esposizione a scene di violenza è la diminuizione o l’atrofizzazione delle capacità empatiche. Stanno infatti aumentando le segnalazioni di casi di maltrattamento di animali da parte di bambini e adolescenti, che spesso sfogano sugli esseri più indifesi di loro la violenza acquisita dai modelli proposti in famiglia o dalle compagnie frequentate, a volte, paradossalmente, come dimostrazione di forza.
    La maggior parte delle ricerche sul rapporto bambino-animale e, più in generale, sulla crudeltà dei bambini verso gli animali vengono condotte negli Stati Uniti; tuttavia una recentissima ricerca italiana, svolta sempre da Camilla Pagani e da Frank R. Ascione (Utah University)10 sugli atteggiamenti e i comportamenti dei bambini e degli adolescenti italiani nei riguardi degli animali, colma finalmente questo vuoto in Italia.
    Lo studio è stato condotto in alcune scuole di Roma, della provincia di Roma e della provincia di Firenze con alunni di età compresa fra i 9 e i 18 anni. I dati di questa indagine sono ancora in fase di elaborazione, ma Camilla Pagani in via informale ce ne ha anticipati alcuni.
    Un numero elevato di bambini e adolescenti dichiara di essere preoccupato per il proprio animale: la preoccupazione più frequente è quella relativa alla morte, dovuta a malattia, a vecchiaia o ai pericoli di un ambiente esterno che sembra essere da molti percepito come minaccioso (si tratta, però, nella maggior parte dei casi di un ambiente che non coincide con la famiglia, ma che è esterno ad essa). Quasi 3/4 degli alunni è stato testimone di atti di violenza nei confronti degli animali, i cui autori nella stragrande maggioranza dei casi erano maschi, mentre circa 1/6 (la maggioranza dei quali di nuovo maschi) almeno una volta è stato crudele nei riguardi degli animali. Ricevere conforto da un animale, un profondo legame con il proprio pet11 e la crudeltà verso gli animali in generale possono talvolta essere presenti nello stesso individuo e questo dato conferma la profonda complessità del rapporto degli esseri umani con gli animali.
    Tra i dati più interessanti emersi dalla ricerca è il concetto allargato di “violenza nei riguardi degli animali” da parte di molti bambini e adolescenti, i quali integrano sia comportamenti socialmente inaccettabili che atteggiamenti accettabili, ma che comunque procurano un danno all’animale. La ricerca ha rilevato che talvolta i bambini e gli adolescenti italiani, a differenza dei soggetti di ricerche analoghe realizzate negli Stati Uniti, collegano il “far del male a un animale” non soltanto ad aspetti di brutalità considerati socialmente riprovevoli (come, ad esempio, bastonare un cane), ma anche a forme di crudeltà socialmente accettate (ad esempio, schiacciare una zanzara per difesa o uccidere un animale per mangiarlo), come pure ad atteggiamenti non intenzionali (ad esempio, investire accidentalmente un animale con l’automobile o calpestare involontariamente delle formiche).
    Risultati che fanno pensare, lasciando intuire una sensibilità generale maggiore (rispetto ai coetanei americani) nella percezione della sofferenza animale, ma che denunciano comunque una realtà di violenza “agita” e soprattutto “assistita” (il 16% dichiara di essere stato almeno una volta violento verso gli animali e il 70% ha assistito almeno una volta a un episodio di violenza).

    La crudeltà del bambino verso gli animali è un aspetto del rapporto bambino-animale da non sottovalutare. Da più di trent’anni la ricerca psicologica si occupa di questo problema in modo sistematico, soprattutto negli Stati Uniti dove tra i bambini e gli adolescenti 1 su 5 ha compiuto atti di violenza nei confronti degli animali e circa il 50% è stato coinvolto in situazioni di violenza nei riguardi degli animali come testimone o come responsabile. È interessante notare che la maggior parte di coloro che hanno compiuto atti violenti nei confronti di animali è stata anche testimone di atti violenti nei confronti di animali. E gli studi12 in questo campo hanno dimostrato che i bambini e gli adolescenti che sono frequentemente crudeli nei riguardi degli animali presentano spesso disturbi psicologici di vario tipo; in particolare manifestano atteggiamenti e comportamenti aggressivi nei riguardi delle persone. Vivono spesso in contesti familiari ed extrafamiliari violenti e disturbati, contraddistinti, a seconda dei casi, da abuso fisico, abuso psicologico e abuso sessuale. Un altro dato interessante è che, sempre negli Stati Uniti, studenti universitari che nell’infanzia o nell’adolescenza sono stati crudeli verso gli animali approvano con più facilità sia le punizioni corporali come pratica educativa sia il fatto che il marito picchi la moglie rispetto agli studenti che non si sono trovati ad assumere atteggiamenti del genere.
    (…)
    Troppo spesso questi comportamenti vengono poco considerati o decisamente sottovalutati sia dai genitori che dagli insegnanti, quando invece dovrebbe essere previsto un adeguato supporto psicoterapeutico per gli adolescenti autori di atti violenti nei riguardi degli animali, dal momento che la ricerca scientifica ha dimostrato che questo comportamento non costituisce un fenomeno isolato ma è parte integrante e sintomatica di un più vasto complesso di rapporti improntati alla violenza.
    Gli studi di Frank R. Ascione15 dimostrano anche che la crudeltà verso gli animali spesso porta più tardi alla violenza verso gli umani. Molte ricerche, infatti, hanno evidenziato sia il legame tra la violenza verso gli esseri umani e quella verso gli animali, sia l’esistenza di una correlazione tra la crudeltà manifestata durante l’infanzia nei riguardi degli animali e il comportamento criminale violento da adulti. Esiste quindi un ciclo della violenza: una vera e propria relazione tra la violenza verso gli esseri umani e quella verso gli animali.
    (…)
    Violenza verso gli animali legata alla violenza verso gli umani. Ancora una volta è confermata l’idea che la lotta per i diritti e per la giustizia non va combattuta con un’ottica settoriale, ma sulla base di una concezione globale dei rapporti tra umani e tra umani e animali e la natura in genere.
    Ricordo a questo proposito quello che rispondeva nel 1884 George Angell, il presidente della Massachusetts Society for the Prevention of Cruelty to Animals, a chi lo criticava perché si impegnava tanto nel contrastare i soprusi attuati nei riguardi degli animali e non invece nel combattere la violenza perpetrata verso gli esseri umani: “Io lavoro alle radici”.

    Note:

    Tratto da: ANIMALI, NON BESTIE
    Difendere i diritti, denunciare i maltrattamenti
    di Gianluca Felicetti
    Ed Ambiente

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