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Intervista a Massimo Terrile e Massimo Tettamanti

La nuova proposta di legge sulla vivisezione

9 febbraio 2005 - Antonella Mariotti

beagle «Con la Formazione si crea la figura del vivisezionista I Comuni potranno autorizzare l’uso di specie selvatiche»

 La vivisezione provoca nella sola Europa la morte di 10 milioni di animali l’anno. Non si conosce il numero di autorizzazioni per operare sugli animali senza anestesia, perché - dicono alcuni ricercatori - il dolore provato dall’animale fa parte dell’esperimento. L’ha scritto Massimo Terrile, chimico, esperto di sperimentazione sugli animali e responsabile dell’associazione «Antispecista».

Perché no a questa proposta di legge?

«Perché di fatto c’è un ampliamento dei campi di applicazione. Per esempio, sull’uso degli animali selvatici: la legge lo vieta, ma poi aggiunge: “Salvo che il Comune lo autorizzi”. D’altra parte, è positivo il divieto per le scimmie antropomorfe, ma ormai più nessuno le utilizza: costano troppo».

Però è stata vietata la didattica nelle università: non è così?

«Sì, ma si crea addirittura una nuova figura professionale: è quella di chi può fare sperimentazione con gli animali. Ha validità europea e, quindi, molti giovani in cerca di occupazione potranno scegliere questi corsi di formazione. Così, alla fine, si amplieranno le possibilità di fare test sugli animali».

Un passo avanti comunque c’è stato: per esempio sui cosmetici. O no?

«Va benissimo il divieto, ma ricordiamo che c’è una normativa europea che dice che entro il 2009 sarà vietata l’importazione e la vendita dei cosmetici testati sugli animali. Quindi era una scelta obbligata. E poi non si provano i prodotti finiti, ma solo gli ingredienti di base».

Contestazioni ci sono anche per quanto riguarda i test per uso bellico, sebbene la legge li vieti.

«Manca la dicitura “sviluppo, importazione e vendita”. Così si può facilmente aggirare l’ostacolo. Ci sono test, che funzionano da marcatori di tossicità acuta, che vengono provati sugli animali senza anestesia: gli esperimenti sono mortali nel 50% dei casi. E la stessa logica vale anche per i farmaci: si provano dosi via via crescenti, fino alla morte della cavia. D’ora in poi la nuova legge vieterà tutto questo».

Ma lei ritiene che si possa davvero fare a meno della sperimentazione sugli animali?

«Ci sono molti metodi alternativi e all’estero vengono già utilizzati. L’utilizzo degli animali è ridotto al minimo e si provocano anche sofferenze molto minori. Purtroppo in questa legge non se ne parla. Quanto all’iter di approvazione dei progetti con l’uso di animali, c’è la regola che, se il ministero non dà risposta entro tre mesi, si autorizza il progetto automaticamente. Allora mi chiedo quali siano davvero i divieti in questa legge: sono pochi e labili».

Intervista a Massimo Tettamanti

«Era l’accordo migliore che si poteva raggiungere
Così si avranno regole precise per la sperimentazione»

Il fronte animalista è diviso tra coloro che hanno accettato l’idea di una legge che almeno regolamenti la sperimentazione, e coloro che invece rifiutano in toto i test di laboratorio sugli animali. Massimo Tettamanti, chimico ambientale e consulente di varie associazioni animaliste, è dalla parte del sì.

Dottor Tettamanti, perché è favorevole a questa legge?

«Si deve avere senso pratico e affrontare il problema. Alcuni fanno il possibile per modernizzare la legge, poi c’e un’altra parte che non accetta una forma di collaborazione con la politica, ma è solo ideologia che non ha a che fare con la realtà. Certo tutti vorremmo l’abolizione totale della vivisezione, ma non è possibile. Quindi meglio una buona legge che dia delle regole. Il progetto Schimdt è il più avanzato in Europa, una sessantina di associazioni l’hanno appoggiato, sono poche quelle che hanno lasciato il tavolo. La Lav, Lega antivivisezione, una delle maggiori associazioni, è rimasta».

Uno dei punti forti della legge è il reinserimento. In cosa consiste?

«Ci sono sinora due progetti pilota per animali che sono stati utilizzati in esperimenti e che possono essere “reinseriti”. Può accadere nel caso di laboratori che hanno interrotto la sperimentazione, e in questo caso gli animali acquistati prima venivano uccisi mentre adesso ce li facciamo consegnare e li collochiamo per qualche tempo in appositi rifugi. Poi cani e gatti vengono dati in adozione mentre per conigli e topi creiamo habitat semi-naturali. Nei progetti pilota finora sono state coinvolte sette ditte, tre università, cinque rifugi e circa 450 persone che hanno adottato gli animali».

Gli animalisti contrari sostengono che la legge non fa che dilazionare nel tempo le torture agli animali. Come risponde?

«Intanto quattro campi di sperimentazione non hanno più ragione di esistere: la didattica universitaria, la sperimentazione per cosmetici e per prodotti detergenti, e il test sulle armi. E questo mi sembra un buon motivo per dire sì alla legge».

Punto controverso è la didattica, l’uso di animali negli atenei. Al suo posto ci sarà la formazione. Dov’è la differenza?

«Per “didattica” si intende che un qualsiasi studente al primo anno di università poteva utilizzare animali, anche se poi non intendeva proseguire nella ricerca. Adesso ciò sarà consentito solo a coloro che diventeranno ricercatori, con un notevole “risparmio” di animali».

Allora non c’è proprio nulla da migliorare?

«Allo stato attuale è il massimo risultato che si potesse ottenere. Personalmente avrei voluto di più, ma mi rendo conto che non si poteva fare. Sedici mesi fa nessuno avrebbe scommesso in un risultato così».

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