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    Interviste contro il riarmo nucleare

    A volte ritornano: che sta succedendo con il riarmo nucleare?

    Intervista a Angelo Baracca, fisico e scienziato contro le guerre
    26 ottobre 2006 - Olivier Turquet
    Fonte: Buone Nuove - 26 ottobre 2006

    Di Olivier Turquet, Buone Nuove

    Iniziamo con questa una serie di interviste dedicate al tema del disarmo nucleare come nostra adesione alla campagna mondiale lanciata dagli umanisti di tutto il mondo per porre all’attenzione della gente il problema “dimenticato” del riarmo nucleare e il concreto pericolo che esso comporta.
    Ci fa particolarmente piacere iniziare la serie con Angelo Baracca non solo per la sua innegabile competenza nell’argomento trattato, per l’intelligenza e lucidità del suo punto di vista ma soprattutto per la gentilezza e l’umanità che regolarmente riscontriamo ogni volta che abbiamo occasione di fare qualcosa insieme: sono virtù di cui l’umanità ha particolarmente bisogno.

    Angelo Baracca é professore di fisica presso l’Università di Firenze. Ha svolto ricerche in varie aree della fisica ed in storia e critica della scienza. Svolge una collaborazione con la facoltà di Fisica dell’Università de L’Avana (Cuba). Ha pubblicato lavori scientifici e vari libri, manuali scientifici per l’Università e la Scuola Secondaria, e saggi generali sulla scienza e la sua storia. Collabora regolarmente con il quotidiano il manifesto, e con varie riviste (Giano, Guerre&Pace). Da molto tempo si occupa attivamente di problemi degli armamenti nucleari e di relazioni internazionali, partecipando attivamente al movimento contro la guerra. La sua pubblicazione più recente in questo campo è il volume: A Volte Ritornano: Il Nucleare. La Proliferazione Nucleare Ieri, Oggi e Soprattutto Domani, Milano, Jaca Book, 2005.

    Il test nucleare della Corea del Nord ha scioccato il mondo: quali motivi stanno dietro questo atto?

    Vi è dietro una logica, sicuramente distorta, una “ratio”, ma essa è comprensibile solo come conseguenza della politica dell’arroganza e della coercizione usata dalle grandi potenze, in primo luogo dalle potenze nucleari, Stati Uniti in testa. Per tutto il periodo della Guerra Fredda gli armamenti nucleari hanno rivestito (fortunatamente, e fatte salve le tragiche parentesi di Hiroshima e Nagasaki, anch’esse pretestuose) unicamente un ruolo di deterrenza, cioè di dissuadere l’avversario da qualsiasi attacco. L’interpretazione più chiara del test nordcoreano è stata data il giorno seguente dal quotidiano israeliano H’aretz: “Uno stato con armi nucleari è immune da attacchi contro le sue installazioni”, tirando ovviamente la conclusione che l’Iran deve venire attaccato e fermato prima che possa dotarsi della bomba (come nel 1981 venne bombardato il reattore nucleare in costruzione in Iraq). Basta pensare a cosa possono servire alla Corea le testate che sembra possedere, o domani quelle che l’Iran potrebbe (molto ipoteticamente) acquisire: se le usassero davvero, avrebbero la garanzia di venire immediatamente cancellati dalla carta geografica (anche volendo ammettere che Teheran potesse un giorno distruggere il territorio israeliano, i 5 modernissimi sommergibili che la Germania ha generosamente venduto in saldo a Israele rimarrebbero illesi e capaci di una ritorsione devastante). A questi paesi, dunque, le armi nucleari servono solo per non essere attaccati, non per attaccare chicchessia! A prescindere da qualsiasi valutazione del regime coreano, la sua scelta di sviluppare armi nucleari ubbidisce ad una logica comprensibile, è una risposta alle minacce e all’arroganza statunitense. In definitiva, questo paese chiede di essere aiutato, con un linguaggio ed atteggiamenti sicuramente distorti, ma molto meno di quelli che adotta Washington, riconducibili a pura arroganza. Il modo migliore per controllare che i programmi nucleari iraniani non vengano deviati per scopi militari consisterebbe nello stabilire una cooperazione, per esempio nel processo di arricchimento dell’uranio per scopi civili (come Teheran ha proposto, inascoltata, alla Francia poche settimane fa. E sia chiaro, se mi trovo a “difendere” i programmi nucleari civili dell’Iran – pur essendo un antinucleare convinto, e sapendo bene che questa scelta ubbidisce anche a problemi di politica interna – è solo perché le regole internazionali sono la prima condizione che deve essere rispettata da tutti). Del resto, quello che l’Iran dice di volere fare (negando di avere ambizioni militari) è già stato fatto in modo compiuto da molti paesi, ad esempio dal Brasile (che fino alla metà degli anni ’80 ha sviluppato un programma nucleare militare, che ha arrestato dopo essersi dotato di tutti i materiali e le capacità necessarie per assemblare la bomba!), la IAEA riconosce che ben 44 paesi hanno la capacità di farlo, e nessuno batte ciglio! È sempre la politica delle due misure adottata dal più forte. Il vero problema che sta dietro a tutto questo è che gli Stati nucleari non hanno ottemperato all’obbligo del disarmo nucleare totale e controllato, imposto da 36 anni dal Trattato di Non Proliferazione (TNP) e ribadito da numerosissime deliberazioni dell’Assemblea Generale dell’ONU e in solenni consessi e istituti internazionali.

    Facciamo allora un passo indietro: che senso hanno oggi gli arsenali nucleari esistenti? Quali sono le tendenze?

    Il ruolo degli arsenali nucleari esistenti (quelli ufficiali, e i “segreti di Pulcinella” come quello israeliano) è cambiato radicalmente. Durante la Guerra Fredda l’<>, con l’assicurazione della mutua distruzione, ha avuto il ruolo di evitare uno scontro militare frontale tra i due blocchi. I tanti tentativi di altri Stati in quei decenni di dotarsi di armi nucleari avevano piuttosto il ruolo di dotarsi di uno status symbol e di un potere di contrattazione entrando nel club nucleare. Dopo la fine della Guerra Fredda l’illusione che finalmente gli armamenti nucleari fossero diventati obsoleti e la loro eliminazione possibile – essendo il loro potenziale distruttivo sproporzionato per la nuova situazione mondiale, e la minaccia di distruzione totale ben più concreta nella asimmetria delle forze in campo – è durata poco (anche se alcuni importanti accordi internazionali sembrarono confermarla: il trattato START-II, 1993, per la riduzione delle forze nucleari strategiche, che però è decaduto prima di esaurire la sua funzione; e la messa al bando dei test nucleari, trattato CTBT, 1996, che però non è entrato in funzione mancando la ratifica degli USA e di altri Stati). Poi vi fu lo shock i test nucleari dell’India e del Pakistan del 1998, presto digerito in nome della guerra al terrorismo (in realtà in funzione anti-cinese). Oggi il ruolo delle armi nucleari è completamente cambiato. Vi sono dichiarazioni ufficiali dell’Amministrazione americana che affermano che gli USA non intendono rinunciare mai alle armi nucleari.

    Perché sta succedendo questo?

    Il delirio di potenza degli Stati Uniti – per i quali il mezzo militare è lo strumento per mantenere la propria egemonia, e per sostenere l’economia – li sta conducendo a considerare le testate nucleari non come ultima risorsa, ma come armi risolutive nella conduzione dei conflitti. Le nuove strategie del Pentagono pongono queste armi sullo stesso piano degli altri componenti del sistema difensivo, e ne prevedono esplicitamente l’uso, anche preventivo. Gli USA, e di seguito le altre potenze, sono alla frenetica ricerca di armi nucleari di tipo nuovo, di piccola potenza e ridotta ricaduta radioattiva, utilizzabili sul campo di battaglia, che cancellino la “fastidiosa” distinzione tra armi nucleari e quelle che con un termine orrendo si denotano ormai come “convenzionali”. Vi sono poi arsenali nucleari come quello di Israele, che fu voluto esplicitamente da Washington per garantire la supremazia assoluta del gendarme creato apposta per garantire gli interessi imperialisti nella regione con la decolonizzazione. A fronte di queste tendenze e di queste minacce è comprensibile (anche se non giustificabile, e tantomeno condivisibile) l’aspirazione di quei paesi che si sentono minacciati e cercano di premunirsi sviluppando armi nucleari.

    Quali interessi economici si celano dietro il riarmo nucleare?

    Credo che questo problema abbia molte facce, complementari tra loro. Durante la Guerra Fredda la corsa agli armamenti, in particolare quelli nucleari (i quali, va sottolineato, non consistono solo nelle testate, ma presentano i costi preponderanti in tutto il sistema: lanciatori, sommergibili, sistemi di allarme e controllo, manutenzione, addestramento, e via discorrendo) ebbero anche la funzione di trascinare l’URSS in una competizione che era destinata a fiaccarla. Si deve osservare che il cosiddetto “complesso militare industriale” ha avuto una funzione completamente diversa negli USA e nell’URSS: nel primo caso, infatti, vi una profonda integrazione tra l’apparato militare dello stato e le potenti industrie private che operavano nel settore, per cui gli investimenti statali divenivano un volano dell’economia; nel caso dell’URSS, invece, tutto ricadeva sotto lo Stato, i cui investimenti erano quindi improduttivi, e bloccavano anziché alimentare lo sviluppo economico. Oggi il complesso militare industriale è, se possibile, ancora più potente. Questo spiega la necessità di nuove guerre, di un sistema di guerra permanente, la ricerca di armi sempre più sofisticate, la cui “necessità” è spesso alimentata dalle imprese stesse, e che rendono obsolete quelle esistenti imponendone la sostituzione (o il “consumo” e la sperimentazione nelle guerre). Anche gli armamenti nucleari vengono sviluppati in tre enormi laboratori di ricerca, finanziati dallo Stato con dirette partecipazioni delle imprese, nei quali lavorano migliaia di scienziati e tecnici: è da loro che derivano anche le proposte di nuovi tipi di armi per nuove funzioni, o meglio di nuove funzioni militari che richiedano armi di tipo nuovo. È un sistema complessivo che si autoalimenta. Ed è dietro di esso che – oggi è più che mai necessario ricordarlo – viene riproposta con forza la ripresa del business dei programmi nucleari “civili” per la produzione di energia elettrica (che, ricordiamolo, costituisce meno del 17 % dei fabbisogni energetici mondiali, e che registra e favorisce i maggiori sprechi). Alla funzione economica “interna” si aggiunge quella “globale” che già ricordavo, di garantire una supremazia che sul piano puramente economico invece vacilla.

    Che fine ha fatto il trattato di non proliferazione?

    Sfortunatamente il TNP non è riuscito che in minima parte a svolgere la funzione per cui era stato concepito. Esso fu in sostanza un compromesso tra gli Stati non nucleari, che rinunciavano a dotarsi di queste armi, in cambio dell’impegno che gli Stati nucleari assumevano con l’Art. VI di “perseguire negoziati in buona fede su misure effettive legate alla cessazione della corsa agli armamenti nucleari il più presto possibile ed al disarmo nucleare, e su un Trattato di disarmo generale e completo sotto uno stretto ed effettivo controllo internazionale”. Il TNP non ha limitato che parzialmente, ed apparentemente, la proliferazione, giacché a parte i paesi che hanno realizzato la bomba (Israele, Sudafrica, India, Pakistan, Corea del Nord) ve ne sono molti altri che possiedono i materiali e le capacità tecniche e scientifiche per realizzare immediatamente testate nucleari avanzate: in primo luogo, ma non solo, Giappone, Germania, Brasile; la IAEA riconosce a ben 44 Stati la capacità di sviluppare armi nucleari, anche se forse per molti non in modo immediato. Oggi Washington cerca in tutti i modi di mettere il TNP in soffitta. É scandaloso che abbia riconosciuto in modo ufficiale e solenne lo status nucleare dell’India – al di fuori del TNP, che Nuova Dehli non sottoscrive – con la partnership nucleare sottoscritta da Bush pochi mesi fa (in chiara funzione anticinese: l’avrebbe sottoscritta anche con il Pakistan, se il suo regime non fosse così infido). Ma ancora più scandaloso è il sostegno alle non più tanto occulte aspirazioni militariste e nucleari di Tokyo, che possiede già ben 40 tonnellate di plutonio, ed ha appena inaugurato un nuovo impianto di riprocessamento che ne produrrà 8 all’anno. Oggi i rischi militari più gravi che incombono sull’umanità sono dati dall’intreccio tra rifiuto del disarmo nucleare, determinazione ad usare queste armi, proliferazione nucleare incontrollabile a livello mondiale, ricerca di armi di nuovo tipo. La sola soluzione risiede nella ripresa del processo di disarmo nucleare, che porti all’eliminazione totale di queste armi, sotto controllo internazionale.

    Qual è la situazione italiana?

    È paradossale (non meno di quella di altri paesi). L’Italia è ufficialmente uno Stato non nucleare aderente al TNP. Questo status è però clamorosamente contraddetto da molti fatti. L’adesione alla NATO – che ha radicalmente cambiato fisionomia e ruolo dopo la fine della Guerra Fredda e con l’adozione nel 1999 del “Nuovo Concetto Strategico”, mai discusso né approvato da alcun Parlamento – comporta la partecipazione alla dottrina strategica e alla pianificazione nucleare, quindi l’assunzioni di capacità militari nucleari. In questo contesto l’Italia mantiene schierate sul proprio territorio 90 testate nucleari a gravità (nelle basi NATO di Aviano, ed italiana di Ghedi Torre), delle 480 in sei paesi europei della NATO. Queste testate sono il residuo delle armi nucleari schierate in Europa, dopo che il Trattato INF del 1987 rimosse quelle portate da missili a gittata intermedia (che furono chiamati Euromissili, e ci portarono sulla soglia di un conflitto nucleare). Oggi sono armi obsolete dal punto di vista strategico, e sembrano quasi solo il simbolo dell’affermazione della nostra subalternità, poiché sono molto più utili i sommergibili con capacità nucleare o le testate schierate in basi più avanzate. Tuttavia la loro rimozione (che la Grecia, ad esempio, ha ottenuto senza che questo abbia implicato altri problemi politici) potrebbe avere una funzione positiva per sbloccare il processo di disarmo: infatti, poiché gli Euromissili, furono rimossi ma non si prevedeva nulla sulla destinazione delle testate (mentre il trattato START-II prevedeva la distruzione delle testate rimosse), il conteggio delle armi nucleari tattiche esistenti e del loro stato operativo costituisce uno degli aspetti più oscuri e problematici; ma la Russia ha fatto sapere che, qualora le testate a gravità schierate in Europa venissero rimosse, sarebbe disposta ad aprire un negoziato sulle armi tattiche e sulla loro rimozione, che contribuirebbe a riaprire il processo di disarmo. Vi è poi un problema più grave ed inquietante, costituito dai sommergibili nucleari statunitensi con capacità nucleare, che scorazzano nel Mediterraneo, e possono entrare nelle nostre acque territoriali e in ben 11 porti, costituendo un rischio reale per le popolazioni, ed un bersaglio nel caso in cui scoppi una guerra nucleare per errore (o per volontà deliberata).

    Sembra sia sparita la memoria storica: cosa ha fatto dimenticare ai potenti disastri come quelli di Hiroshima e Nagasaki?

    Più che di disastri parlerei di crimini: ormai la ricerca storica ha chiarito che non vi era nessuna necessità militare per quelle bombe, che ebbero invece una funzione di avvertimento verso Mosca, che aveva dichiarato guerra al Giappone (come la “provocazione” di Pearl Harbour fu fortemente voluta da Roosevelt, che fece di tutto per “adescare” i giapponesi, in modo da rimuovere la contrarietà dell’opinione pubblica statunitense ad entrare in guerra). La “memoria storica” viene artatamente rimossa, le celebrazioni rituali hanno la funzione di allontanare la tragica concretezza. E poi oggi l’opinione pubblica viene mantenuta nella disinformazione e nell’equivoco sul ruolo delle armi nucleari, attribuendo pretestuosamente responsabilità ieri all’Iraq, oggi alla Corea del Nord e all’Iran, e “giustificandone” in tal modo l’esistenza e la funzione. La realtà viene completamente capovolta, il messaggio è “Solo noi possiamo garantirvi contro queste canaglie, abbiate fiducia in noi. Se manteniamo le armi nucleari (cosa che, comunque, di solito non viene neanche ricordata) è perché siamo costretti. L’esistenza dell’Occidente, del nostro way of life è minacciata”. È lo stesso discorso del “terrorismo”, termine volutamente generico, che è sempre quello degli altri, mai quello degli USA o di Israele, che accentua e radicalizza, se addirittura non genera, quel “terrorismo”. Se un domani venissero effettivamente usate le armi nucleari, ci verrebbe fatto passare come una necessità, come il male minore, come il solo modo di fermare i terroristi: la memoria di Hiroshima passa comunque in secondo piano. Non diversamente, del resto, è stato fatto con la memoria dell’incidente di Chernobyl: il ventennale ha celebrato i tentativi autorevoli di rimozione. Bisogna non intralciare la strada ai nuovi programmi nucleari. E tra le due cose c’è un legame, che alla gente comune è occultato: l’analisi, e la continua revisione (peggiorativa), delle conseguenze delle esplosioni su Hiroshima e Nagasaki costituiscono ancora la maggiore fonte di informazione sulle conseguenze a lungo termine e su grande scala della radioattività.

    La situazione mondiale dà pericolosi segni di tensione e di deterioramento delle relazioni internazionali; il rischio di un "incidente nucleare" è serio; quali sono secondo te le possibilità che avvenga?

    Per quanto concerne le armi nucleari, il rischio di guerra per errore è sempre stato presente, ed è stato sfiorato molte volte. Oggi è ancora più serio, per lo squilibrio delle forze in campo, e per il grave deterioramento del sistema militare russo, i cui satelliti di allarme sono a volte al limite della vita operativa, a volte ormai “ciechi”: la debolezza della Russia è un fattore di rischio, non di sicurezza. Ma si sta purtroppo delineando qualcosa di ben più grave dell’<>. Si sa, e i media statunitensi ne parlano continuamente, che gli Stati Uniti ed Israele hanno accuratamente preparato un attacco all’Iran: è prevista l’opzione nucleare, basata sull’illusione del colpo risolutivo. Se la follia imperiale varcherà davvero questa soglia, le conseguenze saranno imprevedibili, ma in ogni caso di una gravità senza precedenti. Ribadisco il punto centrale, e il messaggio fondamentale che dobbiamo veicolare: oggi il rischio dovuto alla presenza degli armamenti nucleari è più grave che in tutti i decenni passati, e il disarmo nucleare completo e controllato è l’unica vera soluzione, ed è quindi più necessario e urgente che mai.

    A volte un senso di impotenza ci attanaglia quando pensiamo a questi temi apparentemente così lontani dalle nostre possibilità di intervento: cosa può fare ogni persona per evitare la tragedia?

    Capisco bene che un rischio troppo grave dà un senso di impotenza e spinge alla fuga dal problema. Ma oggi siamo ancora più indietro di questo punto, ed è possibile in linea di principio una forma di sensibilizzazione diversa: che poi lo sia in pratica è un altro discorso, ma non possiamo sottrarci. Siamo più indietro perché la disinformazione a livello di massa è abissale: abbiamo un ritardo enorme da recuperare. E allora io credo che sia possibile (ripeto, almeno in linea di principio) trasmettere un messaggio che risulti mobilitante: il problema è di raggiungere le grandi masse. Credo infatti che il messaggio da trasmettere sia duplice: non solo che il rischio delle armi nucleari è oggi più grande che mai, ed è dovuto in primo luogo agli arsenali delle grandi potenze ed al loro rifiuto di eliminarli. Una seconda parte del messaggio deve essere che “tutti insieme possiamo”. In primo luogo io sostengo da tempo che se non riusciremo ad eliminare le armi nucleari, non riusciremo ad eliminare nessun altro sistema d’arma: per nessun altro, infatti, esiste una legislazione internazionale così precisa e vincolante, un insieme così ampio e autorevole di trattati e deliberazioni (tra cui il parere della Corte Internazionale di Giustizia del 1996, che stabilisce che anche la minaccia delle armi nucleari è illegittima, e che il disarmo nucleare è un obbligo), nonché gli strumenti e i metodi internazionalmente riconosciuti ed accettati per le verifiche (ad esempio, la Convenzione sulle Armi Biologiche non ha neppure un protocollo per le verifiche, per cui è praticamente inoperante). In secondo luogo, la gente deve rendersi conto che le armi nucleari devono venire arrestate prima che vengano usate, perché dopo è troppo tardi! Questo messaggio positivo può essere complimentato da indicazioni concrete di obiettivi praticabili da tutti ed ottenibili. Il primo l’ho citato prima: imporre al nostro Governo che chieda e pretenda la rimozione delle 90 testate a gravità schierate in Italia; ripeto, la Grecia l’ha ottenuto e non è caduto il mondo, queste armi sono evidentemente obsolete. L’obiettivo deve, e può essere esteso a livello europeo, per evitare che le testate vengano rimosse dall’Italia e portate in un altro paese (lo scorso anno la rimozione delle testate è stato chiesto dal Parlamento del Belgio). Vale la pena ricordare che cinque cittadini veneto hanno citato presso il Tribunale di Pordenone il governo degli USA per i rischi derivanti dalle testate nella base di Aviano: questo mostra chiaramente come tutti abbiano possibilità concrete di azione, immaginiamo cosa accadrebbe se fossero decine di migliaia le persone, in Italia e in Europa, che citano il governo statunitense! Si sta studiando la possibilità che azioni di questo genere vengano fatte anche da chi vive nelle città portuali che possono ospitare sommergibili nucleari. Sono esempi particolari, ma concreti, perché un problema che si è incancrenito per 36 anni deve essere sbloccato con azioni progressive, che coagulino una crescente volontà collettiva. Con la quale si può poi passare a porre obiettivi più ambiziosi, come la denuclearizzazione del Medio Oriente e del Mediterraneo, e l’eliminazione degli arcaici e pletorici arsenali nucleari britannico e francese. L’obiettivo del disarmo nucleare deve venire perseguito con una forte consapevolezza e volontà collettiva unitamente con quelli della costruzione di una vera unione politica e sociale dell’Europa, e della riforma dell’ONU. La gente si ritrae e non si impegna, figge nell’individualismo e l’assenteismo, perché non vede coagularsi forme collettive di aggregazione, di resistenza, di azione. Io credo che questo sia il maggiore ostacolo che oggi ci troviamo davanti, e che il problema delle armi nucleari possa essere un buon punto di partenza per ricominciare. Forse non appare così legato ai problemi concreti quotidiani sempre più gravi della gente, ma forse anche per questo può costituire un punto di forza, sul quale si possono superare anche molte divergenze politiche o di opinione, poiché sembra difficile trovare qualcuno, sano di mente, che sia favorevole alle armi nucleari ed al rischio dell’olocausto.

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