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Sudan, nel conflitto del Darfur spunta anche l'oro nero

Khartoum annuncia la scoperta del petrolio nella regione occidentale in guerra. E si dice pronta a estrarre 500mila barili al giorno
Scontro Cina-Usa? Le compagnie americane, escluse dalle concessioni nel sud (in mano a Pechino), mirano al greggio del Darfur
24 aprile 2005 - Irene Panozzo (Lettera22)
Fonte: Il Manifesto

L'oro nero c'è. Si poteva immaginare, ma ora è arrivata la conferma: il ministero dell'energia sudanese ha annunciato di aver iniziato le perforazioni per l'estrazione del petrolio dal sottosuolo del Darfur, la regione occidentale del Sudan dove da due anni imperversa una guerra civile e dove Khartoum si aspetta di trovare «abbondanti quantità di petrolio». Tanto da prevedere di arrivare a produrre entro l'anno 500mila barili di greggio al giorno. Una quantità che permetterebbe di doppiare così in un sol colpo l'attuale produzione nazionale (320mila barili) proveniente dai campi del Sudan meridionale, teatro di un'altra guerra feroce, conclusa con il trattato di pace firmato a Nairobi il 9 gennaio dal governo e dall'Esercito di liberazione popolare del Sudan, lo Splm/a. Petrolio, guerra e interessi contrastanti. Sembra essere una costante della storia degli ultimi vent'anni, quantomeno per quanto riguarda il Sud del paese. Un elemento che pareva essere estraneo alla crisi acuta che attanaglia il Darfur. In realtà si poteva prevedere che l'oro nero fosse presente anche in questa regione. Innanzitutto per una questione geografica. A sud il Darfur confina con il Sudan meridionale, e lì il petrolio c'è. A ovest con il Ciad, da un anno l'ultimo nuovo produttore petrolifero dell'Africa, mentre a nord-ovest confina con la Libia, uno dei paesi più ricchi di oro nero. Sembrava quindi difficile che proprio in Darfur il petrolio mancasse.

Ma non si tratta solo di questo. Dall'estate 2004 la questione del Darfur, in particolare l'emergenza umanitaria che la guerra ha causato, ha invaso i mass-media occidentali, divenendo oggetto di una vasta campagna di sensibilizzazione, di pressione e di raccolta fondi per gli interventi di cooperazione come non se ne vedevano da anni. È questo che ha stupito molti osservatori di cose africane: nessuno nega l'estrema gravità della situazione in Darfur, ma perché dare tanto spazio a questa crisi mentre si continua a lasciare nell'ombra conflitti altrettanto gravi, dalla Repubblica democratica del Congo alla Costa d'avorio? Forse perché c'è stato e continua a esserci l'interesse a creare i presupposti affinché l'opinione pubblica sia pronta ad accogliere senza grandi contestazioni un eventuale intervento, per quanto umanitario, nell'area?

Le indicazioni per una risposta in questo senso ci sono. E sono legate al petrolio e a considerazioni geopolitiche. Per quasi vent'anni il petrolio del Sud è rimasto «intoccabile» a causa della guerra civile. Nel 1999 la svolta: attraverso un oleodotto lungo 1600 chilometri, il petrolio meridionale arriva a Port Sudan, sul Mar rosso, e da lì viene esportato. Chi ha permesso al governo di Khartoum di rendere finalmente redditizio l'oro nero del Sud è stata la Cina, che nella seconda metà degli anni `90 è entrata di prepotenza nel settore petrolifero sudanese. Attraverso la sua compagnia petrolifera di stato, la China National Petroleum Corporation (Cnpc), la Cina controlla al momento buona parte del mercato sudanese: è l'azionista di maggioranza nel consorzio che gestisce l'oleodotto e alcune concessioni nel Sud, oltre ad avere il controllo esclusivo di un'altra ampia concessione. Chiunque voglia immettersi nel mercato petrolifero del paese deve quindi passare per il vaglio dei cinesi. Un dato di fatto scomodo per le compagnie americane, tenute finora lontane dal banchetto dalle sanzioni unilaterali che Washington ha imposto contro il Sudan una decina di anni fa, come risposta all'aperto sostegno di Khartoum al terrorismo islamico internazionale.

Adesso che gli States vogliono entrare nel gioco, trovare una via alternativa diventa quasi un'esigenza. E il Darfur, con la sua posizione strategica a cavallo tra Sudan meridionale e Ciad, può essere la soluzione perfetta. Tra qualche mese il nuovo governo autonomo meridionale guidato dal leader degli ex ribelli dello Splm/a, John Garang, si insedierà nel Sud, come previsto dal trattato di Nairobi. Garang è un vecchio amico di Washington e assumerà anche la gestione dei campi petroliferi meridionali, con l'obbligo però di spartirne i guadagni fifty-fifty con Khartoum. Con la quale ci sono già stati alcuni screzi riguardo una vecchia concessione della Total che lo Splm/a si è sentito in diritto di cedere a una piccola compagnia britannica, la White Nile Co. In uno scenario che cambia così rapidamente, perché non pensare quindi a un eventuale altro oleodotto che, attraverso il Darfur, si ricolleghi a quello, gestito da un consorzio controllato dagli americani, che porta il petrolio dal Ciad meridionale alle coste del Camerun, sull'Oceano Atlantico?

Qualunque sia la risposta, una cosa è certa: la gestione delle risorse petrolifere sudanesi rimane uno degli elementi fondamentali su cui si giocherà il futuro del paese.

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