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India, anche noi siamo tutti Dalith!

Il viaggio tra i Dalith di Simona Lanzoni, Responsabile Progetti della Fondazione Pangea Onlus
16 giugno 2005 - Aldo Daghetta (Resp. Comunicazione Fondazione Pangea Onlus)
Fonte: Fondazione Pangea Onlus - 16 giugno 2005

Chanderi, riunione di gruppo

Anche io sono una Dalith, un’intoccabile, ma in quanto straniera ed in particolare europea, godo di uno statuto particolare e la gente perdona le mie scorrettezze, come dare la mano, esporre i miei piedi verso qualcuno quando non dovrei o non rispettare le regole indù che non conosco.Per queste e molte altre ragioni, religiose, storiche e politiche i Dalith hanno sempre vissuto una vita di serie C, accettando di fare i lavori più umili e umilianti, accettando di essere coloro che pagano a più caro prezzo le mancanze e gli orrori della società indiana.
Dalith è una parola sconosciuta nel nostro vocabolario perché proviene direttamente dalla religione indu, con questo nome si chiamano milioni di persone fuori casta, ovvero gli intoccabili, perché non degni di appartenere alle caste superiori. In India tra gli intoccabili vi sono coloro che per tradizione familiare non appartengono alle caste dei bramini, ai guerrieri, ai commercianti, ma anche tutti quei popoli indigeni, abitanti della foresta, così detti Adivasi o tribali. Si differenziano dalle caste “alte”nel loro modus vivendi perché hanno meno leggi e formalità che regolano i rapporti tra la coppia, nella famiglia, con la comunità, la natura ed il resto del mondo. Non sono vegetariani, allevano ogni genere di animale e ne mangiano le carni. Sono, inoltre, considerati impudichi perché contrariamente alle caste alte non rispettano il divieto di non toccarsi: un esempio banale, per salutarsi ci si può abbracciare, mentre con le caste alte si fa il segno delle mani giunte.
La problematica è molto sentita, vi sono associazioni come la IAWS, (Indian Association for Women’s Studies) una associazione di donne formatasi negli anni ‘80 composta quasi completamente da mondo accademico e da attivisti del genere femminile, che organizzano convegni per sensibilizzare l’opinione pubblica: questi temi sono analizzati attraverso una serie di ricerche sociali, sociologiche e scientifiche con la partecipazione delle donne nei diversi settori della società. È uno spaccato del come la società femminile indiana che ha potere di incidere si sta muovendo e Bhana, giovane autrice di un libro sui Dalith porta una testimonianza straordinaria.
Partecipando anche gli uomini Incontrarla sotto un enorme tendone di tessuti colorati alle tre del pomeriggio con le ventole che a malapena riescono a smuovere l’aria umida ed afosa dei 35 gradi all’ombra diventa un momento unico. Davanti ad oltre 300 donne provenienti da tutta l’India, una ventina da altre parti del sud asiatico e una piccolissima rappresentanza anche da Oceania, America ed Europa, Bhana comincia a leggere spaccati del suo libro e a commentarli. Non ha niente di particolarmente bello, ma la sua voce suadente ti entra dentro pesando come pietre.
Ci spiega cosa vuol dire la partecipazione di una donna Dalith nella società, nella comunità, nel percorso educativo, politico, religioso, insomma nella vita quotidiana. Ci racconta di quando incontrò una bambina col suo fratellino lungo la strada per andare a scuola e le chiese “perchè prendi questa direzione che la strada è più lunga”, lei rispose che i genitori dicevano che non dovevano passare nell’altra perché erano Dalith. Lei rimase chiaramente dispiaciuta, arrivati alla scuola il fratellino di sei anni corse alla fontanella assetato e la bambina di nove dietro a lui per tirarlo via “Ma cosa fai, non lo sai che qui bevono tutti?!!” e quindi i Dalith non potrebbero. Bhana non resistette oltre, andò dalla direttrice a protestare “Ma insomma cosa insegnate ai bambini! Questa dovrebbe essere una scuola senza distinzione di casta! Nel rispetto della legge, siamo tutti uguali!”. A questo punto la direttrice non aveva scelta e richiamò i bambini davanti a Bhana in classe e disse “Dentro la scuola tutti possono bere dalla stessa fontanella, i genitori quando vi dicono di non farlo intendono a casa loro, a casa dei Dalhit!”. Bhana era sconvolta! Che educazione stava insegnando?
A proposito di partecipazione politica e del processo decisionale Bhana ricorda cosa successe nel ‘96 in un villaggio del Tamil-Nadu, oggi tristemente famoso perché è stata una delle regioni colpite dallo tsunami. Per la legge di questo stato nelle elezioni dei piccoli Panchaiat (micro municipi di villaggio che formano un grande Panchaiat) vi è un numero di posti riservati ai Dalith: elessero una donna e gli eletti di casta superiore degli altri micro municipi non le davano assolutamente ascolto fino a quando la costrinsero a dimettersi. Non solo, cercarono chi l’aveva eletta, 15 famiglie in tutto e li costrinsero ad andare via dal villaggio: dopo qualche mese di protesta il caso diventò nazionale e alla fine ci fu una contrattazione governativa per far tornare le 15 famiglie nei loro villaggi.

“Si potrebbe dire che la religione indù legittima la discriminazione di casta e sfrutta la vulnerabilità di una parte della popolazione come i Dalith aggravandone la condizione” conclude Bhana. Per uscire da questo circolo vizioso in molti decidono di cambiare religione e diventano cristiani. Non importa se cattolico, protestante o altro. Ma anche qui il sistema si ripete. Esistono due tipi di Cristiani, i vecchi cristiani per cui è da generazioni che si professa la religione e poi i nuovi che devono passare anche loro sotto il volere dei cristiani anziani.
Un esempio estremo è accaduto qualche anno fa quando è stata chiusa e venduta una chiesa: in un villaggio la casta superiore dei cristiani non dava alcuno spazio a quelli nuovi, non faceva fare i canti, la comunione, non li facevano sedere durante le cerimonie. Ci fu una grande protesta, scontri fisici e la polizia decise di chiudere l’edificio con catene per calmare gli animi. La casta anziana non accettò e dopo una settimana ruppero le catene per andare a fare le celebrazioni. Alla fine la chiesa fu messa in vendita.
Il processo di esclusione dei Dalith è intriso nella società, vi sono negozi per loro, lavori ad hoc, i Dalith sono profondamente dipendenti dalle risorse naturali dell’habitat in cui vivono, dai loro ritmi, dall’agricoltura, l’allevamento, la pesca, la raccolta dei frutti come delle erbe per farne medicinali, tinture, tessuti; il processo economico mondiale lentamente li sta escludendo perché non hanno una produzione con economie di scala, non possiedono le risorse delle natura né la terra e queste vengono vendute alle multinazionali che vi mettono il brevetto di proprietà, ed ora sta iniziando anche la privatizzazione dell’acqua.
“La loro ignoranza del resto del mondo, la loro semplicità, il senso del dovere o il senso di inferiorità dell’essere Dalith e quindi del dover farsi carico degli altri senza protestare li ha portati ad autoescludersi, dicono che è così perché c’è qualcosa di sbagliato in loro” – riflette Bhana – ma perché? Perché io sono una Dalith e se vengo invitata da una donna bramino a casa sua a cena per esempio o lei viene a casa mia cosa pensate dirà la società?? ‘Guarda che brava quella donna di casta superiore! come è buona nei confronti della Dalith, come è generosa!’ niente verrà riconosciuto alla Dalith e non riuscirà mai a costruire psicologicamente la sua forza interiore!”.
Le donne Dalith sono coloro che subiscono in assoluto più abusi e violenze fisiche, è provato statisticamente, ma anche psicologiche. Sono coloro che hanno meno accesso ai tribunali e i loro diritti rispetto a qualcuno di classe superiore passano in secondo piano.

Bhana sostiene che la cultura Dalith è una cultura sottomessa e lo dimostra raccontando le difficoltà che lei stessa ha trovato per pubblicare il suo libro. Nel ‘92 lei ha girato moltissimi editori e tutti le dicevano “Immondizia” gettandole il manoscritto fuori della porta. Lei stessa ricorda: “Mi sono detta che forse avevano ragione, tutti mi dicevano la stessa cosa e loro sicuramente ne sanno più di me, mentre io non sono che una Dalith e così lentamente si cede psicologicamente. Alla fine un editore cristiano me lo ha pubblicato. Ed ora è uno dei libri più famosi e riconosciuti sull’argomento! Malgrado ciò quando il padrone della casa in cui vivevo vide la mia foto su un giornale e lesse che ero una Dalith e che avevo scritto un libro sull’argomento, ed era la ragione per cui ricevevo così tante lettere, smise di consegnarmele!”.
Una volta Bhana aveva scritto in un articolo la storia di una donna che aveva 4 figli e da poco era nato l’ultimo. Il marito era continuamente ubriaco e la picchiava tutti i gironi, lei quindi decise di scappare e di andare a vivere dalla madre. Gli lasciò tutti i figli, compreso il neonato e non volle mai rivedere la sua famiglia costringendo il marito a dover fare ammenda e ritrovare i suoi passi. L’editore le chiese “Puoi scriver per favore che almeno lei pensava ai suoi figli?!”
La platea incantata è scoppiata in una risata sonora! Bhana replicò che era avvenuto veramente! ah! Come uscire dal ruolo di donne-madri benevole!

Giovane indiano

“Essere Dalith è bello - rincalza Bhana -, è semplicemente una cultura umana vibrante, che rispetta la natura e che non se ne appropria, dove non vi sono differenze tra uomini e donne, dove si ama danzare, cantare mentre si fanno lavori durissimi, dove esiste una forte senso del gruppo, della copia e dell’intimità, siamo senza terra, ma siamo umani, ne abbiamo diritto, è una cultura ribelle perché non si è fatta mettere dentro le regole religiose, economiche e sociali della formalità. Per questo una volta mia madre disse che siamo umani, siamo solo umani, è nostro diritto! Quindi oggi uscirò ed andrò a protestare!”.

Da noi in Europa altre forme e modalità di esclusione si perpetrano nella società, da noi vengono chiamati emarginati, immigrati, clandestini, casi sociali, poveri, miserabili, diversi, matti, solo perché non corrispondono ai canoni ed ai codici che detta la società in cui viviamo.
Ma in fondo Dalith è anche colui che sperimenta una vita al di fuori delle norme sociali, più libera e meno formale, come volergliene e perché giudicarlo se questo è nel rispetto degli altri?

Mi piace terminare il racconto di questo spaccato di mondo con le parole di Bhana: “Cos’è la sovranità in India come nel resto del mondo se oltre la metà della popolazione non arriva a soddisfare neanche i suoi bisogni essenziali?”.
Possiamo sognare un mondo diverso con l’inclusione di tutti?

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