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    Iraq: La guerra non era poi così lontana...

    Quanti sono i morti civili in Iraq, direttamente causati dalle truppe di occupazione? Chi li sta contando?
    23 giugno 2005
    Fonte: Osservatorio Iraq

    Apparentemente il tentativo di tenere il bilancio di questa insensata e illegale guerra lo stanno facendo solo fonti indipendenti - dalla prestigiosa rivista Lancet al sito Iraqi Body Count – e, con enorme difficoltà, alcune organizzazioni per i diritti umani irachene. Ma tutti dichiarano che sono dati al ribasso. Anche le cifre fornite dal Ministero della Sanità non possono essere considerate attendibili, e la stessa Mezzaluna Rossa ammette quanto queste cifre siano prima di tutto difficili da ottenere, e quanto siano poco rispondenti alla realtà.

    100.000 come diceva Lancet ad ottobre? Di più? Quanti di più?

    Una cosa è certa: chi di questa guerra è responsabile non sembra esserne interessato, anche se la Convenzione di Ginevra pone a carico delle potenze belligeranti e/o occupanti tra i primi obblighi proprio quello di proteggere i civili.

    Racconta Paola Gasparoli: "Durante il mio lavoro in Iraq proprio sulle cause di morte tra i civili - causati soprattutto da sparatorie indiscriminate e sulla difficoltà di ottenere indennizzi da parte delle autorità militari statunitensi - alla mia domanda ad un ufficiale americano ‘quanti morti civili risultano dai vostri data base?’ la risposta è stata ‘non li contiamo, non possiamo. Anche quando sappiamo di aver ucciso accidentalmente qualcuno gli iracheni lo portano via. E poi non sempre possiamo saperlo, se sono morti o feriti.’ Semplicemente non è una loro priorità."

    Non parliamo poi dei morti civili durante gli attacchi a Fallujah, ad Al Qaim, Haditha; durante le operazioni militari contro Samarra, Najaf, Sadr City, Nassyria.

    Si, Nassirya, perché anche lì ci sono stati scontri a fuoco che hanno causato lutti e sofferenze. Lì dove il nostro contingente opera da due anni. Lì dove non ci sono testimoni, dove le notizie escono con il contagocce.

    I nostri occhi finiscono inevitabilmente per essere puntati sugli americani, la guerra l’hanno voluta loro, la conducono loro e le peggiori violazioni dei diritti umani sono loro. Sono loro che hanno il maggior contingente, che hanno il controllo su arresti e centri di detenzione. Loro che bombardano e stringono d’assedio città e villaggi.

    Ma in tutte le regioni irachene ci sono stati episodi di guerra, di scontri a fuoco e di interventi militari che hanno visto e vedono i civili esposti al rischio di essere uccisi o feriti, di avere le loro case o macchine distrutte.

    Nessun contingente può chiamarsi fuori. Nemmeno il nostro: in fondo siamo in guerra, nonostante l’aggettivo ‘umanitaria’ posto davanti alla parola ‘missione’.

    Negli ultimi giorni anche noi siamo chiamati in causa direttamente: una organizzazione per le tutela dei diritti umani di Nassyria denuncia , sulle pagine del quotidiano Azzaman il 12 maggio scorso,che il contingente italiano non sta pagando gli indennizzi - the compensations - parola ormai famosa nel martoriato Iraq.

    Ma procediamo con ordine.

    Nella provincia di Thi Qar, dove appunto opera in nostro contingente sotto comando inglese, ufficialmente, sono state pochissime (ma quante?) le vittime civili, e mai per errore.

    La cosiddetta "battaglia dei ponti" dell'aprile 2004 avrebbe provocato, stante le cifre ufficiali diffuse, 15 morti.

    Gli inglesi, che sono intervenuti con truppe di appoggio, hanno contato 40 morti provocati dalla loro azione durata poco più di due ore, come rileva Tana de Zulueta.

    Gli italiani, con trentamila colpi sparati (dati questi si, da fonti ufficiali), ne dichiarano poco più di un terzo. In totale per la "battaglia dei ponti" si ipotizza la cifra di 150 morti, come denunciato anche attraverso interrogazioni parlamentari - tuttora senza risposta- che hanno dato luogo all'inchiesta del procuratore Intellisano.

    Ma il 6 agosto dello stesso anno dobbiamo registrare un altro evento, quello che viene ricordato come "l'episodio dell'ambulanza": i soldati italiani aprono il fuoco proprio su un’ambulanza che trasportava al vicino ospedale una donna incinta e i suoi familiari.

    I comandi italiani dicono che si trattava di un'autobomba, o di una macchina che non si è fermata all'alt. Contano prima tre morti, poi quattro, ed è questa la cifra che alla fine passerà come veritiera, anche nelle parole di chi chiede un‘inchiesta.

    Ma le vittime, secondo la versione fornita dall'organizzazione per i diritti umani e dai testimoni presenti, sono ben undici, e tredici i feriti.

    A confermare che i morti non possono essere stati solo quattro ci sono anche i militari coinvolti in quella sparatoria.

    Uno di loro, appuntato dei carabinieri, ha chiesto subito dopo di tornare in Italia.

    Antonio Savino, presidente dell’UNAC, l’associazione di carabinieri che raccoglie molte loro testimonianze, in una intervista ha dichiarato che "la situazione non è molto chiara" e sul numero dei morti dice: "posso solo dire che non erano quattro. Non so se fossero 11, ma quattro non erano".

    L’associazione dei diritti umani, tramite il suo presidente, Adnan Sharifi, parla anche di diverse case e veicoli distrutti. Forse, non si è trattato solo di sparare contro un ‘oggetto’ in movimento, che trattandosi di un’ambulanza rappresenta già di per sé una grave violazione della Convenzione di Ginevra, ma di una sparatoria indiscriminata che ha coinvolto molte più persone di quanto detto.

    Nessuno dei familiari delle vittime ha mai ottenuto il risarcimento

    Quali sono i motivi del mancato risarcimento? C’è forse il timore di dover dichiarare quante sono davvero le persone uccise? O semplicemente questa è la prassi in Iraq?

    Ricordiamo che le compensazioni non sono un fattore secondario nel rapporto tra truppe e civili. Il grande numero di civili uccisi o feriti e l’ammontare dei danni materiali è uno degli elementi che ha contribuito alla crescita dell’ostilità nei confronti dell’occupazione. Mesi di code ed attese per presentare la documentazione agli uffici preposti al pagamento e che troppo spesso si concludevano con un ‘ci dispiace, ma le truppe si sono comportante correttamente, nel rispetto delle regole di ingaggio, quindi non possiamo pagare l’indennizzo’. Al dolore si aggiunge il senso di ingiustizia. Anche nella storia di Fallujah e dell’escalation di violenza, le mancate compensazioni per la prima sparatoria sui civili durante una pacifica manifestazione, quelle per l’attacco di aprile e quelle nell’attualità della ricostruzione di una città distrutta hanno avuto un ruolo determinante.

    Anche noi come gli americani?

    Adnan Sharifi afferma che chiederà al Parlamento italiano una risposta sul mancato risarcimento.

    Forse, se gli verrà data, conosceremo anche noi la verità. Se non gli verrà data, dovremo avere la forza di continuare ad esigerla.

    Note:

    http://www.osservatorioiraq.it/modules/wfsection/article.php?articleid=1136

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