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    La paura globalizzata

    11 luglio 2005 - Gennaro Matino (teologo)
    Fonte: Il Mattino

    Non so se anche Napoli sia nel mirino dei terroristi, certo è difficile pensare di poter essere immuni da quel meccanismo perverso che globalizzando il mondo ha inevitabilmente legato una nazione all'altra, non solo nello scambio economico e nelle notizie che corrono veloci da un paese all'altro, ma anche purtroppo nella minaccia incombente di ulteriori attentati. Fatto sta che il Comitato per l'ordine e la sicurezza ritiene che tra i possibili obiettivi terroristici possa esserci anche la nostra città che, come ha imparato a convivere con il disagio ambientale, con la criminalità organizzata, con il disordine cancrenizzato, dovrà imparare a convivere con l'ennesimo e non meno grave pericolo che incombe sui cittadini. E forse il pericolo più grave sta proprio in questo fatalistico rassegnarsi di fronte a situazioni che appaiono incontrollabili, così che le diverse situazioni di disagio finiscono con l'essere etichettate in specifiche categorie entro cui racchiudere i fenomeni: il problema della camorra, dei rifiuti, della disoccupazione, del traffico, ai quali si è aggiunto il problema del terrorismo. E siamo talmente abituati che quasi dimentichiamo che non si tratta di pure astrazioni, perché dietro ogni problema ci sono delle precise responsabilità. Dietro il problema camorra ci sono i camorristi, dietro gli altri problemi irrisolti c'è mancanza di organizzazione, di progettualità, c'è la classe dirigente e politica, dietro il terrorismo ci sono altrettante responsabilità che non possiamo ignorare.
    Si corre il rischio che il parlare di terrorismo diventi patrimonio linguistico della nostra generazione, quasi un modo per non capire a fondo cosa sta succedendo o meglio è già successo. La strage di Londra ha riproposto pagine di paura e di sconcerto che dopo l'11 settembre hanno cambiato il volto della globalizzazione mondiale. Quella globalizzazione che avrebbe dovuto accelerare il progresso e il benessere del mondo, ha acquisito una connotazione drammatica, ma prevedibile se per globalizzazione si è inteso l'allargamento del dominio economico dei paesi industrializzati a discapito delle aree depresse del mondo. Il terrorismo di marca islamica, che ha compromesso la tranquillità del mondo occidentale, invita a riflettere: il destino del nostro pianeta non può più essere determinato dalle scelte di una sola parte della terra, tenendo fuori da ogni decisione l'altra parte del mondo. Il prezzo che ora paghiamo è tanto alto quanto la responsabilità, non solo di chi con le bombe uccide senza pietà persone innocenti, ma anche di chi per questioni d'interessi ha determinato il clima apocalittico del terrore che incombe sul terzo millennio. Se anche a Napoli siamo costretti a vivere nella paura ogni volta che prendiamo la metropolitana o entriamo in un supermercato, forse dovremmo chiederci in maniera concreta che relazione c'è tra il terrorismo e la questione mediorientale, tra una guerra preventiva e gli attentati, tra il non aver investito fino in fondo nel dialogo interreligioso e il fanatismo integralista. Se una relazione c'è, allora Napoli, come le altre città a rischio, vivrà nella paura, non solo perché dei folli minacciano l'Occidente, ma perché la miopia dei potenti è tale da non vedere che una globalizzazione economica che non rispetti un’equa distribuzione dei beni non può che generare odio e rabbia. Solo la giustizia può essere la via della pace.

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