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    A Londra è iniziata la guerra contro l'Iran

    24 luglio 2005 - Michel Collon

    Si chiamava Jack. O Robert. Oppure Hassan. Era contro la guerra e
    detestava Bush e Blair. Come molti dei Londinesi che, giovedì mattina,
    stavano andando al lavoro. Non sapeva che sarebbe stato il suo ultimo
    viaggio. La maggior parte dei londinesi è contraria all'occupazione in
    Iraq e aveva votato un sindaco, contrario anche lui. E molte altre
    vittime, influenzate dai media, semplicemente, non avevano capito la
    natura economica di questa guerra.
    Condannare l'atto barbarico commesso a Londra, significa difendere il
    ricordo delle vittime. Perché Bush e Blair tenteranno di utilizzare la
    loro morte per imporre ancora aggressione e sofferenza. Là e qui.
    Quello stesso giorno, Bush se l'è presa con l'Iran.
    Vittime del terrorismo? Sì. Ma, soprattutto, del grande terrorismo di
    Stato. Il terrorismo dei più forti che, per restare tali, bombardano e
    torturano un popolo. La cui unica colpa è quella di voler restare
    padrone del proprio petrolio, della propria vita e del futuro dei
    propri figli.
    E in questo periodo, a Bagdad è ogni giorno King's Cross. A causa di Blair.

    Domande preoccupanti
    In questi momenti di emozione intesta e di manipolazione
    politico-mediatica dell'emozione, bisogna mantenere il sangue freddo
    per farsi due domande:
    1. Che cosa ci nascondono?
    2. A chi giova il crimine?

    Che cosa ci nascondono?
    Venerdi, un alto funzionario della polizia
    londinese ha dichiarato: "Nessun segno premonitore avrebbe permesso di
    intuire cosa sarebbe successo" (Reuters, 8 luglio). Davvero?
    Il mondo intero sapeva che dopo New York e Madrid, sarebbe stato il turno di
    Lontra. Da mesi si annunciava lo svolgimento del G8 in Gran Bretagna,
    un momento propizio, chiaramente. Ora, stranamente, a giugno, i
    servizi segreti britannici avevano abassato il "livello di allerta" da
    "arancione" à "giallo".
    Dopo l'11 settembre inoltre, i servizi segreti statunitensi avevano
    affermato che non avevano presagito e visto niente. Ma varie indagini
    hanno dimostrato che sapevano molte cose e si erano mostrati
    stranamente negligenti, per non dire peggio. (v. nello specifico "11
    settembre, perché hanno lasciato agire i pirati dell'aria", Peter
    Franssen ed. www.epo.be, 2002).

    A chi giova?
    Gli attentanti di Londra arrivano al momento giusto per chi va alla
    guerra. Bush era sempre più in difficoltà a causa del suo evidente
    fallimento in Iraq. All'interno del suo stesso partito, alcune voci
    chiedevano il ritiro. Il suo ultimo discorso su "un mondo più sicuro e
    più libero" non aveva convinto nessuno. E Blair rimaneva isolato in
    Europa.
    La soluzione? "Per unirci, abbiamo bisogno di un nemico comune", aveva
    detto recentemente Condoleeza Rice. E come arrivarci? Ecco la risposta
    di David Rockfeller (dirigente dell'Esso, della Chase Manhattan Bank,
    ma anche dell'onnipotente Consiglio per le relazioni estere, dove la
    crema degli industriali e dei politici del pianeta elabora la
    strategia generale per la direzione del mondo): "Siamo alla vigilia di
    una trasformazione globale. Tutto quello di cui abbiamo bisogno è la
    grande crisi risolutiva, e le nazioni accetteranno il nuovo ordine
    mondiale".
    Bush e Blair hanno bisogno del terrorismo, hanno bisogno che le
    popolazioni si sentano in pericolo. Per legittimare la loro guerra
    globale, per nascondere che questa fa il gioco esclusivamente delle
    multinazionali, bisogna fare paura ai cittadini perché sostengano la
    politica violenta dei loro governanti, come ha mostrato molto bene
    Michael Moore nel suo film Bowling for Columbine.
    Gli attentati di Londra sono pericolosi per la pace. I loro autori non
    hanno niente in comune con la vera resistenza che se la prende con i
    militari o con i collaboratori, non con i civili. Assassinare civili
    innocenti aiuta Blair e Bush a riunire i ranghi, a provocare una falsa
    identificazione. "Siamo tutti in pericolo" quando, in realtà, la loro
    guerra si rivolta anche contro la popolazione degli USA e della Gran
    Bretagnaa. Ma ci ritorneremo.
    Dopo l'11 settembre 2001, in una sola settimana, Bush è riuscito a fare
    approvare il suo programma di guerra in Afghanistan e in Iraq,
    preparato da tempo. E, in un tempo record, la sua legge "Patriot Act"
    offensiva generale contro la libertà negli stessi USA. Un pacchetto di
    legge talmente imponente e complesso che aveva richiesto almeno un
    anno di preparazione. Non dimentichiamo che, la sera stessa dell'11
    settembre, il ministro statunitense Rumsfeld aveva dichiarato: "Quello
    che è accaduto oggi basta a convincervi che questo paese deve
    urgentemente aumentare le spese destinate alla Difesa e che il denaro
    per finanziare le spese militari deve essere prelevato, se necessario,
    dalle casse della previdenza sociale?". Programmi pianificati da lungo
    tempo, dunque, dal complesso militare-industriale.
    Ecco chi risponde alla domanda "A chi giova il crimine?". Domani,
    sicuramente, Blair e anche altri come Saskozy torneranno a spiegarci
    che "per la nostra sicurezza", bisogna "prelevare dalla previdenza
    sociale per aumentare le spese militari" e repressive. In effetti,
    puntare i riflettori sul terrorismo serve a deviare l'attenzione dal
    fallimento delle cosiddette "politiche anti-povertà".

    Chi è responsabile della povertà?

    Dopo gli attentati, abbiamo visto Bush uscire dal castello di
    Glenneagles e rivolgersi alle telecamere, con la voce tremolante, per
    celebrare "le persone che qui (al G8), cercano il modo di risolvere la
    questione della povertà in Africa".
    In realtà, se ogni tre secondi un bambino muore di povertà è proprio a
    causa di Bush e delle multinazionali.
    La povertà del terzo mondo non cade dal cielo. È la conseguenza di
    cinque secoli di brutale saccheggio delle materie prime e, ancora
    oggi, dei rapporti economici imposti alle colonie, parola che rimane
    valida. Con i loro rapporti ingiusti, le multinazionali continuano a
    succhiare le ricchezze del terzo mondo e a scavare una distanza in
    modo sempre più drammatico.
    E quando un paese desidera assicurare il proprio sviluppo
    nell'indipendenza, quando vuole soltanto trarre profitto dal proprio
    petrolio, dalle proprie ricchezze naturale o dalla propria mano
    d'opera, come reagiscono le super potenze? Prima di tutto, tentano di
    sottometterlo con il ricatto del FMI e della banca mondiale perché
    quel paese abbandoni le proprie attività, i propri servizi pubblici
    per la popolazione e affinché diventi una docile pedina delle
    multinazionali. Se ciò non basta, si passa all'embargo economico, alle
    guerre civili, alimentate o importate e, alla fine, ai bombardamenti o
    ai colpi di stato della CIA.

    La guerra dei cent'anni

    Alla caduta del muro, il capitalismo in trionfo ci aveva promesso un
    nuovo ordine mondiale fatto di democrazia e di una pace durevole. Ma
    il primo diritto dell'uomo, quello di poter mangiare, è ancora
    rifiutato a gran parte dell'umanità. E le guerre statunitensi, dirette
    o indirette, si sono moltiplicate: Iraq, Jugoslavia, Afghanistam,
    Congo, Caucaso. E Washington ha già designato i prossimi bersagli:
    Iran, Siria, Corea, Cuba, Venezuela, Zimbabwe etc.
    In realtà, dopo la caduta dell'Unione Sovietica e lo sconvolgimento
    dei rapporti di forza internazionali, gli USA si sono lanciati in una
    nuova guerra dei cent'anni, di cui ognuna delle guerre parziali non
    rappresenta che una tappa. Questa guerra globale persegue tre
    obiettivi, strettamente collegati:
    1. Controllare le materie prime, soprattutto l'energia, e poterne
    privare i rivali.
    2. Smembrare qualsiasi Stato del terzo mondo che sia troppo indipendente.
    3. Subordinare le altre super-potenze: Europa, Giappone, Russia.

    Questa guerra dei cent'anni per colonizzare nuovamente il pianeta,
    questa militarizzazione delle relazioni internazionali è, per le
    multinazionali statunitensi, la sola "soluzione" per sfuggire alla
    crisi che loro stesse hanno creato.

    Come hanno provocato questa crisi?
    Impoverendo da una parte i loro lavoratori e dall'altra quelli del
    terzo mondo colonizzato. Cosa che ha per effetto l'aggravarsi dello
    scarto delle ricchezze e la rovina di quelli che dovrebbero acquistare
    i loro prodotti. Circolo vizioso.
    Questa crisi economica strutturale è irrisolvibile perché è una crisi
    dovuta al fossato tra ricchi e poveri, è la crisi inevitabile di un
    sistema ingiusto. E la guerra non è imputabile al carattere di Bush o
    della sua équipe, no, è semplicemente una strategia per "uscire dalla
    crisi" rafforzando il dominio sul mondo e sulle sue ricchezze. La
    guerra militare è la conseguena delle leggi della guerra economica.
    Controllare le materia prime serve ad assicurarsi un vantaggio
    decisivo nella concorrenza esacerbata tra multinazionali. Chi non
    approfitta di questo vantaggio non sopravvivrà alla guerra economica.
    E poiché i mezzi di guadagno non sono limitati da nessuna legge
    morale, la guerra è uno di quei mezzi.

    Perché attaccare l'Iran?

    Perché il prossimo bersaglio è l'Iran?
    Perché questo Paese possiede delle importanti riserve petrolifere, perché è la principale potenza della regione che rifiuta di sottomettersi a Israele, perché i recenti tentativi di far capitolare Teheran sono falliti.
    Attaccare l'Iran significa in realtà tentare di controllare l'insieme
    del petrolio in Medio-Oriente, come del resto, in tutto il pianeta.
    Per permettere agli USA di esercitare una sorta di ricatto
    sull'approvvigionamento petrolifero dei rivali: Europa, Giappone,
    Cina. Chi vuole dominare il mondo, devo controllare tutte le fonti di
    energia.
    Ma si tratta anche di ostacolare e impedire la costituzione di
    un'alleanza tra potenze resistenti in Asia. In "La guerre globale à
    commencé" (La guerra globale è iniziata), proprio dopo l'11 settembre,
    avevamo scritto: "Certo, il principio fondamentale di ogni politica
    imperialista è ancora quello di dividere per regnare. Brzezinski
    continua spiegando che sul continente asiatico gli USA sono
    attanagliati dalla paura e che la Cina potrebbe essere il pilastro di
    un'alleanza anti-egemonica stretta da Cina, Russia e Iran".
    Si tratta, chiaramente, dell'ultimo bersaglio della guerra globale,
    essendo il più vasto mercato del futuro e il più potente tra i Paesi
    resistenti. Infatti, gli Stati Uniti, per continuare a essere la sola
    super potenza, hanno già da tempo riconosciuto nella Cina il loro
    nemico numero uno. Tutto ciò che fanno sul continente asiatico è da
    valutare in questa prospettiva. Soprattutto l'accerchiamento della
    Cina, acceleratosi con le basi militare stabilite in Afghanistan e che
    proseguirà nel corso degli eventi della guerra globale.

    Ogni guerra è una guerra contro ognuno di noi

    Bush e Blair vogliono farci credere che, con queste guerre,
    difenderanno il nostro livello di vita, in Europa e negli USA. Che
    avremmo gli stessi interessi di fronte ai paesi "canaglia".
    Falso. Attaccare l'Iraq ha giovato solo alle multinazionali del
    petrolio, delle armi, dell'edilizia e della finanza. Così come
    attaccare la Jugoslavia, andando al di là delle bugie medianiche, non
    è stato un atto umanitario ma una privatizzazione per mezzo delle
    bombe. Il vero scopo delle super potenze – attestato dai loro
    documenti strategici – era quello di assumere il controllo di
    un'economia che era rimasta indipendente dalle multinazionali e di una
    manodopera che voleva mantenere i diritti sociali dell'autogestione.
    Distruggendo questi sogni di indipendenza, si lanciava un avvertimento
    all'Europa dell'est e alla Russia: abbandonate i vostri sogni di
    sfuggire alle multinazionali! Facendo ciò, si prendeva possesso della
    manodopera dell'Est. Per stabilirvi fabbriche, per importare i
    lavoratori polacchi, in concorrenza con i lavoratori occidentali, con
    l'obiettivo di diminuire i salari e aumentare i benefici.
    È per questo che la globalizzazione e la guerra sono due facce della
    stessa medaglia. La globalizzazione mira a soggiogare tutti i Paesi
    del mondo alla pressione totale delle multinazionali, sotto il ricatto
    generalizzato delle condizioni di lavoro. E la guerra è il manganello
    per chi rifiuta questo ricatto.
    Ciò mostra che una guerra di aggressione da parte di Bush e Blair (o,
    dell'EU, magari, più in là), non fa gli interessi del lavoratori
    statunitensi o europei. Al contrario, sono proprio i lavoratori a
    pagare. Per prima cosa, fornendo le vittime, sia come soldati che come
    bersagli degli attentanti, ma anche e soprattutto trovandosi vittime
    di un ricatto anti-sociale che li farà sprofondare nella
    disoccupazione o nell'iper precarietà del lavoro.
    In sintesi, la guerra di Bush e Blair, è la guerra dei ricchi contro i
    poveri. Una guerra contro il futuro dell'umanità. Mettere fine alla
    guerra, mettere fine alla povertà, significa combattere Bush e Blair.
    Non c'è una via di mezzo.

    Prossima fermata Teheran

    Dopo gli attentati di Londra, Bush si è affrettato a denunciare la
    "minaccia iraniana". Ma, di fatto, sta preprando da molto tempo la sua
    guerra a questo Paese. Perché le guerre non iniziano dalle bomne;
    hanno bisogno di una preparazione:
    - Militare: preparare la logistica e le basi d'appoggio per l'assalto
    (argomento sul quale torneremo).
    - Mediatica: preparare l'opinione pubblica demonizzando il Paese da colpire.

    Questa preparazione mediatica consiste in una propaganda della guerra
    che fa leva sulle conscienze ma anche sull'inconscio.

    Argomento n. 1. Le armi di distruzione di massa. Sì, di nuovo. Da
    mesi, i grandi media occidentali puntano i riflettori, come Bush,
    sulla "minaccia nucleare iraniana". Mentre Israele possiede già
    duecento testate nucleari clandestine e ha già aggredito tutti i Paesi
    vicini, il solo pericolo che voglio farci temere è Teheran. Certo, le
    armi nucleari sono un flagello da eliminare, ma perché dovremmo
    fidarci di quelle di Bush e di Sharon? Come possiamo negare a un Paese
    il diritto di difendersi da un'aggressione? Sappiamo che Bagdad e
    Belgrado sono state attaccate impunemente, solo perché non avevano
    modo di difendersi.
    Argomento n. 2. Il "terrorismo islamico". La storia delle armi aveva
    ridicolizzato Bush nel caso Iraq, dunque bisogna aggiungere "il
    terrorismo islamico". Un tema che ci fa paura "in casa nostra".
    Domani, forse, delle pseudo-rivelazioni dei servici segreti
    statunitensi o britannici, dandosi il cambio, tenteranno di
    convincerci che dietro gli attentati c'era Teheran. Proprio come il
    tentativo di Bush di collegare Saddam ad Al-Qaida.
    Argomento n. 3. La democrazia. Visto il fallimento
    dell'argomento numero 2 nel caso iracheno, i redattori dei discorsi di
    Bush ci vendono, adesso, la guerra come un argomento di marketing: la
    democrazia. Si tratterebbe di garantire ai numerosi Paesi attaccati la
    "libertà". Buffo, considerando che la famiglia Bush ha costruito la
    sia fortuna collaborando con Hitler, poi con Bin Laden. E che Bush
    padre, quando era a capo della CIA, ha protetto i peggiori
    dell'America latina e non solo. Ma se i media tralasciano questo cupo
    passato, l'argomento della democrazia funziona ancora.
    Sul piano delle libertà, ognuno può pensare quello che crede sui
    governanti iraniani, mais una cosa è certa: non è quello il problema.
    Non è per la bella faccia della democrazia che Bush cerca di fare man
    bassa in quel Paese, ma solo per l'oro nero.
    D'altronde, è credibile che gli Stati Uniti vogliano importare la
    democrazia in Iran? Nel 1953, un colpo di stato organizzato dalla CIA
    aveva rovesciato il primo ministro Mossadegh, troppo indipendente
    sulla questione del petrolio. Poi, i sei successivi presidenti
    americani, imposero al popolo iraniano la dittatura fascista dello
    scià Pahlevi, insieme ai terribili seviziatori, della Savak: 300000
    persone torturate in vent'anni. I professorini sembrano soffrire di
    amnesia!

    Smettiamola con le ciance del "né, né" e della "guerra per la
    democrazia"! "Né Bush né gli ayatollah"? Assisteremo preso al ritorno
    di questa penosa parola d'ordine molto diffusa tra una certa
    rammollita, dopo che ha causato tanto male in Iraq e in Jugoslavia?
    Nel 2001, denunciavamo l'effetto nefasto degli slogan "Né Bush né
    Saddam", "Né la NATO né Milosevic", "Né Sharon né Arafat": "Dopo
    dodici anni, questa posizione dominante nella sinistra intellettuale
    europea condanna il movimento pacifista alla passività. Perché pone
    sullo stesso piano aggressori e aggrediti. Se tutti sono malvagi allo
    stesso modo, non abbiamo motivo di fare di tutto per arrestare
    l'aggressione.
    Il "né, né" è il cancro del movimento pacifista. Bisogna porvi fine. A
    minacciare il mondo non è Saddam o Milosevic, è Bush. Non è la
    Jugoslavia o l'Iraq che ogni giorno condanna a morte 35000 bambini del
    terzo mondo, sono le multinazionali.
    Gli Stati Uniti minacciano la pace in ogni angolo del mondo.
    Anteponendo i rimproveri agli USA, corretti o meno che siano, si fa il
    gioco dell'aggressione. Non spetta ai governi occidentali dirigere i
    Paesi del terzo mondo e secondo quali interessi. Spetta a quelle
    popolazioni decidere. Ma se si permette a Washington di occupare
    quelle regione, nessuna lotta sociale e nessuna democrazia diventerà
    più semplice, anzi. A guadagnarci sono solo le multinazionali".
    (Citazione da Où en est la Yougoslavie:
    http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2002-11-01%2017:05:32&log=articles)
    La prova più recente è l'occupazione dell'Iraq. Ha risolto uno solo
    dei problemi del Paese che, anzi, ha drammaticamente aggravato?
    Speriamo di non sentire più questa litania smobilitante del "né, né".

    Il contro-esempio del Venezuela

    Possiamo ancora accordare un briciolo di credito alla "guerra per
    la democrazia"? Per vederci chiaro, esaminiamo il caso del Venezuela.
    Lì c'è un presidente, Hugo Chavez, che ha vinto le elezioni nove volte
    in sei anni. Che fa Bush? Versa diverse decine di milioni di dollari
    alla CIA (secondo gli stessi documenti statunitensi) per destituire un
    presidente eletto democraticamente. Con ogni mezzo possibile. 2002:
    tentativo di colpo di stato, fallito. 2003: sabotaggio dell'industria
    petrolifera, fallito. 2004: campagna propagandistica con un budget
    enorme per tentare di escluderlo attraverso un referendum, fallimento.
    Furioso, Bush muore dalla voglia di invadere il Venezuela. Sotto
    qualsiasi pretesto. Per esempio, "scoprendo" che lì ci sono dei
    terroristi o decretando che la vicina Colombia è "minacciata". Ma non
    può farlo, perché è impelagato in Iraq. Non c'è modo di condurre
    contemporaneamente due grosse guerre. Di fatto, la resistenza del
    popolo iracheno salva gli altri Paesi minacciati.
    Bush non rimprovera a Chavez l'assenza di democrazia (bisognerebbe
    andare in Venezuela per valutare fino a che punto la gente del popolo
    si mobilita per i problemi della vita e del futuro). No, Bush
    rimprovera a Chavez il fatto che i proventi del petrolio del Venezuela
    sono "sottratti" per finanziare dei progetti di alfabetizzazione, di
    lotta contro la miseria e di cure mediche per i cittadini, anziché
    essere utilizzati, come avviene altrove, per arricchire la Esso o la
    Shell. Abbasso Chavez, allora, il ribelle, il "populista", che dà il
    cattivo esempio facendo credere che il petrolio appartiene al popolo!
    L'esempio del Venezuela prova, se ce ne fosse bisogno, che le guerre
    degli USA non hanno per obiettivo la libertà o la democrazia, ma solo
    l'oro nero e il dominio sul mondo. Supponiamo che domani i dirigenti
    di Teheran si sottometano ala volontà della Esso e della Shell, come
    fanno i regimi "amici" del Kuwait o degli Emirati. Sentiremmo ancora
    tutte queste campagne di critica sugli armamenti o sulla concezione
    della donna?

    Dividere attraverso la religione?

    In breve, da qualsiasi parte si guardi, nessuno degli argomenti
    dell'attuale propaganda di guerra – nucleare, terrorismo, dittatura –
    resiste a un'analisi obiettivo. È per questo che la propaganda si
    rivolge soprattutto all'inconscio…
    Quando si parla di "terrorismo islamico", si manipola l'opinione
    pubblica. Si fa crede alla gente che una particolare religione è
    pericolosa. Anche se a parole, ovviamente, si afferma solennemente che
    i musulmani sono brava gente, etc. ma l'espressione stessa che lega il
    terrorismo a una religione è una trappola.
    Immaginiamo. Considerato che gli atti di aggressione commessi da Bush
    e Blair violano sistematicamente il diritto internazionale che
    possono, giuridicamente, essere qualificati come terrore di Stato, che
    diremmo che la stampa dei Paesi musulmani venisse a parlarci di
    "terrorismo cristiano"? Risponderemmo, ovviamente, che la maggior
    parte dei cristiani nel mondo condanna Bush e che la spiegazione,
    quindi, è altrove.
    In effetti, la guerra globale non è una guerra di religione, ma una
    guerra economica. Sono Bush e Blair che hanno interesse a dividere i
    loro oppositori demonizzando una religione. Se il terrorismo è
    "islamico", allora ogni musulmano diventa un potenziale sospetto, in
    aereo, in metro o nella moschea. Non c'è molto da aggiungere. Secoli
    di disprezzo coloniale, decenni di discussioni sugli arabi che vengono
    a rubarci il lavoro (quando siamo noi che li abbiamo privati delle
    loro ricchezze), tutto questo costituisce una rampa di lancio per la
    demonizzazione dei musulmani. Proprio come erano stati demonizzati gli
    ebrei negli anni '30.
    L'argomento della "religione pericolosa" serve a dividere i popoli del
    mondo, ad attirare l'attenzione su fenomeni particolari per nascondere
    la natura generale della guerra globale. Ma il Venezuela, un paese
    cristiano, è un altro bersaglio di Bush. Allora?

    La guerra contro l'Iran è già iniziata

    Domani Bush e Blair "scopriranno", forse, delle prove del
    coinvolgimento di Teheran negli attentati. E vorranno agire con delle
    "rappresaglie".
    Sarà la campagna psicologica sull'opinione publica secondo le regole
    classiche della propaganda della guerra. In realtà, la guerra contro
    l'Iran è già iniziata, come mostra l'ex ufficiale statunitense Scott
    Ritter, diventato analista militare:
    "Il 16 ottobre 2002, il presidente Bush dichiarava al popolo
    americano: "Non ho ordinato l'uso della forza contro l'Iraq. Spero che
    non sia necessario". Oggi sappiamo che era una bugia. Infatti, alla
    fine dell'agosto 2002, il presidente aveva firmato un ordine che
    autorizzava i militari americani a cominciare le operazioni militari
    attive in Iraq. Nel settembre 2002, l'US Air Force, con il supporto
    della British Royal Air Force, cominciava a bombardare degli obiettivi
    all'interno dell'Iraq per indebolire le capacità di difesa anti-aerea
    e di comando. Nella primavera 2002, il presidente Bush aveva firmato
    un ordine segreto che autorizzava la CIA e le forze speciali a
    impiagare unità clandestine in Iraq".
    Sarà lo stesso ora per l'Iran. Ritter sostiene di sì: "Nel momento in
    cui noi parliamo, aerei americani sorvolano l'Iran, con aerei privi di
    piloti e altre attrezzature molto sofisticate. Violare lo spazio aereo
    è già un atto di guerra. Al nord, nel vicino Azerbaijan, l'esercito
    statunitense prepara la base operativa per una presenza militare
    massiccia che preannuncia una campagna terreste mirata a impadronirsi
    di Teheran. L'aviazione statunitense, operando dalle basi in
    Azerbaijan, a accorciato di molto le distanze da percorrere per
    colpire degli obiettivi a Teheran. Infatti, una volta iniziate le
    ostilità, sarà in grado di mantenere una presenza pressoché costante,
    24 ore su 24, nello spazio aereo iraniano" (Pubblicato sul sito di
    Al-Jazeera).
    Strategicamente, l'Iran si trova attualmente accerchiato da basi
    militari statunitensi disposte su tre fronti: 1 Afghanistan, 2 Iraq, 3
    Azerbaijan. Est, Ovest, Nord. Interessante: l'installazione in
    Azerbaijan è iniziata da molto tempo. Nel 2000, all'indomani della
    guerra contro la Jugoslavia, scrivevamo: "Un vice segretario agli
    affari esteri statunitense si occupa solo del Caucaso. Una visita
    solenne di Javier Solana dimostra che la NATO è molto interessata a
    questa regione strategica. La NATO si estende in Caucaso per cacciarne
    la Russia. La principale testa di ponte statunitense in Caucaso, è
    l'Azerbaijan. Washington non può installarsi militarmente in modo
    troppo evidente (ma) affida alla Turchia il compito di formare
    l'esercito dellAzerbaijan" (Michel
    Collon, Monopoly, p. 114-116, http://www.michelcollon.info/monopoly.php).
    Cinque anni dopo, vediamo che le basi militari statunitensi si sono
    installate e che l'Azerbaijan è stato trasformato in una specie di
    Israele del Caucaso, per mirare alla Russa ma forse ancora di più
    all'Iran. Gli strateghi americani calcolano a lungo termine e
    preparano in anticipo i loro colpi.

    Le guerre iniziato sempre prima della data ufficiale

    Ritter ha ragione: una guerra di Washington comincia molto prima della
    sua dichiarazione ufficiale. Bisogna analizzare, al di là dei discorsi
    ufficiali e mediatici, gli antecedenti e i retroscena delle ultime
    guerre.
    Primo esempio. Ufficialmente, la prima guerra contro l'Iraq comincia
    nell'agosto del '90 quando Saddam Hussein occupa il Kuwait. In realtà,
    un anno prima, il Congresso aveva decretato un embargo (un atto di
    guerra che non rivela il proprio nome) contro l'Iraq. La decisione di
    guerra scaturì da un discorso di saddam che chiamava i Paesi del Golfo
    a unirsi per essere più indipendenti dagli USA. Si rischiava di
    lasciarsi sfuggire Medio-Oriente. Il seguito non fu altro che una
    preparazione militare e mediatica.
    Secondo esempio. Ufficialmente, gli Stati Uniti e la NATO si impegnano
    contro i Serbi nel 1995, dopo aver aspettato quattro anni dall'inizio
    dei combattimenti locali. In realtà, fin dal 1979, la Germania manda i
    proprio agenti segreti per far esplodere la Jugoslavia e controllare i
    Balcani. Quanto agli USA, adottano sanzioni contro la Jugoslavia già
    dal 1990!
    Terzo esempio. Ufficialmente, Bush decide di attaccare l'Afghanistan
    dopo l'11 settembre 2001. In realtà, già un anno prima, gli strateghi
    del Pentagono sottolineavano la necessità di "cambiare regime" a
    Kabul, perché i Talebani rifiutavano di firmare l'accordo per un
    oleodotto statunitense verso l'Asia del sud.
    Anche la guerra contro l'Iran è iniziata ben prima del giorno in cui
    ci verrà annunciata.

    I media aiutano Bush?

    Ogni guerra è collegata a una guerra dell'informazione, che ha un
    ruolo decisivo. Si tratta di portare, con ogni mezzo, i cittadini a
    sostenere la politica dei governanti. Uno dei metodi consiste nel
    trattare le vittime in modo diverso.
    Per i grandi media, i morti non hanno tutti lo stesso peso.
    L'impiegato londinese colpito da una bomba mentre andata al lavoro
    pesa mille volte di più del panettiere di Bagdad ucciso da un missile
    americano mentre coceva il pane.
    Lo scorso 1 luglio, un bombardiere B-52 lanciava dei missili
    teleguidati su un blocco di case nella provincia di Kunar in
    Afghanistan, uccidendo almeno 17 persone, soprattutto donne e bambini.
    Quale uomo politico europeo ha protestato contro questa barbarie?
    Quale media ha dato alla sofferenza degli afgani lo stesso valore che
    ha dato a quella dei londinesi?
    È una legge giornalistica inevitabile, vi risponderanno. La famosa
    "legge del morto silometro". Ci si aspetta che vi interessiate di più
    a qualcuno che è morto nella vostra strada che a dieci che sono morti
    nella città vicini o a mille che sono morti in un altro continente. Ma
    ciò che si dimentica di dire, è che molto dipende dal valore
    attribuito a questo morti dai media che li presentano. Se vi mostrano
    un'immagine toccante della vittima, se un caro descrive in modo
    concreto la sa vita e la sua morte, se la sofferenza della famiglia è
    davvero tenuta in conto, allora una vittima lontana può diventare
    vicina. Un esempio.
    Quando i media occidentali hanno deciso, ne 1991, che dovevano farci
    piangere per e "vittime di Saddam", ci hanno propinato insistentemente
    i pianti della giovane infermiera del Kuwait che raccontava come i
    soldati iracheni avessero rubato centinaia di incubatrici a Kuwait
    City, uccidendo così dei neonati, e noi avevamo pianto. Benché fosse
    lontano.
    Ma dopo abbiamo saputo che la ragazza non era un'infermiera, che non
    era mai stata alla maternità e che mentiva secondo una messa in scena
    hollywoodiana, perché quelle incubatrici non erano mai state rubate.
    Questa bugia mediatica a avuto un impatto enorme, permettendo a Bush
    padre di fare approvare la sua guerra dall'opinione pubblica
    internazionale. Ciò dimostra che ciò che conta non è il numero dei
    kilometri. Ma la decisione mediatica di considerare importanti certe
    vittime a dispetto di altre.
    Nei periodi di guerra, calda o fredda, i nostri "amici" morti pesano
    mille volte di più dei nostri nemici, quelli che resistono alle nostre
    multinazionali. Questo "due pesi e due misure" est in realtà la
    conseguenza di una visione "etnocentrica", che fa dell'Europa e degli
    USA il centro del monto, incaricato di portare la democrazia e al
    civiltà nel reso del mondo, arretrato e obbligato a mettersi al passo.
    Questo schema dissimula il colonialismo e il nostro dominio imperiale
    sul mondo.
    Non svilupperemo ulteriormente il tema, certo importante, del ruolo
    guerriero dei media. Rimandiamo al testo sui principi della propaganda
    di guerra:
    Le droit à l'information, un combat (Il diritto all'informazione, un combattimento)
    http://www.michelcollon.info/articles.php?dateaccess=2004-01-01%2020:34:14&log=articles

    Non c'è fatalità. È un dato di fatto. Non siamo riusciti a impedire né
    la guerra contro l'Iraq né quella contro la Jugoslavia né quella
    contro l'Afghanistan, per non parlare della Palestina o del Congo.
    Siamo, in quando movimento pacifista, condannati a perdere sempre?
    No, non c'è fatalità. Nel 2003, le manifestazioni contro la guerra,
    organizzate in tutto il mondo, hanno riunito più gente di quanto non
    fosse mai successo. E in ogni Paese in cui andiamo, constatiamo che
    Bush preoccupa sempre di più, che l'ipocrisia dei pretesti di
    smaschera sempre più, che la rabbia cresce. Ne abbiamo abbastanza
    delle guerre!
    Certo, ognuno si chiede: a chi gioveranno gli attentati di Londra? E
    quelli che rischiano di aver luogo a Roma, a Copenaghen o ad
    Amsterdam? E a Bruxelles, se permettiamo che la NATO si lasci
    coinvolgere da una complicità maggiore con Bush in Iraq.
    A chi gioveranno questi attentati? A Bush e a Blair che ne
    approfitteranno per rinforzare i ranghi e per intraprendere nuove
    guerre all'infinito? O alle forze di pace che potranno dimostrare che
    ci sono stati morti a sufficienza, a Londra come a Bagdad, e che
    l'occupazione per il petrolio deve concludersi perché il terrore
    genera terrore e senza giustizia il mondo non sarà mai in pace.

    Qui si dimostrerà i più forte? I loro media o i nostri?
    L'aggressività di Bush e Blair non deve ingannare: è un segno di
    debolezza. La loro unica possibilità di continuare la guerra è quella
    di dividere i popoli. La loro "forza" si basa sull'informazione
    mutilata, sulle bugie medianiche di demonizzazione, sulla
    dissimulazione degli interessi economici, ed è quindi una loro
    debolezza se ci lanciamo tutti nella battaglia della
    contro-informazione. La creazione di un'informazione alternativa
    attraverso Internet, attraverso il lavoro di discussione, paziente,
    concreto, argomentato, ecco, se lo applichiamo su larga scala,
    l'antidoto contro la propaganda di guerra. A noi spetta il compito di
    costruire la propaganda per la pace!
    Questa contro informazione è indispensabile per salvare delle vite
    umane. Perché i morti di Londra sono le vittime delle guerre
    perpetrate nel loro nome. E del fatto che le popolazioni occidentali
    non hanno ancora compreso del tutto la natura criminale di questa
    occupazione-saccheggio dell'Iraq. Il giorno in cui la presa di
    coscienza sarà più forte, la consapevolezza metterà fine a questa
    guerra come mise fine a quella del Vietnam.
    Sono troppo forti? Tre esempi recenti mostrano che non lo sono.
    1. Aznar a tentato di imbrogliare durante le elezioni spagnole del
    2004 demonizzando l'ETA per gli attentati di Madrid. Ed è stato
    sconfitto dall'informazione di base: Internet e gli SMS.
    2. In occasione del colpo di stato anti-Chavez del 2002, i media
    pro-USA, quasi monopolistici, hanno sostenuto i golpisti, nascondendo
    al Paese la resistenza del popolo di Caracas. Ma l'informazione ha
    circolato comunque anche grazie a Internet, agli SMS, e ai
    motociclisti che andavano di quartiere in quartiere.
    3. Tutti i media francesi hanno appoggiato il "sì" al referendum sulla
    costituzione, violando i principi della deontologia giornalistica.
    Sono stati battuti da Internet e dalla mobilizzazione di base proprio
    su Internet.
    Questi esempi recenti dimostrano che i media del sistema non sono
    invincibili e che l'informazione del popolo può rivelarsi più forte.
    In questo senso, il movimento belga Stop USA, del quale faccio parte a
    Bruxelles, ha lanciato delle petizioni indirizzate al primo ministro
    belga. Con un notevole progetto di Matiz sull'occupazione dell'Iraq.
    Il suo testo: " Disapprovo le guerre di Bush, per il petrolio o per
    dominare il mondo. E rifiuto di esserne complice. Con il silenzio o la
    partecipazione, seppure indiretta, del Belgio".
    Facendole firmare dappertutto, coi gruppi di base di Stop USA, notiamo
    un'ottima accoglienza. Ma anche che la gente è ancora scarsamente
    informata. Pochi sanno che il Belgio mette a disposizione di Bush il
    porto di Anversa per il transito delle armi verso l'Iraq, pochi sanno
    che armi nucleari statunitensi stazionano clandestinamente sul nostro
    territorio e che l'invio delle nostre truppe in Afghanistan serve a
    liberare forze americane perché possano aggredire l'Iraq.
    Ma quando li informiamo, constatiamo una volontà generale di
    diventare più attivi contro le guerre di Bush. Da cui la nostra
    responsabilità. Qui, in Europa, bisogna assolutamente aumentare la
    pressione per isolare Bush e Blair.
    Il popolo spagnolo è stato capace di imporre il ritiro delle truppe.
    Bisogna andare oltre, con l'informazione, le discussioni e le
    petizioni. Affinché nessun governo europeo possa più aiutare la
    guerra in Iraq, nemmeno in modo indiretto e limitato! Una campagna
    "Non voglio essere complice" dovrebbe essere organizzata su scala
    europea.
    Se noi tutti ci impegniamo, allora la morte di Jack, di Robert o di
    Hassan non sarà stata vana.

    Bruxelles, 11 luglio 2005

    Note:

    Tradotto da Chiara Manfrinato per www.peacelink.it
    Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
    fonte, l'autore e il traduttore

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