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Srebrenica : la maggior parte delle vittime non ha ancora un nome

Dieci anni dopo il massacro, le squadre di medici legali tentano di identificare i corpi delle vittime e restituirli alle famiglie. In totale, 2100 vittime su circa 8000 sono state fino ad oggi identificate. Facciamo il punto su questo triste lavoro.
1 agosto 2005 - Ed Vulliamy e Nerma Jelacic

La sola cosa peggiore della perdita di una persona cara è ignorare se un parente disperso è vivo o morto.

Molto dopo l’assalto dei Serbi all’enclave di Srebrenica, le donne che hanno perso figli, mariti, fratelli e padri nel massacro speravano ancora che i loro congiunti fossero detenuti nelle prigioni serbe o si nascondano da qualche parte in territorio serbo.

Oggi, dieci anni dopo, queste donne hanno finito per accettare che gli 8000 scomparsi nell’attacco del luglio 1995 sono morti. Resta loro una sola speranza: trovare i resti dei loro uomini.

“La mia più grande paura è di non ritrovare mai mio figlio” confida Sabaheta Fejzic, 49 anni, che ha perso marito e figlio nella strage. “Temo di non avere mai una tomba da visitare, e di non scoprire mai come li hanno uccisi”. La signora Fejzic, che ha lavorato come gerente in una fabbrica di zinco di Srebrenica, oggi vive con la madre à Sarajevo e passa il tempo curando la casa, cucinando, guardando teleromanzi e leggendo tutto ciò che trova su Srebrenica. La sua unica consolazione è andare ogni settimana al piccolo ufficio delle Madri di Srebrenica a Sarajevo e ricevere conforto dalle altre donne che condividono la sua situazione.

« Ci diamo coraggio a vicenda nel perseguimento del nostro obiettivo:ritrovare i dispersi e inumarli » spiega Zumra Sehomirovic, un’amica della Fejzic, il cui marito Omar è manca ugualmente all’appello.

Se gli uomini e i ragazzi di Srebrenica fossero stati lasciati in pace dopo il loro assassinio, identificarne i corpi non sarebbe stato così difficile.

Le truppe serbo-bosniache dopo le esecuzioni avevano sepolto migliaia di corpi in dei carnai; ma nelle settimane e nei mesi successivi le forze serbe hanno cercato di dissimulare l’avvenuto agli occhi della comunità internazionale riesumando i corpi per spostarli. I cadaveri in decomposizione sono stati estratti con delle scavatrici meccaniche dalle loro tombe provvisorie e impilati in camion per essere ricollocati in “tombe secondarie”.

Questa operazione di dissimulazione è stata scoperta, ma ha reso quasi impossibile ai sopravvissuti di Srebrenica l’identificazione dei corpi dei loro parenti. Le scavatrici hanno ridotto infatti i cadaveri in pezzi, oggi dispersi in numerosi luoghi della Republika Srpska (RS).

Ma con un gesto straordinario la Commissione per le Persone Scomparse di Bosnia si è impegnata a cercare di dare un nome ad ogni pezzo di scheletro o brandello di corpo scoperto nelle fosse. Quelli identificati prima dell’anniversario dell’11 luglio sono stati sepolti in quell’occasione nel memoriale di Potocari.

Il procedimento è ovviamente orribile e deprimente. Murat Hurtic, rappresentante della Commissione à Tuzla, ha già aperto 68 carnai. “Viviamo una strana vita. Traumatizzante. Ma lo facciamo perché dobbbiamo. »ha dichiarato.

Murat Hurtic ci porta ad un lago artificiale vicino a Petkovici, dove centinaia di uomini furono messi in riga e giustiziati. Veniamo allontanati dal sito dalla guardia di sicurezza, ma Hurtic non si lascia scoraggiare e imbocca il sentiero dei morti, spostati dal lago e portati in cima ad una montagna ventosa, nel villaggio di Liplja.

« In questo villaggio tre carnai contenevano i resti di più di 1000 persone »afferma »C’erano circa 240 corpi nel primo. Quando sono arrivato, abbiamo trovato crani e ossa in superficie – non avevano fatto un buon lavoro nel nasconderli. Tutti i carnai erano situati in villaggi bosniaci completamente distrutti. Pensavano che nessuno ci sarebbe mai tornato.”

Ma oggi le persone tornano. Il supervisore delle ricerche è Amor Masevic, il direttore della Commissione “Ogni carnaio primario ha quattro o cinque carnai secondari, quindi i corpi sono divisi”ha constatato”Ci sono parti della stessa persona disperse in più carnai in tutta la Bosnia, cosi ci troviamo davanti ad un dilemma: possiamo aver trovato l’avambraccio di qualcuno e sapere chi era, ma non avere il coraggio di dire alla famiglia “Abbiamo trovato vostro figlio”. Come si può dire ad una madre che avete trovato suo figlio se avete solo un avambraccio?”

Masevic sospira e contunda:”Purtroppo la morte non aspetta il ritrovamento di tutti i dispersi. Non passa un giorno senza che qualche abitante dell’enclave muoia senza aver ritrovato un congiunto. Ne abbiamo molto parlato, e abbiamo convenuto di avvertire la famiglia solo se abbiamo ritrovato almeno il 50% del corpo di una persona.”

Al di là di queste incertezze etiche, lo speciale procedimento di “ri-assemblaggio” ed identificazione degli scheletri deve proseguire. Una volta che la commissione ha trovato e riesumato i cadaveri e completato le autopsie, i resti sono inviati a varie organizzazioni dirette dalla Commissione Internazionale per le Persone Scomparse (ICMP).

La prima di esse, il Progetto di Identificazione di Podrinje a Tuzla, si trova di fianco ad un tunnel scavato nel fianco di una collina, il quale contiene decine di migliaia di sacche per cadaveri venute da tutta la Bosnia, raccolte durante la guerra. La maggior parte di quelle provenienti da Srebrenica sono conservate nelle volte annesse. Sono impliati abbastanza in alto, su delle mensole. Strati di lamine di alluminio sorreggono sacchi di plastica bianca pieni di pezzi di corpi e sacchetti marroni che contengono gli effetti personali.

Le mensole sono ormai piene, e i sacchi si accumulano sul pavimento. Un elevatore si tiene pronto ad aggiungerne. Ci sono 4000 sacchi qui, divisi in tre categorie. Zlatan Sabanovic, direttore del programma spiega:”La prima categoria comprende i corpi più o meno completi; la seconda i gruppi di parti appartenenti alla stessa persona; la terza le parti sparse, che possono appartenere fino a dieci persone diverse per sacco”.

In un locale più piccolo sono conservate le reliquie del massacro: effetti personali raccolti sulla “via della morte”, da Potocari ai siti delle esecuzioni. Un orologio d’argento, delle foto di bambini, dei marchi tedeschi, degli scellini austriaci e delle bottiglie d’acqua.

Una volta riunite le parti del corpo di una vittima, esse sono trasferite in una camera mortuaria nella piccola città industriale di Lukavac, il luogo del “ri-assemblaggio”. Qui la medico legale e antropologa canadese Cheryl Katzmarzyk dirige un’equipe incaricata di assemblare gli scheletri.

E’ un luogo macabro, ma impregnato di un senso di efficacia. Il primo passaggio è la pulizia delle ossa. Qui Meho Islam estrae le ossa piene di fango e sporcizia, esaminando la terra e i sedimenti per
Assicurarsi che ogni pezzo sia ritrovato Katzmarzyk dice che è particolarmente bravo a ritrovare i denti”. Ogni osso è poi lavato ed accuratamente riposto.

Al piano si trova un vasto locale in cui si svolge il riassemblamento. Su tavoli e fogli marroni stesi nella sala si vedono scheletri più o meno composti. Alcuni sono solo gruppetti di ossa, mentre altri sono praticamente completi.

Un cranio, un avambraccio, una gamba o una parte di gabbia toracica: lentamente e dolorosamente l’equipe composta da antropologi e patologi fa il suo lavoro.

« In questo gruppo di resti ossei ci sono almeno tre persone » spiega la Katzmarzyk durante la sua ronda “qui c’è una persona molto giovane, 16 anni o anche meno. Qui, c’è solo un ginocchio.”

Per terra, scopriamo uno scheletro completo “Ma in questo caso non c’è famiglia” precisa la Katzmarzyk “Non abbiamo campioni di sangue. L’abbiamo finito nel 2003 e dovrebbe tornare a casa. Abbiamo disperato bisogno di persone che ci consegnino campioni del loro sangue. Su questo tavolo c’è un altro scheletro terminato nel febbraio 2002, ma non sappiamo dargli un nome e nessuno l’ha reclamato ».

La terza tappa del procedimento si svolge a Tuzla, alla Divisione di Coordinamento dell’Identificazione. All’inizio, il progetto utilizzava le tecniche antropologiche e patologiche classiche della medicinale legale. Poi, nel 1998, si è iniziata un’esperienza rivoluzionaria nelle valutazioni post-belliche : il test del DNA di ossa e campioni di sangue con lo scopo di collegare i resti di un individuo ai membri sopravvissuti della sua famiglia.

Inizialmente i campioni delle parti dei corpi erano inviate in laboratori negli USA, in Polonia e in Gran Bretagna, ma tale metodo risultava troppo lento e caro: servivano mesi per ottenere i risultati. Così, nel 2000, l’ICMP ha lanciato il suo progetto di test genetici in Bosnia. Questo ha provocato un rapido aumento del numero di identificazioni – 7 nel 1997, 20 nel 1998, 518 nel 2000,490 nel 2003 e 543 l’anno scorso.

Delle parti di ossa arrivano al centro in sacchetti, sono misurate, pulite, messe in tubi di vetro, etichettate con codici a barre e profilo genetico. In un secondo momento sono confrontate con una banca dati di campioni di sangue di mebri di varie famiglie. In quel momento i collegamenti sono stabiliti e le famiglie ricevono il corpo.

Finora le persone considerate disperse sono 7789, ma Katheryne Bomberger, direttrice del personale ICMP in Bosnia, rivede la cifra al rialzo: “Ce ne sono sicuramente di più. Penso che fin iremo con un numero vicino a 8500”.

L’11 luglio scorso le 11.570 vittime già identificate del massacro di Srebrenica sono state sepolte a Potocari. Tra esse ci sono 47 ragazzini.

Dare un nome a questi corpi è stato duro e penoso, ma Bomberger cerca di mantenere un atteggiamento positivo rispetto al suo lavoro "Tutto quello che facciamo è assolutamente nuovo, e si svolge su scala enorme” confida ”Il fatto che un tribunale di guerra riesumi corpi dai carnai con l’intento di perseguire dei criminali è indubbiamente una novità, ma un’operazione parallela che esamini tutti i resti per stabilire i fatti e fare infine giustizia in una società che ne ha terribilmente bisogno è un viaggio nell’inesplorato. Quello che facciamo è unico”

Per Sabaheta Fejzic, Zumra Sehomirovic e le altre migliaia di madri che ignorano cosa sia successo ai loro uomini scoparsi, questo viaggio nell’inesplorato potrebbe finalmente rappresentare la pace dello spirito che cercano da cosi tanto.

Note:

Tradotto da Chiara Rancati per www.peacelink.it
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