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    Il caso De Menezes: lo stato e il diritto di uccidere

    19 agosto 2005 - Frei Betto
    Fonte: Il Manifesto

    Esci rapidamente dal letto, ti vesti in fretta, vai correndo al lavoro. Hai promesso alla vecchia signora inglese che avresti finito di revisionargli il riscaldamento prima di pranzo. E' il momento giusto, in Europa è piena estate. Lei non sa da dove vieni, non sa che arrivi da una terra molto più calda della sua, dalla valle del Rio Dulce, dove il fresco è trenta gradi all'ombra. Per questo conservi l'abitudine di un giubbotto, può essere che al ritorno la temperatura si abbassi e tu non puoi correre il rischio di ammalarti, non puoi perdere giorni di lavoro. Mantieni una famiglia brasiliana, laggiù nel Minas Gerais. All'improvviso senti un rumore secco, ti brucia la nuca come se vi crescesse un tumore, tenti di capire che succede - giusto il tempo perché, mentre sei ancora in piedi, sette colpi ti raggiungano alla testa. E cadi morto.

    La gentildonna inglese resterà in attesa del tecnico che aveva promesso di aggiustargli il riscaldamento. Impaziente, dirà al fondo della sua tazza di te che non si può proprio fidarsi di questi stranieri, non vogliono lavorare, gli anticipi i soldi per i pezzi di ricambio e poi non li vedi più. Stufa di aspetarlo, la vecchia signora accende la tv, la compagna della sua solitudine, e vede la notizia dell'atentato sventato dall'abilità della polizia britannica. Prima che la bomba legata al corpo scoppiasse i poliziotti hanno sparato otto colpi alla testa del terrorista ancora non identificato. La gentile signora si sente sollevata e protetta, nonostante la truffa di quel giovane straniero con quella faccia da arabo, che aveva promesso di revisionargli il riscaldamento.

    La faccia è da arabo, il gesto da terrorista, perché quel giubbotto in piena estate, ha pensato l'ufficiale vedendo quel tizio affrettarsi verso la metropolitana in una mattina tropicale. Un'occhiata ai colleghi è bastata per capire che anche gli altri intuivano un pericolo, e anche il richiamo della grossa ricompensa promessa dal capo della polizia a chi evita un attacco terrorista. Il tizio non è inglese e nemmeno scozzese o irlandese, la faccia è da afghano o saudita, se non ci muoviamo subito vedremo la stazione della metro saltare come un pozzo minato, e pezzi di corpi sparpagliati dappertutto.

    La vita, i sogni, l'amore e il lavoro di Jean Charles de Menezes sono finiti all'ingresso della metro. Sette palle nel cervello, una alla schiena. Terrorista colpito alla testa, primo perché non azioni l'esplosivo nascosto, secondo per eliminare una mente diabolica che programma la morte collettiva di innocenti e sacrifica la propria vita per una causa senza futuro. Senza futuro, ma non senza passato.

    Il pensiero occidentale ci ha abituati a affrontare gli effetti senza chiederci delle cause. Cosa rende Bin Laden e i suoi complici tanto abominevoli? Più che i loro metodi, è il non avere in mano uno stato potente. Se sedessero su un'elegante sedia da capo di stato nessuno li accuserebbe di terrorismo. Noi siamo stati allenati all'orrore per l'azione imprevedibile, inattesa, illegale, che sfida la logica e travolge ogni diagnosi strategica. Se loro fossero in un salone ovale a dare il via libera per gettare bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, firmare il decreto che autorizza la Cia a destabilizzare paesi, a scatenare il Piano Condor, a imprigionare, torturare e uccidere migliaia di giovani idealisti che amavano i Beatles e un mondo più giusto, nessuno direbbe che si trattava di terroristi.

    Assassinare in Iraq, a Guantanamo, in Afghanistan non è un crimine. E' legale, non provoca orrore, si cela dietro eufemismi che offendono la libertà e la democrazia. Il diritto di uccidere gode della protezione complice della nostra omissione, di questa strana cecità che ci impedisce di provare lo stesso orrore per il terrorismo degli stati.

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