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    «Volevo solo costruire un campo di calcio»

    Il racconto drammatico di Haj Ali al-qaysi, l'incappucciato di Abu Ghraib
    11 settembre 2005 - Lars Akerhaug (Comitato Iraq libero Norvegia)
    Fonte: Il Manifesto

    «Mi fecero salire su uno scatolone con un cappuccio sulla testa e le braccia spalancate. Mi dissero che mi avrebbero sottoposto a scosse elettriche. Io non ci credetti. Allora presero due cavi e li infilarono nel mio corpo. Ebbi la sensazione che gli occhi mi schizzassero fuori dalle orbite. Poi caddi a terra». Questa è la storia di Haj Ali al-qaysi, la persona il cui ritratto - un cappuccio nero in testa e quegli elettrodi - ha fatto il giro del mondo, quando sono state pubblicate le foto scattate ad Abu Ghraib. Prima che iniziassero i suoi guai con gli americani, Ali era un mukhtar, cioè un capo-villaggio, nel distretto di Abu Ghraib. Teneva conferenze nelle moschee, coltivava datteri e gestiva un parcheggio vicino alla moschea locale. Oggi Haj Ali mette tutt'altro che paura. E' un uomo dall'aspetto gentile, è difficile immaginare come possa avere ricevuto un trattamento simile, come possa essere stato destinato a subire le infernali torture di Abu Ghraib.

    «I miei problemi con gli americani» racconta Ali, «cominciarono quando presi un terreno vuoto e ne feci un campo da gioco per i ragazzi». Ali spiega che gli americani avevano cominciato a portare lì dei rifiuti dall'area dell'aeroporto, contenenti tra l'altro resti umani e riviste pornografiche. Un dottore del posto aveva riferito molti casi di ferimenti tra i poveri che frugavano in mezzo ai rifiuti, alla ricerca di oggetti di valore. «Prima», scherza Ali, «pensavo che la democrazia americana fosse un grande campo da gioco. Invece hanno ridotto quell'area in un immondezzaio per sostanze chimiche, resti umani e pornografia».

    Il capitano Phillips

    Come responsabile del villaggio, egli cercò di protestare per questa situazione con l'amministrazione. «Questa denuncia», dice Ali, «segnò l'inizio delle molestie». Il 30 ottobre, alle undici di mattina, fu prelevato dai soldati nella strada dove stava lavorando e caricato su una jeep hammer. Da lì fu trasportato ad al-Amriyye, una ex base militare irachena ora convertita in centro di detenzione americano. Lì incontrò un certo capitano Phillips, che disse: «Non so quale agenzia abbia chiesto il tuo arresto, ma sarai trattenuto qui». Molti familiari, che intanto avevano appreso del suo arresto, vennero a chiedere che fosse liberato. Il capitano Phillips chiese a Haj Ali se credeva che le persone all'esterno avrebbero attaccato. «Non lo so», rispose Ali. Restò lì due giorni. Poi, la mattina del terzo giorno di detenzione, fu trasportato con un sacco in testa nella infame prigione di Abu Ghraib. «Naturalmente, a quell'epoca, non sapevo dove mi trovavo» - dice Haj Ali - Prima di entrare in quella prigione fui ispezionato con una procedura molto umiliante». La procedura di cui Haj Ali parla durò circa un'ora, un'ora e mezza. Gli americani gli presero le impronte digitali, gli fecero la scansione della retina e gli prelevarono dei campioni corporei, poi lo trasportarono in una stanza per le investigazioni. «Queste stanze in realtà sono gabinetti inondati di liquami. Due addetti all'interrogatorio e un traduttore erano seduti lontano da me, lontano dalla fogna». Ali fu costretto a sedersi in fondo a questo buco di merda. Subito gli chiesero: «Sei sunnita o sciita?».

    Ali fu preso alla sprovvista. «Era la prima volta che sentivo questa domanda» dice. Spiega che prima, in Iraq, anche in relazione alla legge sul matrimonio, non veniva chiesto quale fosse la confessione religiosa di appartenenza. Poi fu accusato di avere attaccato le forze d'occupazione. Haj Ali indica le sue dita e mostra un difetto che lo rende incapace di maneggiare un'arma da fuoco. «Gli ho detto che non mi sarebbe stato possibile partecipare, e che prendessero il numero di telefono del dottore che aveva fatto l'intervento chirurgico. Mi hanno anche chiesto se conoscevo Osama Bin Laden - continua Haj Ali - e ho risposto che lo conoscevo dalla tv. Continuarono a farmi domande del genere, anche su Saddam Hussein. Avevo la sensazione che cercassero di accusarmi di qualcosa. Poi hanno detto che ero antisemita, alla qual cosa ho replicato che considero i semiti tra i padri dell'umanità». «Allora sai di cosa parlo», rispose uno dei responsabili dell'interrogatorio.

    Gli uomini che lo avevano catturato, dissero ad Haj Ali quelli che lo interrogavano, sapevano che era una persona influente, che era un mukhtar del suo villaggio e gli chiesero: «Perché non collabori con noi? Potremmo anche farti operare la mano». L'uomo che gestiva l'interrogatorio continuava a ripetere: «Noi siamo il più grande popolo del mondo, vi abbiamo occupato e voi dovete arrendervi e collaborare».

    Come divenne chiaro in seguito, la cattura di Haj Ali e di molti altri a cui è toccato lo stesso destino non mirava a «fermare l'insurrezione», ma piuttosto a ottenere intelligence e reclutare gente tra i personaggi importanti dei villaggi della zona e delle società tribali. Comunque, Haj Ali non accettò e replicò: «Se vi definite occupanti, allora resistere alla forza d'occupazione è legittimo secondo la legge islamica e il diritto internazionale». Ma gli uomini che lo interrogavano continuarono a chiedergli se era disposto a collaborare, per poi minacciarlo di mandarlo in un posto in cui «non possono vivere neppure i cani, oppure a Guantanamo».

    Dopo questo primo interrogatorio, Haj Ali fu caricato su un camion. Ai prigionieri furono distribuiti dei sacchi da tenere sulla testa. Uno dei soldati chiese: «Avete il sacco da mettere in testa?». Uno dei prigionieri, che era cieco, rispose che lui non l'aveva. Quest'uomo era stato anch'egli accusato di avere attaccato le forze di occupazione. Poi furono tirati giù e trasportati in un punto della prigione chiamato «Fiji». Lì si trovavano delle tende, a gruppi di cinque. Ogni gruppo era circondato dal filo spinato e da un muro alto 15 metri. «Lì c'erano quelli che gli americani chiamavano "pesci grandi"».

    Haj Ali continua a parlare delle condizioni di vita. «In ogni tenda ci sono quaranta persone, non c'è spazio, e se vuoi dormire devi metterti su un fianco. In tutte e cinque le tende vivevano circa 300 persone». I prigionieri avevano a disposizione dei gabinetti portatili. Dovevano stare in fila per due o tre ore, il bagno si riempiva di lerciume ed escrementi «prima che arrivasse il mio turno». Altre funzioni sanitarie erano praticamente impossibili. In ogni tenda i prigionieri condividevano giornalmente 20 litri d'acqua per tutte le necessità. Per bere dovevano usare bottiglie prese dall'immondizia. «Anche il cibo era di qualità molto scadente», racconta Haj Ali. «Non avevamo i pasti regolarmente e, se una singola persona violava la disciplina, ci davano delle punizioni collettive. Ad esempio, se un prigioniero parlava con un prigioniero di un altro campo, l'intero campo veniva privato del pasto, oppure i prigionieri venivano costretti a stare in piedi sotto il sole per molto tempo.«A questo punto - continua Ali - una strana cosa accadde nei confronti di un ragazzo sciita seguace di Al Sadr di nome Sheikh Jaber-al-qadi. Dato che tutti gli altri nel campo provenivano da città sunnite come Fallujah, Ramadi e Mosul, lui si sentiva isolato. Per aiutarlo, gli chiedemmo di essere il nostro capo-preghiera, e di recitarla insieme». Quando questo accadde, racconta Ali, gli americani afferrarono il ragazzo e gli urlarono: «Perché preghi con i sunniti?». E lo picchiarono.

    In questo periodo, Haj Ali incontrò molti gruppi provenienti da prigioni diverse, tra cui quella dell'aeroporto di Baghdad e di Mosul. Cominciò a sentire storie di tortura, a vedere segni di tortura; sentì persino raccontare di persone a cui erano state iniettate delle sostanze allucinogene perché vedessero cose spaventose come scorpioni o immagini da incubo. Fu in quel periodo che Haj Ali ebbe l'idea di fondare un'associazione per rappresentare questi prigionieri. Haj Ali fu interrogato di nuovo, e ancora una volta lo minacciarono di spedirlo a Guantanamo o in luoghi simili. Racconta Haj Ali che «erano presenti delle donne soldato e durante gli interrogatori esibivano parti del proprio corpo».

    La tortura del Ramadan

    Durante il Ramadan i prigionieri dovettero patire una nuova forma di sofferenza. I musulmani, nel mese del Ramadan, non possono mangiare dall'alba al tramonto. In questo periodo, il secondo pasto veniva portato ai prigionieri subito dopo la preghiera del mattino, e questo significava che i prigionieri dovevano stare a guardare fino alle 11 di sera. «Volevano piegare la nostra capacità di resistenza», Haj Ali spiega così queste procedure. «Sei generatori elettrici funzionavano notte e giorno, con un sacco di rumore. Ciascun generatore era collegato solo a tre lampade. Non facevano quasi luce, solo rumore. Naturalmente, nelle tende non c'era elettricità».

    Poi, un giorno fu chiamato il suo numero, 11716. Lo ammanettarono mani e piedi, gli coprirono la testa con una busta e lo misero in una jeep hammer. «Quando mi tolsero il sacco dalla testa vidi un lungo corridoio. Sentivo un sacco di persone che gridavano per le torture. Mi dissero di togliermi i vestiti, il mio djallabia (indumento tradizionale degli uomini musulmani), poi la maglia e infine la biancheria intima». Poiché lui si rifiutò, cinque soldati lo afferrarono e lo denudarono a forza. Dopo questa violenza, fu costretto a camminare per circa dieci metri, fino a una scala. «Volevano che salissi la scala, ma i miei piedi erano deboli e non riuscivo a sollevare le gambe. Caddi e si misero a picchiarmi. Allora strisciai su per la scala. Mi ci volle un'ora».

    Successivamente Haj Ali fu messo contro un muro, le mani legate alla intelaiatura di una porta in posizione eretta. «Naturalmente mi picchiarono di nuovo, mi versarono addosso urina e acqua sporca, scrissero sul mio corpo, mi spararono a salve, usarono un altoparlante per insultarmi dentro l'orecchio e mi fecero scattare le manette sempre nell'orecchio. Restai così fino alla preghiera del mattino».

    Quando arrivò la preghiera del mattino, una persona venne e gli tolse il cappuccio. Parlando con accento arabo libanese, gli chiese: «Mi conosci? Sono molto noto, ho fatto interrogatori a Gaza, in Cisgiordania e nel sud del Libano. Ho una buona reputazione: o tiro fuori quello che voglio da un detenuto, o lo finisco». Gli liberarono una mano dalle manette. «Ti sto mettendo nella posizione della croce», disse l'uomo che lo interrogava. Ora le percosse si erano fatte continue, così come i getti di acqua sporca che gli venivano tirati addosso. Gli puntarono anche un fucile contro i genitali. Poi si fece avanti un'altra persona, e anche questa gli tolse il cappuccio. «Riconobbi il suo accento arabo, era quello di un ebreo maghrebino (sefardita), ed ecco perché diciamo che siamo vittime dell'occupazione americano-sionista». Haj Ali subì questo trattamento per tre giorni. Gli fecero cambiare più posizioni, lo fecero stare in piedi sulle punte. Gli dissero che la sua mano sarebbe «marcita». «In seguito ho capito - dice - che quello che stavo passando rientrava in un'operazione chiamata Iron Horse, finalizzata a reclutare persone influenti, capi tribali, per farli lavorare per gli occupanti». La terza mattina, ancora una volta, Haj Ali incontrò uno straniero, e ancora una volta gli fu offerto il rilascio in cambio della sua collaborazione. «Risposi che non avevo niente da dire», racconta. «Durante l'intero periodo sentii urla, urla di donne, urla di bambini. Chiunque passasse nell'atrio mi percuoteva».

    By the rivers of Babylon

    Dopo la preghiera di mezzogiorno, gli legarono i polsi con delle strisce di plastica, lo portarono in una cella e lo ammanettarono alla sbarra. Lo fecero sdraiare sulla schiena e portarono un grande altoparlante. Poi misero la canzone By the rivers of Babylon (tratta dal salmo 137 della bibbia, ndr) più e più volte, a massimo volume. Haj Ali racconta che a quel punto, naturalmente, lui desiderava che gli rimettessero il cappuccio che nel frattempo gli avevano tolto. Dopo un po' di tempo, l'uomo addetto all'interrogatorio venne a togliere l'altoparlante, ma ormai Haj Ali non riusciva a sentire più niente. «Avevob ancora la canzone nelle orecchie, anche se loro avevano spento la musica». Nonostante le secchiate d'acqua in testa, «non riuscivo a sentire una parola di quello che diceva l'uomo». Quindi lo fecero alzare in piedi, gli fecero stendere le braccia fuori dalle sbarre della cella e lo ammanettarono in quella posizione. «Quello era il quinto giorno che non mangiavo», dice Ali. L'uomo addetto all'interrogatorio tornò e gli disse che avevano fatto una «festa di benvenuto». «Più tardi - racconta - Haj Ali - ho appreso che questo è un trattamento imposto a tutti».

    Cella numero 49

    «Fui messo nella cella numero 49. Mi scattarono una foto prima di sfilare il cappuccio, poi scattarono un'altra foto. Guardai nelle celle di fronte alla mia e riconobbi un imam. Tutti i prigionieri erano spogliati. "Non ti preoccupare - dissero quei poveracci - stiamo così da tre mesi"». Allora Haj Ali cercò di coprirsi usando della carta usata per il cibo, ma gli americani non glielo permisero: «Ognuno di noi aveva ricevuto dagli americani un soprannome» - racconta Haj Ali - Uno di essi era "Big Chicken", un altro "Dracula"; c'era "l'uomo lupo", "Joker", "Gilligan". Io venivo chiamato "Colin Powell"».

    Il giorno successivo arrivò lo specialista Charles Graner, successivamente incriminato per lo scandalo di Abu Ghraib. Haj Ali aveva una benda sulla mano per coprire una ferita, il sangue era mezzo coagulato. Lui prese la benda e la strappò via, insieme alla carne. Haj Ali cadde svenuto. «Il giorno dopo chiesi a una delle donne soldato un antidolorifico. Lei mi disse di sporgere la mano fuori facendola passare sotto la porta. Pensavo che volesse vedere la mano, ma lei ci salì sopra e disse: «Ecco l'antidolorifico americano». Dopo 15 giorni gli fu data una coperta. «Cercai di usarla per coprirmi, e i miei amici si congratularono con me». In questo compound, chiamato «la cava», Haj Ali racconta che sentiva delle urla: «Quando volevano mandare cibo alle prigioniere, ci spedivano degli uomini nudi». Le prigioniere erano ostaggi per fratelli, padri o figli. «Le sentivamo urlare, non facevano che gridare allahu akbar (Allah è grande, ndr)».

    Dopo 15 giorni gli interrogatori vennero accelerati, gli americani volevano mandare via quei prigionieri per fare arrivare gente nuova, in una rotazione tra le cave e le tende all'esterno. Un suo amico chiese a una donna soldato: «Perché ci umiliate?». Lei rispose: «Questi sono gli ordini, umiliarvi in questa posizione». Successivamente lo portarono nella stanza degli interrogatori. All'interno trovò dieci persone, alcune in divisa e altre in abiti civili. Avevano telefoni e macchine fotografiche. «A quel punto credetti di sognare e pensai che usassero i telefoni per registrare il suono o qualcosa del genere», dice Ali. In questa stanza accadde l'episodio che in seguito è stato visto in tutto il mondo come esemplare delle torture praticate dal regime americano. «Mi fecero salire su uno scatolone con un cappuccio sulla testa e le braccia allargate. Mi dissero che mi avrebbero sottoposto a scosse elettriche. Io non gli credetti. Allora presero due cavi e li infilarono nel mio corpo. Ebbi la sensazione che gli occhi mi schizzassero fuori dalle orbite. Poi caddi a terra».

    Mani e testa legate a un tubo

    Durante questi fatti, Haj Ali si morse la lingua. Venne il dottore, gli scansò il cappuccio con una scarpa, gli versò sopra dell'acqua. «Non vide alcuna ferita sulla lingua», dice Haj Ali, «perciò disse agli altri di continuare. Di solito i dottori prendevano parte alle torture. Stabilivano se i prigionieri fingevano o esageravano nel denunciare il dolore e invitavano i torturatori ad andare avanti». Lo portarono in questa stanza tre volte, e lo sottoposero alle scosse elettriche cinque volte. Lo legarono mani e testa a un tubo sul soffitto, gli misero in bocca del pane secco. Gli fecero alcune foto e lo interrogarono ancora. Mentre lo interrogavano gli chiedevano: «Che ne diresti se provassimo altre torture?». Haj Ali rispondeva: «Più ci torturate, più Dio ci ricompenserà».

    L'imam con la biancheria femminile

    Ma Haj Ali non è l'unico a essere stato maltrattato in questo modo. «Una delle cose che ho visto» dice Ali, «è l'imam della più grande moschea di Fallujah. Lui ha 75 anni. Non si sono accontentati di trascinarlo nudo, ma gli hanno fatto anche indossare della biancheria intima femminile. Un'altra storia è questa: ordinarono a un prigioniero di urinare con un sacco in testa. Quando glielo tolsero vide suo padre sotto, e loro fotografarono questa scena». «Una delle donne soldato si spogliò davanti all'imam di un'altra moschea - dice Haj Ali - e gli chiese di fare sesso con lui. E poiché lui naturalmente rifiutò, la donna prese un pene artificiale per stuprarlo».

    Haj Ali dice che questi campi di prigionia sono di fatto dei campi di addestramento per la resistenza. «Di solito il 90% delle persone arrestate era innocente. Ma una volta uscite, sono perfettamente pronte a cominciare la resistenza armata contro gli occupanti. Chiunque sia stato trattato in questo modo, o veda suo fratello o sua sorella trattati così, lo sarebbe». Qui Haj Ali sottolinea anche l'importanza di capire che effetto ha sulle società arabe questo modo di trattare le donne.

    Dopo 49 giorni nella cava, sentì dire agli uomini che lo interrogavano che era stato arrestato per sbaglio e che sarebbe stato rimandato nella tenda. Il giorno successivo, un soldato lo prese e lo riportò nell'accampamento. «Sei nato di nuovo» disse. Una volta tornato in tenda, e dopo che gli fu dato il benvenuto, Haj Ali impiegò due giorni a guardare il cielo, cercando di fare nuovamente pace con la luce. Le celle erano molto buie. «Durante la mia permanenza nelle celle ho perso 38 chili - dice - e questo lo so perché quando entrammo mi misero una fascia al polso sul quale era scritto il mio peso». Dopo tutto questo, gli furono restituiti i suoi averi e fu messo in un camion con un sacco in testa, ma questa volta senza le manette. Poi lo buttarono giù dal camion. «Quando mi tolsi il sacco dalla testa vidi che ero fuori, sulla strada. Così seppi che ero stato rilasciato».

    Così finisce la storia di Haj Ali ad Abu Ghraib. Dopo l'esplosione dello scandalo di Abu Ghraib, Haj Ali ha ricevuto una formazione dall'Onu sulle tematiche relative ai diritti umani. Voleva usare la sua esperienza per fondare un'associazione ed è andato dal governo iracheno per farsi aiutare, ma si è sentito rispondere che «non esiste il maltrattamento nelle nostre prigione». Così si è tenuta una conferenza di presentazione dell'«Associazione delle vittime delle prigioni americane d'occupazione». Gli obiettivi sono distribuire informazioni sulla tortura e su cosa sta accadendo in queste prigioni, aiutare coloro che vengono rilasciati e aiutare le famiglie a contattare i parenti arrestati. L'associazione non si interessa solo agli americani. «Molte prigioni sono gestite da privati, da mercenari», spiega Haj Ali. «Ci sono persone provenienti da tutto il mondo. Non sono solo gli statunitensi ad essere colpevoli».

    Un crimine contro l'umanità

    «Ciò che sta accadendo in Iraq è una reazione molto naturale a tutte queste violazioni» dice Haj Ali. «La cosiddetta violenza è una reazione molto naturale», continua. «Nell'era di Saddam c'erano 13 prigioni. Ora ce ne sono 36 gestite dal governo, e 200 dalle milizie governative. Le prigioni irachene sono peggiori, abbiamo visto casi documentati di unghie strappate e mani trapanate, tutto con il consenso del governo Usa». Haj Ali esclama che «quello che si sta commettendo in Iraq è anche un crimine contro il popolo europeo e quello americano. Loro perdono la faccia. La tortura è praticata da tutte le nazionalità». «Non biasimo chi prende uno straniero o lo rapisce», dice Haj Ali, «perché è una reazione a ciò che hanno subito». La sua associazione ora sta lavorando sulla riabilitazione fisica e psicologica. La storia di Haj Ali non è finita. L'1 e il 2 ottobre dovrebbe venire in Italia per raccontarla al movimento europeo per la pace e contro la guerra. E continuerà a raccontarla a tutti quelli che, nel mondo, sono disponibili ad ascoltare da un testimone diretto informazioni sui metodi di tortura e sugli abusi praticati dagli americani.

    Note:

    Il Manifesto ringrazia il dottor Hisham Bustani per aver reso possibile questa intervista

    Traduzione Marina Impallomeni

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