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Intervista a Javier Couso, fratello di José, il cameraman di Tele5 assassinato a Baghdad dagli statunitensi, che ha visitato Falluja.

“Io sono stato a Falluja”

Javier Couso, fratello di José, il cameraman di Tele5 assassinato a Baghdad dagli statunitensi, ha visitato Falluja. Ha raccolto eccezionali testimonianze sull’uso di armi chimiche e sulla sistematica violazione di diritti umani nella città martire dove 50.000 civili avrebbero trovato la morte sotto le bombe e i rastrellamenti statunitensi
8 novembre 2005 - Gennaro Carotenuto (http://www.gennarocarotenuto.it)


Javier è nato a El Ferrol, in Galizia, la brutta città portuale dove è nato Francisco Franco, da una famiglia di tradizioni militari. È una frequentazione che lo aiuta nella straordinaria precisione con la quale descrive armamenti e fatti bellici. E la guerra, quella d’Iraq, ha cambiato la vita di Javier stroncando quella di suo fratello José, assassinato deliberatamente il giorno prima della presa di Baghdad mentre lavorava all’interno dell’Hotel Palestina. Sui fatti del Palestina dove trovarono la morte José Couso e Taras Protsyuk, Javier è in grado di esibire documentazioni inoppugnabili che testimoniano come un plotone dell’esercito statunitense quella mattina ebbe l’ordine “di andare a giornalisti”, colpendo prima Al Jazeera, quindi Al Arabija e quindi l’Hotel Palestina.

Il documentario di RaiNews24 conferma visivamente quello che Javier racconta da mesi a chi lo vuole ascoltare. È tra i pochissimi occidentali ad avere visitato la Guernica irachena e considera pienamente credibile il numero di 50.000 civili morti in una città che prima della guerra contava 350.000 abitanti.

“Non è stato facile entrare –la sua visita risale allo scorso aprile- ma eravamo talmente determinati che ci siamo riusciti. Portavamo materiale sanitario. Ancora oggi si combatte in città e anche in nostra presenza cadde un marine. Tutte le case, tutte le moschee sono distrutte”, racconta.
Durante tutte le guerre il rispetto dei luoghi di culto è stato garantito ed ogni volta che è stato violato, la violazione è stata considerata un sintomo di barbarie.
“In Iraq invece fin dall’inizio le moschee sono state considerate bersagli legittimi e secondo me è stata una scelta precisa, un modo deliberato di provocare la guerra civile nel paese”.

È difficile pensare ad un gruppo di sette spagnoli attraversare l’Iraq.
“Ma gli iracheni, nonostante tutto sanno distinguere tra gli occidentali. Il nostro gruppo è stato accolto con baci ed abbracci e ringraziandoci per il ritiro delle truppe spagnole”.
Nel quartiere di Adamilla di Baghdad, considerato “100% resistente”,i> “in un primo momento ci furono gesti minacciosi, ma sapevano perfettamente chi era mio fratello e quindi anche lì siamo stati accolti bene”.
Non è l’esperienza di altri occidentali, incluso sequestrati come Giuliana Sgrena del Manifesto: “e chi lo sa chi ha sequestrato Giuliana e a quali interessi rispondevano?” risponde Javier.
“Abbiamo prove di famiglie intere assassinate, che le donne sono state tutte stuprate in maniera sistematica dalle truppe statunitensi, di bambini crivellati di colpi nelle loro culle, di persone assassinate mentre esibivano stracci bianchi in segno di resa, di cani mangiando i cadaveri che gli invasori per giorni e giorni hanno impedito di seppellire”.
I fatti narrati dalla testimonianza diretta di Javier sono comparabili ai racconti sull’occupazione nazista in Europa Orientale. Dappertutto Javier Couso ha raccolto testimonianze sull’evidenza dell’uso di armi chimiche, napalm, fosforo e sulle strane malattie che stanno dilagando nella città:
“Il quartiere di Jolan è distrutto al 95%. Ma non è distrutto in maniera normale. La pietra si è sbriciolata, trasformandosi non in macerie ma in sabbia. Non so che tipo di esplosivo di enorme potenza possa essere stato usato. Tutti parlano di armi chimiche, di persone praticamente consumate e soprattutto delle malattie che colpiscono i sopravvissuti”.
Il supplizio per Javier non è finito, le umiliazioni dei sopravvissuti sono costanti:
“Una scuola elementare è rimasta intatta e quindi occupata. Ho visto i bambini fare lezione proprio di fronte, sotto un telo di plastica e bruciati dal sole”.
Tutti i servizi sanitari sono stati colpiti e oggi sono di fatto inesistenti: “L’esperienza più terribile che ho vissuto direttamente è stata vedere morire davanti ai miei occhi un ragazzo di 22 anni per una crisi respiratoria leggera. Abbiamo condiviso la disperazione dei medici. Se solo avessero avuto un po’ di ossigeno si sarebbe salvato”.
L’invasione, secondo Couso è cominciata proprio dall’ospedale:
“I racconti dicono che sono entrati picchiando e rubando sistematicamente, i gringos hanno rubato tutto quello che hanno potuto. Hanno riunito medici e infermieri, li hanno ammanettati e lasciati inginocchiati con la testa per terra tutta la notte”.
Qui la testimonianza di Javier Couso si fa se possibile più cruda:
“Per almeno otto giorni, mentre la città veniva coventrizzata, in nessun ospedale, in nessun ambulatorio, in nessun centro medico è stato permesso che affluisse un solo ferito. Questo testimonia che tutti i feriti hanno ricevuto il colpo di grazia o sono stati lasciati morire dissanguati”.
Le immagini che hanno fatto il giro del mondo e che sono state rapidamente silenziate, confermano la testimonianza di Couso.
“È che loro –gli statunitensi- non lo negano. Semplicemente rivendicano di avere fatto un uso adeguato della forza, secondo le loro regole di combattimento. Suppongo che siano le stesse regole di combattimento dei nazisti”.

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