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Robert Fisk: Scovando Osama (Traduzione esclusiva)

Pubblichiamo un'esclusiva traduzione di un capitolo dall'ultimo libro di Robert Fisk, reporter dal Medio Oriente per l'Independent, in cui l'autore descrive i suoi due incontri avuti con Osama Bin Laden, in Sudan e in Afghanistan.
Fonte: http://www.robert-fisk.com/ - 24 settembre 2005

Sapevo che sarebbe andata così. Il 19 marzo 1997, a Jalabad, fuori dallo Spinghar Hotel, con i suoi prati curati e le sue rose rosa, un Afghano con un fucile Kalashnikov mi invitò a viaggiare fuori città su un'automobile. Quella sera l'autostrada verso Kabul non era più una strada ma una massa di pietre rocciose e crepacci sopra le acque mugghianti di un grande fiume. Sopra noi torreggiava una grande catena montuosa. Occasionalmente l'Afghano mi sorrideva, ma non parlava. Sapevo cosa voleva dire il suo sorriso: fidati di me. Ma non lo facevo. E sorridevo di rimando con un rictus di falsa amicizia. Persino dentro l'auto potevo udire il fiume mentre sciabordava attraverso gole e lungo banchi di pietre grigie, affluito sui bordi dei dirupi. Fidati di Me guidava l'auto con cautela attorno ai massi e ammiravo il modo in cui il suo nudo piede sinistro distendeva la frizione, su e giù, come un uomo potrebbe spronare dolcemente un cavallo a inerpicarsi su una roccia.

Della benevola polvere bianca copriva il parabrezza e quando i tergicristalli lo pulivano la desolazione assumeva un'uniformità dura, inclemente, dal colore grigio brunastro e opaco. Il paesaggio doveva essere simile a questo, pensai, quando il generale William Elphinstone condusse il suo esercito britannico al disastro, più di 150 anni fa. Gli Afghani hanno annientato uno dei più grandi eserciti dell'impero britannico su questa strada così stretta e, in alto, sopra di me, c'erano villaggi in cui gli anziani ricordavano ancora le storie dei bisnonni che avevano visto gli Inglesi morire a migliaia. Le pietre di Gandmak, affermano, sono state rese nere dal sangue della morte inglese. L'anno 1842 segnò una delle più grandi sconfitte delle armate britanniche. Non stupisce che preferimmo dimenticare la prima guerra afghana. Ma gli Afghani non dimenticano. "Farangiano", urlò il conducente per poi puntare giù, verso la gola, sorridendomi. "Stranieri".

Era diventato buio e stavamo superando camion e file di cammelli. Le bestie giravano la testa verso le nostre luci nell'oscurità. Due ore dopo ci fermammo su una collina sassosa e, dopo pochi minuti, un pick-up venne rimbalzando lungo lo scisto accidentato della montagna.

Un arabo in vestiti afghani venne verso l'auto. Lo riconobbi subito dal nostro ultimo incontro in un villaggio in rovine. "Sono spiacente signor Robert, ma devo essere il primo a perquisirla", disse, mettendosi a cercare nella mia borsa da fotografo e tra i giornali. E così partimmo per tragitto che Osama bin Laden aveva costruito durante la sua jihad contro l'esercito russo nei primi anni '80, una terrificante, scivolosa, odissea di due ore tra gole spaventose sotto la pioggia e la pioggia mista a neve, con il parabrezza che vaporizzava mentre scalavamo la fredda montagna. "Quando credi nella jihad, è facile", disse, combattendo con la ruota di sterzo mentre i sassi fuggivano dai pneumatici, cadendo giù nel precipizio, verso le nuvole di sotto. Poco alla volta, brillarono nella nostra direzione da molto lontano, nell'oscurità. "I nostri fratelli ci stanno facendo sapere che ci vedono", disse.

Dopo un'ora, due arabi armati - uno con la faccia coperta in una sciarpa kuffiah, gli occhi che ci scrutavano attraverso gli occhiale, portando in mano un lancia-razzi anti-carro sopra la sua spalla destra - venne urlando da dietro due massi.

"Stop! Stop!" mentre i freni venivano azionati, per poco non colpii con la testa il parabrezza. "Scusa, scusa", disse l'uomo con gli occhiali, mettendo giù il suo lancia-razzi. Estrasse un metal detector dalla tasca della sua giacca mimetica, la luce rossa che scorreva sul mio corpo nell'ennesima perquisizione. La strada peggiorò mentre continuavamo, il 4x4 scivolava all'indietro verso ripidi dirupi, i fanali giocavano lungo il baratro, su entrambi i lati. "La Toyota va bene per la jihad", disse il mio conducente. Potei solo essere d'accordo, notando che questo era una slogan pubblicitario a cui la compagnia Toyota avrebbe probabilmente rinunciato.

Ora c'era la luna piena e potevo vedere le nuvole sia sopra di noi, tra i burroni, che sotto, circondanti le vette, con i nostri fanali che luccicavano su cascate ghiacciate e stagni coperti dal ghiaccio. Osama bin Laden sapeva come costruire le sue strade da guerra; molti avevano lasciato un camion di munizioni o un tank lassù durante la titanica battaglia contro l'esercito russo. Ora l'uomo che condusse quei guerriglieri - il primo combattente aravo nella battaglia contro Mosca - era tornato nelle montagne che conosceva, C'erano più checkpoint arabi, più ordini urlati di fermarsi. Poi apparve lo stesso Bin Laden, in uniforme da combattimento f e portando degli occhiali da sole. Mi diede un colpetto sulle spalle, sul corpo, sulle gambe e mi guardò in faccia. "Salaam aleikum", dissi. La pace sia con te. Ogni arabo con cui avevo parlato aveva sempre risposto "Aleikum salaam" a tale augurio. Ma non questo. C'era qualcosa di freddo in questo uomo. Osama bin Laden mi aveva invitato ad incontrarlo in Afghanistan, ma questo era un guerriero senza la minima cortesia. Era una macchina, che controllava un'altra macchina.

Non era sempre stato così. Infatti, la prima volta che incontrai Osama bin Laden, ciò non avrebbe potuto essere più facile. Lo scorso dicembre 1993, stavo riferendo su un summit islamico nella capitale sudanese di Khartoum quando un giornalista saudita mio amico, Jamal Kashoggi, mi si avvicinò nell'ingresso del mio hotel. Kashoggi mi condusse fuori per le spalle. "C'è qualcuno che penso dovresti incontrare", disse. Kashoggi è un sincero credente e indovinai subito a cui si stava riferendo. Kashoggi aveva fatto visita a Bin Laden in Afghanistan durante la sua guerra contro l'esercito russo. "Non ha mai incontrato un reporter occidentale prima", annunciò. "Sarà interessante". Kashoggi stava indulgendo ad un po' di psicologia applicata. Voleva sapere come Bin Laden avrebbe risposto agli infedeli. E pure io.

La storia di Bin Laden era tanto istruttiva quanto epica. Quando l'esercito sovietico invase l'Afghanistan nel 1979, la famiglia reale saudita - incoraggiata dalla CIA - cercava di fornire agli Afghani una legione araba, preferibilmente condotta da un principe saudita, che avrebbe guidato una forza di guerriglia contro i Russi. Non solo avrebbe confutato la credenza popolare e fin troppo corretta che la leadership saudita fosse svigorita e corrotta, avrebbe anche potuto ristabilire l'onorevole tradizione del guerriero arabo del Golfo, noncurante dalla sua stessa vita nel difendere l'umma, la comunità dell'Islam. Com'era prevedibile, i principi sauditi declinarono questa nobile missione. Bin Laden, infuriato sia dalla loro codardia che dall'umiliazione degli Afghani musulmani per mano dei sovietici, preso il loro posto e, con i soldi e i macchinari dalla sua compagnia di costruzioni, partì per la sua jihad personale.

Un uomo d'affari miliardario e lui stesso un saudita, sebbene di più umile discendenza yemenita, negli anni a venire sarebbe stato mitizzato sia dai Saudati che da milioni di altri arabi, materiale per leggende tra alunni dal Golfo al Mediterraneo. Era da quando i Britannici avevano glorificato Lawrence d'Arabia che un avventuriero non veniva ritratto in un ruolo così eroico, così influente. Egiziani, Sauditi, Yemeniti, Kuwaitiani, Algerini, Siriani e Palestinesi si diressero verso nella città di Peshawar, sul confine pakistano, per combattere insieme a lui. Ma quando i guerriglieri mujahedin afghani e la legione araba di Bin Laden avevano allontanato i Sovietici dall'Afghanistan, gli Afghani si misero uno contro l'altro come dei lupi, con odio tribale. Frustrato da questa perversione dell'Islam - discordia originale entro l'umma che condusse alla divisione di musulmani sciiti e sunniti - Bin Laden tornò in Arabia Saudita.

Ma il suo viaggio di amarezza spirituale non era finito. Quando Saddam Hussein invase il Kuwait nel 1990, Bin Laden offrì ancora una volta i suoi servizi alla famiglia reale saudita. Non ebbero bisogno di invitare gli Stati Uniti a proteggere il luogo dei due più santi santuari dell'Islam, sostenne. La Mecca e Medina, le città in cui il profeta Maometto aveva ricevuto e recitato il messaggio di Dio, avrebbero dovuto essere difese solo da musulmani. Bin laden avrebbe condotto i suoi "Afghani", i suoi mujahedin arabi, contro l'esercito iracheno dentro il Kuwait, guidandoli dall'emirato. Il re Fahd dell'Arabia Saudita preferì riporre la sua fiducia sugli Americani. Così, quando la 82esima divisione aerotrasportata arrivò a nord-est, nella città saudita di Dhahran e si schierò nel deserto appena 400 miglia dalla città di Medina - il luogo di rifugio del Profeta e della prima società islamica - Bin laden abbandonò la corruzione della Casa di Saud per diffondere la sua generosità ad un'altra "Repubblica Islamica": il Sudan.

Il nostro viaggio a nord di Khartoum si estendeva lungo un paesaggio di deserto bianco e piramidi antiche, inesplorate, tombe faraoniche oscure, massicce ma più piccole rispetto a quelle di Cheope, Chefren e Micerino a Giza. "Qui (ci sono) le persone come Bin Laden", disse Kashoggi, nello stesso modo in cui un ospite a cena potrebbe commentare in approvazione. "Ha i suoi affari qui e la sua compagnia di costruzione e piace al governo. Aiuta i poveri". Potevo comprendere tutto questo. Aveva appena finito la costruzione di una nuova strada dall'autostrada tra Khartoume e Port Sudan fino al villaggio minuscolo e deserto di Almatig in Afghanista; molti dei suoi lavoratori erano gli stessi combattenti che erano stati suoi compagni nella battaglia contro l'Unione Sovietica. Il dipartimento di stato Usa aveva una visione prevedibilmente meno caritatevole della beneficenza di Bin Laden. Accusò il Sudan di essere un "finanziatore del terrorismo internazionale" e lo stesso Bin laden di gestire "campi di addestramento terroristici" nel deserto sudanese.

Ma quando io e Kashoggi arrivammo ad Almatig, c'era Osama bin Laden nel suo abito orlato d'oro, seduto sotto la copertura di una tenda, preceduto da una folla di ammiratori locali e protetto dai leali mujahedin arabi che combatterono con lui in Afghanistan. Figure barbute, silenti, osservavano severi i paesani in fila per ringraziare l'uomo d'affari saudita che stava per completare la strada che avrebbe connesso i loro slum a Khartoum per la prima volta nella storia.

La mia prima impressione fu quella di un uomo timido. Con i suoi alti zigomi, occhi stretti e un lungo abito marrone, avrebbe distolto gli occhi quando i leader del villaggio lo indicavano. Sembrava a disagio con la gratitudine, incapace di rispondere con un pieno sorriso quando i bambini in chador miniaturizzati danzavano davanti a lui e i predicatori ammiravano la sua saggezza.

Kashoggi abbracciò Bin Laden, e Bin Laden lo baciò su entrambe le guance. Jamal Kashoggi doveva aver portato lo straniero per una ragione. Questo è ciò che Bin Laden stava pensando. Perché quando Kashoggi parlò, Bin Laden guardò oltre le sue spalle verso me, salutandomi con un cenno del capo occasionalmente. "Robert, voglio presentarti allo sceicco Osama", quasi urlò Kashoggi tra i canti dei bambini. Bin Laden era un uomo alto e realizzi che questo fosse un vantaggio quando stringeva le mai ad un reporter inglese. "Salam aleikum". Le sue mani erano salde, non forti, ma sì, sembrava come un uomo di montagna. I suoi occhi cercavano la tua faccia. Era magro ed aveva lunghe dita ed un sorriso che - mentre non avrebbe mai potuto essere descritto come gentile - non suggeriva scelleratezza. Disse che avremmo potuto parlare dietro la tenda, dove si potevano evitare le urla dei bambini.

Guardando indietro adesso, sapendo quel che sappiamo, comprendendo la figura mostruosa, bestiale, che sarebbe divenuta nell'immaginario collettivo del mondo, cerco qualche indizio, il più misero straccio di prova, che questo uomo avrebbe potuto ispirare un atto in grado di cambiare il mondo per sempre - o, più precisamente, permettere ad un presidente americano di persuadere la sua gente che il mondo era cambiato per sempre. Certamente la sua negazione formale del "terrorismo" non mi dava un aiuto. La stampa egiziana affermava che Bin Laden aveva portata centinaia di combattenti arabi con lui in Sudan, mentre il circuito delle ambasciate occidentali a Khartoum suggeriva che alcuni degli arabi "afghani" che questo imprenditore saudita aveva fatto volare in Sudan si stavano allenando duramente per altre guerre jihad in Algeria, Tunisia ed Egitto. Bin Laden ne era ben conscio.

"La spazzatura dei media e delle ambasciate", la chiamò. "Sono un ingegnere edile e un agrario. Se avessi dei campi di addestramento qui in Sudan, non potrei verosimilmente fare questo lavoro". Il "lavoro" era certamente ambizioso: non solo la connessione ad Almatig ma un'autostrada nuova di zecca che allungava le strada da Khartoum a Port Sudan, una distanza di 1.200 km sulla vecchia strada, ora abbreviata di 800 km dal nuovo tragitto di Bin Laden che avrebbe reso la distanza dalla capitale un viaggio di un solo giorno. In un paese che era disprezzato dall'Arabia Saudita per il suo sostegno a Saddam Hussein dopo l'invasione del Kuwait nel 1990 quasi quanto lo era dagli Stati Uniti, Bin Laden aveva volto l'equipaggiamento della guerra alla costruzione di uno stato paria.

Mi chiedevo perché non avrebbe potuto fare allo stesso modo per il paesaggio appassito dell'Afghanistan, ma rifiutò fin da subito di parlare della sua guerra, sedendosi dietro la tenda e pulendosi i denti con un pezzo di legno mishwak. Ma occasionalmente parlò di una guerra che aiutò a vincere per gli Afghani che gli Americani e i Sauditi - e i Pakistani - sostenevano tutti contro i Russi. Voleva parlare. Pensò di star per essere interrogato sul "terrorismo" e realizzò che gli era stato chiesto dell'Afghanistan e volle spiegare come la sua esperienza lì aveva cambiato la sua vita.

"Quel che vissi lì per due anni", disse, "Non avrei potuto viverlo nel corso di centro anni da qualunque altra parte. Quando iniziò l'invasione dell'Afghanistan, ero adirato e andai lì immediatamente e continuai a tornare per nove anni. Mi sentivo oltraggiato poiché un'ingiustizia era stata commessa contro il popolo dell'Afghanistan. Mi fece realizzare che le persone che hanno il potere nel mondo lo usano con nomi diversi per corrompere gli altri e forzare le loro opinioni".

Con il suo ingegnere iracheno Mohamed Saad, che ora stava costruendo l'autostrada verso Port Sudan, Bin Laden fece aprì dei tunnel enormi nelle montagne Zazai della provincia di Paktia per gli ospedali della guerriglia e le discariche di armi, poi tagliò una strada sterrata lungo l'Aghnaistan fino a 35 km da Kabul, un'opera ingegneristica che i Russi non avrebbero mai potuto distruggere. Ma quale lezione aveva appreso Bin laden dalla guerra contro i Russi? Fu ferito cinque volte e 500 dei suoi combattenti arabi vennero uccisi in combattimento con i Sovietici - le loro tombe si trovano appena al di là del confine afghano, presso Torkham - e anche Bin Laden non era immortale, o no?

"Non avevo mai paura della morte", replicò. "Come musulmani, crediamo che quando moriamo, andiamo in paradiso". Non stava più irritando i suoi denti con il pezzo di legno mishwak ma parlava lentamente e continuamente, piegandosi in avanti, i suoi gomiti sulle sue ginocchia. "Prima di una battaglia, Dio ci manda sequina - tranquillità. Una volta ero a solo 30 metri da Russi e loro stavano cercando di catturarmi. Ero sotto bombardamento ma ero così calmo nel mio cuore che presi sonno. Sconfiggemmo l'Unione Sovietica. I Russi se ne andarono... Il mio tempo in Afghanistan è stata l'esperienza più importante della mia vita".

E i mujahedin arabi che portò in Afghanistan - membri di un esercito di guerriglia che era anche sostenuto ed armato dagli Stati Uniti per combattere i Russi, e che furono dimenticati dai loro mentori quando la guerra finì Bin Laden sembrava preparato alla domanda. "Né io né i miei fratelli abbiamo visto prove di un aiuto americano", disse. "Quando i miei mujahedin erano vittoriosi e i Russi furono costretti ad andarsene, si presentarono le differenze così tornai alla costruzione di strade a Taif e ad Abha [in Arabia Saudita]. Portai indietro l'equipaggiamento che avevo usato per costruire tunnel e strade per i mujahedin in Afghanistan. Sì aiutai alcuni dei miei compagni a venire qui dopo la guerra". Quanti? Bin Laden scosse la testa. "Non voglio dirlo. Ma sono qui con me adesso, stanno lavorando proprio qui, costruendo questa strada per Port Sudan".

Cosa pensava della guerra in Algeria? Chiesi. Ma un uomo vestito in verde che si faceva chiamare Mohamed Mousse - affermava di essere nigeriano nonostante fosse un agente di sicurezza del governo sudanese - mi batté sul braccio. "Hai fatto domande più che sufficienti", annunciò. E una foto? Bin laden esitava - qualcosa che faceva raramente - e percepii che la prudenza stava lottando con la vanità. Alla fine, si innalzò sulla nuova strada con il suo abito orlato d'oro e sorrise debolmente alla mia camera per due foto, poi alzò la sua mano sinistra come un presidente che diceva alla stampa che il suo tempo era finito. A quel punto Osama bin laden se ne andò per esaminare la sua autostrada.

Due mesi dopo il mio incontro con Bin laden, degli uomini armati irruppero nella sua casa a Khartoum e cercarono di assassinarlo. Il governo sudanese sospettò che i potenziali killer fossero stati pagati dalla CIA. L'Arabia Saudita gli tolse la cittadinanza l'anno seguente. Nel primo 1996, gli fu permesso di andare nel paese di sua scelta - e quel paese era destinato ad essere il rifugio in cui avrebbe scoperto così tanto del suo destino.

E così andò quella calda sera nel tardo giugno 1996, il telefono sul mio tavolo a Beirut squillò con uno dei più straordinari messaggi che stavo per ricevere quale corrispondente estero. "Signor Robert, un amico che avete incontrato in Sudan la vuole vedere", disse una voce in inglese con un accento arabo. All'inizio pensai fosse Kashoggi, sebbene avessi incontrato per primo Jamal nel 1990, molto prima di andare a Khartoum. "No, non, signor Robert, intendo l'uomo che ha intervistato. Ha capito?" Sì, avevo capito. E dove avrei potuto incontrare quest'uomo? "Nel luogo dov'è adesso", fu la risposta. Sapevo che si diceva Bin Laden fosse tornato in Afghanistan ma non c'erano conferme di questo. Dunque, come potevo raggiungerlo? Chiesi. "Vada a Jalalabad - sarà contattato".

5 luglio 1996. ""CLACK-CLACK-CLACK". Sembrava che mi stessero martellando in testa con una piccozza. "CLACK-CLACK-CLACK-CLACK-CLACK-CLACK-CLACK.". MI alzai. Qualcuno stava battendo un mazzo di chiavi sul vetro della finestra, nella mia camera dello Spinghar Hotel. "Missssster Robert", mi sussurrava, insistente, una voce. "Misssster Robert". La parola 'Mister' gli usciva con un sibilo. Si, si, sono qui. "Venga al piano di sotto, per piacere, c'è qualcuno che vuole vederla". Solo dopo un po' mi sono reso conto che quell'uomo doveva essere salito usando la vecchia scala di sicurezza per arrivare alla finestra della mia stanza. Mi sono vestito, ho afferrato una giacca (avevo l' impressione che forse avrei potuto essere in viaggio quella notte) e per un pelo non mi sono dimenticato della mia vecchia Nikon. Ho cercato di mantenere la calma mentre superavo la reception e uscivo nel calore del primo pomeriggio.

L' uomo indossava una veste afghana, grigia e sporca e un piccolo copricapo rotondo, ma era un arabo, perciò mi ha salutato in modo formale e cortese, tenendo tra le sue mani la mia mano destra. Sorrideva. Mi ha detto di chiamarsi Mohamed e che era la mia guida."Per andare a trovare lo Sceicco?" gli ho chiesto. Mi ha sorriso, ma non ha detto una parola.

Ho seguito Mohamed senza indugi, nella polvere della via principale di Jalalabad, fino a quando siamo arrivati vicino ad un gruppo di uomini armati in un camioncino pick up, nei pressi di quelle che erano le rovine di una vecchia base militare sovietica, praticamente una rottamazione di veicoli corazzati. All' entrata, sul cancello che cadeva a pezzi, una stella rossa arrugginita. Sul vano posteriore del pick-up, tre uomini, con copricapi afghani. Uno impugnava un kalashnikov, un altro stringeva un lanciagranate con sei razzi legati insieme da nastro adesivo, il terzo teneva un mitra appoggiato sulla gamba, con tanto di cavalletto e munizioni. " Ecco le nostre guardie, mr. Robert" ha detto tranquillamente l' autista, come se avventurarsi nella selvaggia regione afghana di Nangarhar, sotto il sole cocente del pomeriggio, con tre guerriglieri barbuti, fosse la cosa più naturale del mondo. La radio che l' uomo seduto vicino all'autista teneva sulla spalla cominciò a gracchiare e sibilare, mentre un altro camion carico di afghani armati prese a seguirci da vicino

Stavamo per metterci in marcia quando Mohamed scese dal pick up insieme all'autista, si diresse verso un piccolo spiazzo erboso all'ombra e cominciò a pregare. Per cinque minuti i due uomini, rimasero prostrati verso la lontana Gola di Kabul e, più oltre, verso una lontanissima Mecca. Siamo partiti, procedendo lungo una strada dissestata, per poi prendere un sentiero battuto che costeggiava un canale d' irrigazione, con i fucili che sbatacchiavano sul fondo del vano posteriore, mentre gli occhi delle guardie ci scrutavano da sotto le sciarpe quadrettate. Abbiamo viaggiato in queste condizioni per ore, superando villaggi di case di fango quasi completamente distrutti, valli, rocce nere ed imponenti: un viaggio sulla faccia della luna.

Verso il tramonto abbiamo raggiunto una serie di villaggi, composti da casupole di fango ammucchiate l' una contro l' altra, vecchi che accendevano fuochi lungo il ciglio della strada, negli stretti vicoli tra una casa e l'altra, l' ombra di donne incappucciate nei burka. E ancora guerriglieri, tutti con la barba, che sorridevano complici a Mohamed ed all'autista. Era ormai notte quando ci fermammo, vicino ad un frutteto, dove, su vecchi divani drappeggiati con coperte dell'esercito, erano state ammucchiate cinture e imbracature di vario tipo e uomini armati, con indosso lunghe vesti afghane e piccoli, flosci, cappelli rotondi, emergevano dall'oscurità, alcuni impugnando fucili, altri, mitragliatrici. Erano i Mujaheddìn, gli "afghani arabi", condannati dai presidenti e dai re di metà del mondo arabo e dagli Stati Uniti d' America. Presto, molto presto, il mondo li avrebbe conosciuti come al Qaida.

Venivano dall'Egitto, dall'Algeria, dall'Arabia Saudita, dalla Giordania, dalla Siria, dal Kuwait. Due di loro portavano gli occhiali, uno ha detto di essere un medico. Alcuni mi hanno stretto la mano con fare molto solenne e mi hanno salutato in arabo. Sapevo che questi uomini avrebbero dato la vita per Bin Laden, che si ritenevano esseri spiritualmente puri in un mondo corrotto, che erano ispirati ed influenzati da sogni che si erano convinti provenire dal Paradiso. Mohamed mi fece segno di seguirlo e, dopo aver costeggiato un fiumiciattolo e attraversato un torrente, siamo finalmente riusciti a intravedere in lontananza, attraverso la fitta oscurità popolata di insetti, la luce incerta di una lampada a paraffina. Davanti ad essa sedeva un uomo con la barba, con indosso una lunga veste saudita. Osama Bin Laden si alzò in piedi, accanto a lui i due figli, Omar e Saad. "Benvenuto in Afghanistan", mi disse.

All'epoca aveva circa 40 anni, ma sembrava molto invecchiato dal nostro ultimo incontro, avvenuto nel deserto sudanese, verso la fine del 1993. Mi venne incontro, alto, molto più alto dei suoi compagni, magro, con nuove rughe intorno agli occhi ravvicinati. Più asciutto, con la barba più lunga e leggermente striata di grigio, indossava un gilet nero sulla tunica bianca e, intorno al capo, una kefiah a scacchi rossi. Sembrava stanco. Volle sapere della mia salute ed io gli dissi che avevo fatto molta strada per venire a quell'incontro. "Anche io", mormorò. Notai in lui una qualche sensazione di isolamento, di distacco, di cui non mi ero mai accorto in precedenza, come se stesse ispezionando attentamente la sua rabbia, esaminando la natura del suo odio. Quando sorrise, il suo sguardo si spostò sul figlio sedicenne, Omar - occhi grandi e folte sopracciglia scure, anche lui con il capo coperto dalla kefiah - e poi nella calda oscurità, verso i campi, pattugliati dai suoi uomini armati. Altri si stavano avvicinando per ascoltare la nostra conversazione.

Solo 10 giorni prima un camion imbottito d' esplosivo aveva fatto saltare in aria gran parte del complesso residenziale della base aerea statunitense di Al Khobar, a Dharan, in Arabia Saudita, e noi stavamo adesso parlando, sovrastati dall'ombra della morte di quei 19 soldati uccisi laggiù. Il Segretario di Stato americano, Warren Cristopher, era andato in visita tra le macerie ed aveva promesso che l' America "non si sarebbe fatta destabilizzare dalla violenza", che avrebbero dato la caccia ai colpevoli fino a che non fossero stati scoperti. Il re Fahd dell' Arabia Saudita, che da allora era caduto in uno stato di squilibrio mentale, aveva intravisto la possibilità di una degenerazione violenta quando l' esercito statunitense arrivò a "difendere" il suo regno, nel 1990. E fu esattamente per questo motivo che lui, il 6 agosto di quello stesso anno, riuscì ad estorcere una promessa all'allora presidente George Bush: l' esercito USA avrebbe lasciato il suo paese non appena la minaccia irachena fosse stata neutralizzata. Gli Americani, però, rimasero. Il perdurare del regime di Saddam - che Bush aveva scelto di non abbattere - secondo loro, costituiva ancora un pericolo per l' area del Golfo.

Osama Bin Laden aveva ben chiaro quello che voleva dire. "Non molto tempo fa ho consigliato agli Americani di ritirare le loro truppe dall'Arabia Saudita. Ora voglio dare ai governi della Gran Bretagna e della Francia il consiglio di portare fuori le loro truppe , perché quello che è successo a Riad e ad Al Khobar, ha dimostrato che chiunque abbia compiuto questi atti, ha saputo scegliere i propri obbiettivi con molta cura. Non hanno ucciso dei nemici di secondaria importanza e neppure i loro fratelli nell'esercito o nella polizia saudita...do' questo consiglio al governo della Gran Bretagna. Gli Americani devono lasciare l' Arabia Saudita, devono lasciare il Golfo. I "mali" del Medio Oriente sono stati causati dal tentativo da parte dell'America di occupare la regione e dal suo appoggio a Israele. L' Arabia Saudita è stata trasformata in una colonia americana."
Bin Laden parlava lentamente, scegliendo i termini con accuratezza, mentre un egiziano prendeva appunti su un quadernone, alla luce di una lampada, come uno scrivano del Medio Evo. "Questo non significa dichiarare guerra contro l' Occidente e gli occidentali, ma contro il regime americano che opera, di fatto, contro gli americani stessi". Interruppi Bin Laden. "A differenza degli altri regimi arabi", ho detto, "il popolo degli Stati Uniti elegge il proprio governo. Direbbero che il loro governo li rappresenta". Ignorò il mio commento. Spero che lo abbia fatto, perché negli anni a seguire, la sua guerra avrebbe previsto e causato la morte di migliaia di civili americani. "L' esplosione ad Al Khobar non è stata una conseguenza diretta all'occupazione americana" disse, "ma è stato il risultato del comportamento americano nei confronti dei musulmani, dell'appoggio fornito agli Ebrei in Palestina, del massacro di musulmani in Palestina ed in Libano ( a Sabra e Chatila ed a Cana) e della conferenza di Sharm el Sheikh."

Ma ciò di cui Bin Laden voleva veramente parlare era l' Arabia Saudita. Mi disse che dal nostro ultimo incontro in Sudan la situazione nel regno era assai peggiorata. Gli ulema, le autorità religiose, avevano proclamato nelle moschee che la presenza dell'esercito americano non era accettabile ed il governo aveva preso delle contromisure contro questi ulema, dietro suggerimento degli americani. Per Bin Laden il tradimento del popolo saudita era cominciato 24 anni prima della sua nascita, nel 1932, quando Abdul Aziz al-Saud instaurò il proprio regno. "All 'inizio il regime operò all'insegna dell'applicazione della legge islamica ed in nome di quest'insegna tutto il popolo dell' Arabia Saudita venne in aiuto alla famiglia saudita nella sua ascesa al potere. Ma Abdul Aziz non applicò la legge islamica, lui aveva solo preparato ed organizzato il paese su misura per la sua famiglia. Poi, dopo la scoperta del petrolio, il regime saudita trovò un altro punto d' appoggio: il denaro. Il denaro per arricchire il popolo e dare loro i servizi e la vita che volevano." Bin Laden si stuzzicava i denti con il familiare bastoncino di legno di miswak, ma la storia (o la sua versione di essa) , era alla base di quasi tutte le sue affermazioni. La famiglia reale saudita aveva promesso l' applicazione della sharia, permettendo, allo stesso tempo, agli Stati Uniti di "occidentalizzare l' Arabia Saudita e saccheggiare l' economia". Accusava il regime saudita di aver speso 25 bilioni di dollari per sostenere Saddam Hussein nella guerra contro l' Iran e, nel 1991, altri 60 bilioni di dollari per gli eserciti occidentali che combattevano contro l' Iraq, "per acquistare equipaggiamento militare che non era né necessario né utile al paese e aerei, a credito" mentre creava disoccupazione, aumento delle tasse ed un' economia alla bancarotta. Per Bin Laden, però, è il 1990 che ha segnato la svolta, l' anno in cui Saddam invase il Kuwait. "Quando l' esercito americano entrò in Arabia saudita, la terra dei due luoghi sacri, in tutto il paese esplose la protesta, da parte degli ulema e degli studenti della sharia, contro l' interferenza delle truppe americane. Il grande errore del regime Saudita, l' invito all'esercito americano, mise in luce il loro atteggiamento ingannevole: si erano messi dalla parte dei paesi che combattevano contro i musulmani."

Bin Laden tacque per vedere se avevo ascoltato la sua esclusiva lezione di storia, così particolareggiata e così spaventosa. "Il popolo saudita si è ora ricordato di quello che gli ulema avevano detto e si rendono conto che l' America è la causa principale dei loro problemi...anche il cittadino comune sa che il suo paese è il più grande produttore di petrolio del mondo e, allo stesso tempo, ha grandi problemi dovuti alle tasse ed ai pessimi servizi. Adesso la gente ha capito quello che dicevano gli ulema nelle moschee, che il nostro paese è diventato la colonia dell'America. Quello che è successo a Riad e ad Al Khobar è la prova tangibile dell'enorme carica di rabbia che il popolo saudita prova nei confronti dell'America. I Sauditi sanno adesso che il loro vero nemico è l' America". Il rovesciamento del regime saudita e la cacciata delle forze statunitensi dal regno, per Bin Laden, erano la stessa cosa. In Arabia Saudita, secondo lui, la vera leadership religiosa, della quale lui stesso riteneva sicuramente di far parte, era un' ispirazione per il popolo, e così le loro incitazioni ai Sauditi affinché loro stessi cacciassero gli Americani, affinché fossero loro stessi, fino a quel momento ritenuti un popolo ricco e compiacente, a colpire di propria iniziativa gli Stati Uniti. Che fosse vero?

Bin Laden smise di parlare per 60 secondi, ed era il primo arabo che vedevo fare una cosa del genere, per riflettere sulle proprie parole. La maggior parte degli Arabi, di fronte alla domanda di un giornalista, dicono la prima cosa che viene loro in mente, per timore di apparire ignoranti. Bin Laden era diverso. Era inquietante, perché possedeva quella particolare qualità che può portare un uomo alla guerra: la convinzione assoluta.

Bin Laden mi fece la stessa domanda che, di solito, fanno i Palestinesi dei territori occupati, e cioè se era vero o no che anche gli Europei avevano combattuto contro l' occupazione durante la seconda guerra mondiale. Gli risposi che nessun europeo avrebbe ritenuto accettabile un paragone del genere con l' Arabia Saudita, perché i Nazisti avevano ucciso milioni di europei, mentre gli Americani non avevano mai ammazzato nessun saudita. Un simile paragone era storicamente e moralmente sbagliato. Bin Laden non era d' accordo. "Noi musulmani siamo legati da un forte sentimento di appartenenza....noi proviamo dolore per i nostri fratelli in Palestina ed in Libano...quando 60 ebrei furono uccisi in Palestina", si riferiva agli attacchi suicidi di Palestinesi in Israele, "tutto il mondo si unì nella condanna a questo gesto, reazione che non è stata suscitata dalle morti di 600.000 bambini iracheni". Era la prima volta che Bin Laden si riferiva all'Iraq ed alle sanzioni imposte dall'ONU, che sono risultate, secondo gli stessi funzionari delle Nazioni Unite, nella morte di più di mezzo milione di bambini. "Aver ucciso quei bambini è come aver proclamato una crociata contro l' Islam" disse Bin Laden "A noi, come musulmani, non piace il regime iracheno, ma consideriamo il popolo dell'Iraq ed i loro bambini come nostri fratelli. A noi sta a cuore il loro futuro". Per la prima volta lo avevo sentito pronunciare la parola "crociata".

Non era comunque la prima volta, né sarebbe stata l' ultima, che Bin Laden avrebbe preso le distanze dalla dittatura di Saddam Hussein. E bene gliene avrebbe incolto. Cinque anni dopo, gli Stati Uniti avrebbero invaso l' Iraq giustificando, in parte, il loro attacco, con l' "appoggio" che il regime avrebbe dato ad uomo che in realtà lo detestava. Ma quelle non furono le uniche parole pronunciate quella notte da Bin Laden e alle quali avrei dovuto prestare più attenzione, perché ad un certo punto disse, ponendosi la mano destra sul petto: "Credo che prima o poi gli Americani lasceranno l' Arabia Saudita e che la guerra dichiarata dall'America contro il popolo saudita significherà guerra per tutti i musulmani in ogni parte del mondo. La resistenza contro l' America si espanderà in molti, molti paesi musulmani. I nostri fidati leader, gli ulema, hanno invocato per noi la fatwa di dover cacciare gli Americani".

Da un po' di tempo un temporale ad est del campo di Bin Laden si andava sempre più intensificando e potevamo vedere il bagliore arancio vivo del lampo sopra le montagne del confine con Pakistano. Ma Bin Laden pensava che potesse essere fuoco d’artiglieria, la continuazione delle lotte interne ai mujahedin che avevano danneggiato il suo spirito dopo la guerra contro la Russia. Stava cominciando ad agitarsi. Interruppe la conversazione per pregare. Poi, sulla stuoia di paglia, numerosi giovani armati servirono la cena - piatti di yogurt e formaggio e naan, il pane afgano, e altro tè. Bin Laden sedeva tra i suoi figli in silenzio, con gli occhi sul cibo.

Dissi a Bin Laden che l’Afghanistan era l’unico Paese che gli era rimasto dopo il suo esilio in Sudan. Si disse d’accordo. “Il posto più sicuro al mondo per me è l’Afghanistan”. Era l’unico luogo, ripetei, in cui poteva portare avanti la sua campagna contro il governo saudita. Bin Laden e molti dei suoi combattenti arabi scoppiarono a ridere. “Ci sono altri posti”, replicò. Intendeva il Tajikistan?, domandai. O l’Uzbekistan? Il Kazakistan? Ci sono molti luoghi in cui abbiamo amici e fratelli – là possiamo trovare rifugio e sicurezza”. Dissi a Bin Laden che era già un uomo braccato. “Il pericolo è parte della nostra vita”, replicò.

Cominciò a parlare ai suoi uomini di amniya, sicurezza, tornando spesso a guardare quei lampi nel cielo. Ora i tuoni sembravano davvero cannonate. Provai a fare un’altra domanda. Che tipo di stato islamico desiderava vedere Bin Laden? Si sarebbero ancora tagliate mani e teste ai ladri e agli assassini nel suo stato islamico basato sulla sharia, proprio come fanno oggi in Arabia Saudita? La risposta non fu soddisfacente: “L’Islam è una religione completa per ogni aspetto della vita. Se un uomo è un vero musulmano e commette un crimine, può solo essere felice se riceve la giusta punizione. Questa non è crudeltà. L’origine di queste punizioni viene da dio tramite il profeta Maometto, che la pace sia con lui”. Osama Bin Laden poteva anche essere un dissidente, ma mai un moderato. Chiesi il permesso di fargli una fotografia, e mentre lui ne discuteva con i suoi compagni scarabocchiai nel mio taccuino le parole che avrei usato nell’ultimo paragrafo del mio servizio sul nostro incontro: “Osama bin Laden crede di rappresentare ora il più’ formidabile nemico del regime saudita e della presenza americana nel Golfo. Probabilmente entrambi hanno ragione nel considerarlo tale”. Lo stavo sottovalutando.

Sì, disse, potevo fargli una foto. Aprii la macchina fotografica e permisi alle sue guardie armate di guardarmi mentre caricavo la pellicola sulla bobina. Dissi loro che non volevo usare il flash perché appiattiva l’immagine del volto umano e chiesi di avvicinare la lampada di paraffina. Il segretario egiziano la teneva a 30 centimetri dal viso di Bin Laden. Gli dissi di portarla ancora più vicino, fino a una distanza di 7-8 centimetri, e dovetti guidare fisicamente il suo braccio fino a che con i suoi giochi di luci ed ombre non mise in evidenza i tratti di Bin Laden. Poi senza preavviso Bin Laden tirò indietro la testa e un flebile sorriso si fece strada sul suo volto, insieme a quell’auto-convinzione e a quell’ombra di vanità che trovavo così inquietanti. Chiamò i suoi figli, Omar e Saad, che si sedettero accanto a lui mentre facevo altre foto e Bin Laden si trasformò nel padre orgoglioso, l’uomo di famiglia, l’arabo a casa sua.

Poi la sua ansietà ritornò. Il tuono era continuo ora e mescolato al suono leggero dei colpi di fucile. Dovevo andare, esortò, e mi resi conto che quello che intendeva era che lui doveva andare, che era ora per lui di tornare alla sicurezza dell’Afghanistan. Quando ci stringemmo le mani stava già cercando le guardie che lo avrebbero portato via. Mohamed e il mio autista e solo due degli uomini armati che mi avevano portato in questi campi umidi e infestati dagli insetti riapparvero per ricondurmi allo Spinghar Hotel, un viaggio che si rivelò essere pieno di minacce. Guidando tra ponti e intersezioni stradali, fummo ripetutamente fermati da uomini armati delle fazioni afgane che stavano combattendo per il controllo di Kabul. Uno stava accucciato sulla carreggiata davanti al nostro veicolo, urlandoci contro, puntando il fucile contro il parabrezza, mentre il suo compagno usciva furtivamente dall’oscurità per controllare l’identità del nostro autista e ci faceva segno di passare. “Afghanistan posto molto difficile”, osservò Mohamed.

Nel giro di nove mesi, nel marzo del 1997, sarei stato di ritorno in un Afghanistan trasformato, ancora più sinistro, la sua popolazione governata con una religiosità rigida ed ignorante che neppure Bin Laden avrebbe potuto immaginare. Alla fine i Talebani avevano sgominato 12 delle 15 milizie territoriali afgane di mujahedin corrotti in tutto il Paese, tranne che nell’estremo angolo nord-orientale e avevano imposto alla loro gente la loro legittimità. Era una fede purista, sannita-wahabista, la cui interpretazione della legge sharia ricordava i più draconiani tra i primi prelati cristiani. Decapitazione, taglio delle mani e una prospettiva totalmente misogina erano facili da associare con l’ostilità dei Talebani verso tutte le forme di divertimento. Lo Spinghar Hotel prima vantava un vecchio televisore che ora era stato nascosto in un capanno in giardino per paura che venisse distrutto. I televisori, come i videoregistratori ed i ladri, tendevano a finire appesi agli alberi. “Che cosa si aspetta?”, mi chiese il giardiniere vicino alle rovine del vecchio palazzo reale d’inverno a Jalalabad. “I talebani sono venuti dai campi profughi. Ci stanno dando solo ciò che loro stessi hanno avuto”. E allora mi parve chiaro che le nuove leggi dell’Afghanistan, così anacronistiche e brutali per noi e per gli Afgani istruiti, non erano tanto un tentativo di risveglio religioso, quanto piuttosto una continuazione della vita nei vasti, sporchi campi in cui così tanti milioni di Afgani si erano raccolti ai confini del loro Paese quando i sovietici lo avevano invaso sedici anni prima. I banditi talebani erano cresciuti come rifugiati in questi campi malati nel Pakistan. I loro primi 16 anni di vita erano trascorsi in una cieca povertà, privati di ogni istruzione e divertimento, imponendo le loro stesse punizioni mortali, le loro madri e sorelle tenute in uno stato di eccessiva sottomissione mentre gli uomini decidevano come combattere gli oppressori stranieri dall’altra parte del confine, il loro unico svago una lettura particolareggiata e ossessiva del Corano – l’unica vera via in un mondo in cui non ne poteva essere contemplata nessun’altra. I Talebani non erano arrivati per ricostruire un Paese che non ricordavano, ma per ricostruire su una scala più ampia i loro campi profughi. Per questo non ci doveva essere istruzione. Niente televisione. Le donne dovevano restar! e a casa, proprio come restavano nelle loro tende a Peshawar.

Ci importava? Proprio in quel momento, gli ufficiali del Progetto per un Oleodotto Asiatico della Union Oil Co. Of California Asian Oil Pipeline Project (Unione delle Compagnie Petrolifere Californiane) – Unocal – stavano negoziando con i Talebani per assicurarsi i diritti per un gasdotto che avrebbe portato il gas dal Turkmenistan al Pakistan passando per l’Afghanistan. Nel settembre del 1996 il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti annunciò che avrebbe instaurato delle relazioni diplomatiche con i Talebani, salvo poi ritrattare tale dichiarazione. Tra gli impiegati della Unocal c’erano Zalmay Khalilzad – cinque anni più tardi sarebbe stato nominato inviato speciale di George W. Bush nell’Afghanistan liberato – e un capo Pushtuni di nome Hamid Karzai. Non c’è da meravigliarsi se gli Afgani adottarono un atteggiamento di sospetto nei confronti degli Stati Uniti.

All’inizio gli alleati dell’America sostennero Bin Laden contro i Russi. Poi gli Stati Uniti trasformarono Bin Laden nel loro Nemico Pubblico Numero Uno – un posto che bisogna ammettere era difficile mantenere nella ruota della fortuna del Pentagono, dato che Washington continuava a scoprire nuovi mostri, spesso in proporzione inversa alla sua abilità di catturare quelli vecchi. Ora i Talebani venivano corteggiati. Ma per quanto? Poteva Bin Laden, un arabo i cui scopi politici erano infinitamente più ambiziosi di quelli dei Talebani, mantenere l’integrità del suo esilio a fianco di uomini che desideravano solo reprimere la loro gente? I Talebani avrebbero protetto Bin Laden con più coraggio di quanto avesse fatto la fallita Repubblica Islamica del Sudan?

19 marzo 1997. Sul fianco della montagna la macchina continuava la sua ricerca della macchina. Eravamo a 1500 metri. I fari guizzarono nella notte finché girammo un angolo oltre un massiccio sperone roccioso e là, davanti a noi nella luce lunare, si apriva una piccola valle.

C’erano erba ed alberi e un corso d’acqua che si snodava attraverso la valle e un gruppo di tende sotto una rupe. Due uomini si avvicinarono. Ci furono altri formali saluti arabi, la mia mano destra fra tutte e due le loro. Fidati di noi. Quella era sempre lo scopo di questi saluti. Un algerino e un egiziano. Mi invitarono a visitare quella piccola valle.

Ci lavammo le mani nel torrente e camminammo sull’erba dura verso un’apertura scura sulla superficie rocciosa sopra di noi. Quando i miei occhi si abituarono alla luce potei distinguere un ampio rettangolo nel fianco della montagna, un rifugio antiaereo alto 6 metri tagliato nella roccia dagli uomini di Bin Laden durante la guerra contro i Russi. Entrai in questa caverna scavata dall’uomo mentre l’Algerino reggeva una torcia, finché sentii lo scricchiolio dei miei passi riecheggiare debolmente dal fondo della galleria. Quando riemergemmo, la luna era quasi abbagliante, la valle bagnata dalla sua luce bianca, un altro piccolo paradiso di alberi e acqua e cime montuose. La tenda cui fui condotto era di tipo militare, un telone color cachi assicurato con delle corde a dei picchetti di ferro, un lembo di stoffa per entrata, una serie di materassi macchiati sul pavimento. C’era del tè in una grande teiera d’acciaio e mi sedetti con l’egiziano e l’algerino e con altri tre uomini che erano entrati nella tenda con dei Kalashnikov. Aspettammo per forse mezz’ora.

All’improvviso si udirono delle voci stridule fuori dalla tenda, deboli e insistenti come la colonna sonora di un vecchio film. Poi il lembo di stoffa dell’entrata si sollevò di scatto e Bin Laden entrò indossando una tunica verde ed un turbante. Mi alzai, mezzo curvo sotto il telo, e ci stringemmo le mani, entrambi costretti dal telone che ci toccava la testa a salutarci come dei pascià ottomani, chinati e guardano in su verso la faccia dell’altro. Di nuovo, sembrava stanco, e avevo notato una leggera zoppia quando era entrato nella tenda. La barba era più grigia, il volto più magro di quanto ricordassi. Tuttavia era tutto sorrisi, quasi gioviale, mentre posava sul materasso alla sua sinistra il fucile che aveva portato nella tenda, insistendo che fosse dato dell’altro tè al suo ospite. Per parecchi secondi guardò a terra. Poi alzò lo sguardo su di me con un sorriso ancora più largo, benevolo e, pensai d’un tratto, inquietante. “Mr. Robert”, cominciò, volgendo lo sguardo intorno agli altri uomini in giubbotto da combattimento e con dei flosci cappelli marrone che si erano affollati nella tenda. “Mr. Robert, uno dei nostri fratelli ha fatto un sogno. Ha sognato che lei veniva da noi un giorno su un cavallo, che lei aveva la barba ed era una persona spirituale. Indossava una tunica, come noi. Ciò significa che lei è un vero musulmano”. Fu terrificante. Fu uno dei momenti più spaventosi della mia vita. Compresi quello che Bin Laden intendeva un istante prima di ciascuna delle sue parole. Sogno. Cavallo. Barba. Spirituale. Tunica. Musulmano. Gli altri uomini nella tenda stavano tutti annuendo e mi guardavano, alcuni sorridendo, altri fissando in silenzio l’inglese che era apparso nel sogno del “fratello”. Ero sgomento. Era tanto una trappola quanto un invito. Non potevo rifiutare il “sogno” senza suggerire che Bin Laden stesse mentendo. Ma non potevo accettarne il significato senza essere io a mentire, senza suggerire che ciò che chiaramente ci si aspettava da me – che io accettassi questo “sogno” come una profezia o un segno divino– avrebbe potuto compiersi. Che quest’uomo si fidasse del fatto che io, uno straniero, venissi a loro senza pregiudizi era una cosa. Ma immaginare che mi sarei unito a loro nella loro lotta, che sarei diventato uno di loro, andava oltre ogni possibilità. La congrega aspettava una risposta.

Me lo stavo immaginando? Non poteva essere solo un modo elaborato, retorico, di esprimere il rispetto tradizionale verso un visitatore? Non era solo il tentativo di un Musulmano di guadagnare un aderente alla sua fede? Bin Laden stava davvero cercando – siamo franchi – di reclutarmi? Temevo di sì. E compresi immediatamente cosa questo avrebbe potuto significare. Un occidentale, un bianco proveniente dall’Inghilterra, un giornalista di un giornale rispettabile – non un britannico di origine araba o asiatica convertito all’Islam– sarebbe stato davvero una preda. Sarebbe stato insospettabile, sarebbe potuto diventare un ufficiale di governo, entrare nell’esercito, persino – come avrei visto solo poco più di quattro anni più tardi – imparare a pilotare un aereo di linea. Dovevo uscirne velocemente e stavo cercando una via di fuga intellettuale, lavorando così duro per trovarla che il mio cervello era in fiamme.

“Sceicco Osama”, cominciai, ancora prima di aver deciso quali sarebbero state le mie parole. “Sceicco Osama, non sono un Musulmano”. Nella tenda calò il silenzio. “Sono un giornalista”. Nessuno poteva metterlo in discussione. “E il lavoro di un giornalista è dire la verità”. Nessuno avrebbe voluto mettere in discussione nemmeno quello. “E questo è quello che intendo fare nella mia vita – dire la verità”. Bin Laden mi guardava come un falco. E capì. Stavo declinando l’offerta. Di fronte ai suoi uomini ora era il turno di Bin Laden di tirarsi indietro, di coprire elegantemente la sua ritirata “Se lei dice la verità, significa che è un buon musulmano”, disse. Gli uomini nella tenda coi loro giubbotti da combattimento e le loro barbe annuirono tutti a questa sagacia. Bin Laden sorrise. Ero salvo. Come si suol dire, “Tornai a respirare“. Niente di fatto.

Forse fu per il bisogno di porre fine a quest’episodio, di coprire il suo imbarazzo per questo piccolo fallimento, che all’improvviso e in maniera melodrammatica Bin Laden notò lo zainetto posato di fianco alla mia macchina fotografica e i giornali libanesi parzialmente visibili all’interno. Li afferrò. Doveva leggerli immediatamente. E davanti a tutti noi cominciò ad arrancare con i giornali in mano attraversando la tenda fino a raggiungere l’angolo in cui sibilava la lampada di paraffina. E lì rimase per mezz’ora, ignorandoci quasi tutti, leggendo i giornali arabi, a volte chiamando l’egiziano a leggere un articolo, altre mostrando un giornale a uno degli altri banditi nella tenda. Era davvero questo, cominciai a chiedermi, il “centro del terrore mondiale”? Ascoltando il portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, leggendo gli editoriali sul New York Times o sul Washington Post, avrei potuto essere perdonato per aver creduto che Bin Laden reggesse la sua “rete terroristica” da un bunker ultra-moderno fatto di computer e piani di battaglia digitalizzati, sfiorando un interruttore per ordinare ai suoi seguaci di assaltare un altro obiettivo occidentale. Ma quest’uomo sembrava distaccato dal mondo esterno. Non aveva una radio? Una televisione?

Quando è tornato al suo posto, nell’angolo in fondo alla tenda, Bin Laden aveva un aspetto da business man. Ha voluto avvertire gli americani di un possibile nuovo attacco contro le loro forze in Arabia Saudita. “Siamo ancora all’inizio di un’azione militare contro di loro”, ha detto. “Ma abbiamo rimosso l’ostacolo psicologico rappresentato dal combattere contro gli americani….Questa è la prima volta in 14 secoli che i due sacri luoghi di culto sono occupati da forze non islamiche….” Ha anche insistito che gli americani sono andati nel Golfo a causa del petrolio e si è imbarcato in un’analisi della storia moderna della regione per provarlo.

“Brezhnev ha voluto raggiungere lo Stretto di Hormuz attraverso l’Afghanistan per questa ragione, ma per grazia di Allah e della Jijad non solo fu sconfitto in Afghanistan ma non ci ha più riprovato qui. Qui abbiamo trasportato le armi sulle nostre spalle per 10 anni: noi e tutti i figli del mondo islamico siamo preparati a imbracciare le armi per il resto della nostra vita. Ma nonostante questo, il petrolio non è la motivazione più immediata per gli americani che occupano la regione, infatti ottenevano petrolio a buon prezzo anche prima dell’invasione. Ci sono altre ragioni, principalmente l’alleanza Americano-Sionista, che è piena di terrore nei confronti del potere dell’Islam e della terra della Mecca e Medina. Hanno paura che una rinascita islamica possa far affondare Israele. Noi siamo convinti che dobbiamo uccidere gli Ebrei in Palestina. Siamo convinti che con l’aiuto di Allah trionferemo contro le forze americane. E’ solo una questione di numeri e di tempo. Il fatto che loro sostengano che stanno proteggendo l’Arabia dall’Iraq non è vero: tutto il problema Saddam è un inganno”.

Ma a questo punto c’era qualcosa di nuovo che stava venendo a galla. La condanna di Israele è tipica per qualsiasi nazionalista arabo, figuriamoci un uomo che è convinto di partecipare alla Jihad islamica. Ma Bin Laden ora stava mettendo insieme l’America e Israele come fossero un solo stato. “Per noi”, ha detto più tardi, “non c’è differenza tra i governi americani e quelli israeliani, o tra i soldati americani e quelli israeliani”, e stava parlando degli Ebrei in generale, piuttosto che dei soldati Israeliani, come suoi obiettivi. Quanto ci vorrà perché tutti gli occidentali, tutti quelli che appartengono alle “nazioni Crociate” siano aggiunti alla lista? Non ha voluto prendere il merito delle bombe di Riyadh e al-Khobar ma ha lodato i 4 uomini che sono stati accusati di aver causato le esplosioni, due dei quali ha ammesso di aver incontrato. “Io considero chi ha provocato queste esplosioni con grande rispetto”, ha detto. “Lo considero un atto eroico e un grande onore al quale non ho avuto l’opportunità di partecipare”. Ma Bin Laden era anche ansioso di mostrare che in questo periodo in Pakistan starebbe crescendo il favore nei confronti della sua causa. Ha voluto farci vedere dei ritagli di giornali che riportano le prediche di religiosi pakistani che avrebbero condannato la presenza americana in Arabia Saudita, e poi mi ha messo in mano due grandi foto a colori di graffiti dipinti con lo spray sui muri di Karachi.

Un graffito a vernice rossa recitava: “Forze americane, fuori dal Golfo – Ulemans Militanti Uniti”. Un altro, in marrone, annunciava che “l’America è il più grande nemico del mondo musulmano”. Un altro grande manifesto che Bin Laden mi ha fatto vedere e che chiaramente proveniva dalla stessa mano, esibiva sentimenti anti-americani pronunciato da Mawlawi, studiosi religiosi, nella città pakistana di Lahore. Per quanto riguarda i Talebani e il loro nuovo, oppressivo regime, il solo pensiero di Bin Laden era di essere pragmatici. “Tutti i paesi islamici sono il mio paese”, ha detto. “Noi crediamo che i Talebani siano sinceri nei loro tentativi di instaurare la legge islamica della sharia. Abbiamo visto la situazione prima e dopo il loro arrivo e abbiamo notato una grande differenza e un evidente miglioramento”. Ma quando Bin Laden è voluto ritornare sul suo argomento principale, la sua lotta più importante, quella contro gli Stati Uniti, sembrava posseduto. Quando parlava di questo, nella tenda i suoi seguaci pendevano dalle sue labbra come se fosse un messia. Aveva mandato, ha detto, dei fax al Re Fahd e a tutti i principali dipartimenti del governo saudita, per informarli della sua determinazione a perseguire una guerra santa contro gli Stati Uniti. Ha anche affermato che alcuni membri della famiglia reale saudita lo appoggiano, insieme a ufficiali dei servizi di sicurezza, un’affermazione che più tardi ho scoperto essere vera. Ma dichiarare guerra via fax era comunque una novità e c’era qualcosa di eccentrico nella prospettiva di Bin Laden sulla politica americana.

Ma questo è stato solo momento di distrazione da minacce ben più serie. “Pensiamo che la nostra lotta contro l’America sarà molto più semplice di quella contro l’Unione Sovietica”, ha detto Bin Laden. “Ti dirò qualcosa che non ho mai detto prima. Alcuni dei nostri mujahedin che hanno combattuto in Afghanistan, hanno partecipato ad operazioni contro gli americani in Somalia e sono rimasti sorpresi di fronte al crollo del morale nell’esercito americano. Guardiamo all’America come ad una tigre di carta.” Questo è stato un errore strategico di un certo peso. La ritirata americana dalla missione di costruire uno stato in Somalia avvenuta sotto il presidente Clinton non si sarebbe ripetuta se fosse andato al potere un presidente repubblicano, specialmente se gli Stati Uniti fossero stati sotto attacco. Vero, nel corso degli anni, si potrebbe insinuare nuovamente una mancanza di volontà nella politica militare americana, l’Iraq lo dimostrerebbe, ma Washington, qualunque cosa pensi Bin Laden, sarebbe stato comunque un avversario molto più serio di Mosca. Eppure lui insisteva. E io ricorderò sempre le ultime parole che Osama Bin Laden mi disse quella notte su quella nuda montagna. “Mr. Robert”, disse, “da questa stessa montagna su cui ora sei seduto, abbiamo spezzato l’esercito russo e abbiamo distrutto l’Unione Sovietica. E io prego Dio che ci permetta di trasformare gli Stati Uniti nell’ombra di se stessi.” Io stavo seduto in silenzio, pensando alle sue parole, mentre Bin Laden discuteva con le sue sentinelle del mio viaggio di ritorno a Jalalabad. Era preoccupato che i Talebani, nonostante la loro “onestà”, potessero avere qualcosa da obiettare sulla sua idea di far passare uno straniero attraverso i loro checkpoint quando era già buio, e così sono stato invitato a passare la notte nel campo di Bin Laden tra le montagne. Mi fu permesso di fargli solo 3 fotografie, questa volta con la luce della Toyota che era stata portata davanti alla tenda: la luce dei fari abbaglianti passava attraverso la tenda a illuminare il volto di Bin Laden. Lui sedeva davanti a me, senza espressione, una figura di pietra, e nelle foto che ho sviluppato a Beirut tre giorni dopo sembrava un fantasma color porpora e giallo. Mi ha salutato senza tante cerimonie, una breve stretta di mano e un cenno della testa, e poi è scomparso dalla tenda; io mi sono sdraiato sul materasso con il cappotto addosso per tenermi caldo. Anche gli uomini con i fucili che sedevano lì intorno dormirono là, mentre altri, armati di mitraglia e di lancia razzi pattugliavano i bassi rilievi intorno al campo.

Negli anni che verranno, mi sarei chiesto chi erano. C’era forse l’egiziano Mohamed Atta tra quei giovani nella tenda? O forse qualcun altro dei 19 uomini i cui nomi noi tutti saremmo venuti a sapere solo 4 anni più tardi? Ora non sono in grado di ricordare le loro facce, avvolti com’erano nelle loro sciarpe, per lo meno parecchi di loro.

Lo sfinimento e il freddo mi tennero svegli. “L’ombra di sé stesso” era la frase che continuava a martellarmi nella mente. Che cosa avevano in serbo per noi Bin Laden e questi devoti e spietati uomini? Mi ricordo le successive poche ore come la scena di un film: mi sono svegliato così infreddolito che avevo il ghiaccio tra i capelli, scendemmo giù dal sentiero che si snodava per la montagna nella Toyota, io e un algerino armato di fucile nel sedile posteriore, che mi diceva che se fossimo stati in Algeria mi avrebbe tagliato la gola, ma che era lì agli ordini di Bin Laden per proteggermi e quindi avrebbe dato la sua vita per me. I tre uomini nel retro della macchina e il mio autista fermarono la 4x4 sulla superstrada mezza distrutta Kabul-Jalalabad per dire la loro preghiera fajr all’alba. Accanto all’ampio estuario del fiume Kabul, stesero le loro stuoie e si inginocchiarono mentre il sole si levava sulle montagne. Lontano, verso nord-est, potevo vedere le alture dell’Hindu Kush, scintillanti, bianche sotto un cielo azzurro pallido, arrivavano fino al confine con la Cina e si annidavano tra i resti di una terra che negli anni a venire avrebbe dovuto sopportare ulteriore sofferenza.

Più di tutto ricordo i primi minuti subito dopo la nostra partenza dal campo di Bin Laden. Era ancora buio quando ho visto una grande luce tra le montagne al nord. Per un po’ ho pensato che fossero i fari abbaglianti di un altro veicolo, un altro segnale della sicurezza dai guardiani del campo per la nostra Toyota in partenza. Ma quella luce rimase lì in cielo per parecchi minuti e io cominciai a capire che stava bruciando sopra le montagne e si portava dietro una scia leggermente incandescente. Anche gli uomini nella macchina la guardavano. “E’ la cometa di Halley”, disse uno di loro. Non era vero. Era una cometa appena scoperta, notata per la prima volta solo due anni prima dagli americani Alan Hale e Tom Bopp, ma potei constatare che Hale-Bopp era diventata Halley per questi arabi tra le montagne dell’Afghanistan. Ora si trovava proprio sopra di noi, con la sua coda dorata, una potenza sublime che si muoveva a 70.000 Km all’ora attraverso i cieli.

Così fermammo la Toyota e uscimmo per guardare quella palla di fuoco che tracciava una scia luminosa nell’oscurità, sopra di noi, uomini di al-Qa’ida e inglesi, tutti pieni di ammirazione di fronte a questa apparizione spettacolare, meravigliosa, di energia cosmica, che per oltre 4000 anni non era stata mai vista. “Mr. Robert, lo sapete che cosa dicono quando si vede una cometa come questa?”. Era l’algerino, che ora stava in piedi accanto a me, mentre tutti e due allungavamo il collo verso il cielo. “Significa che ci sarà una grande guerra”. E così siamo rimasti a guardare quella scia di fuoco che illuminava la schiera delle stelle e il firmamento sopra di noi.

Note:

Estratto da 'The Great War for Civilisation: the Conquest of the Middle East' (La Grande Guerra per la Civiltà: La conquista del Medio Oriente) di Robert Fisk, che è stato pubblicato da 4th Estate il 3 ottobre 2005, al prezzo di 25£. Per comprare il libro al prezzo speciale di 22.50 £, comprese le spese di spedizione, potete chiamare Independent Books Direct al numero 08700 798897 o visitare il sito internet

www.independentbooksdirect.co.uk.

Traduzione di: Patrizia Messinese, Martina Perazza, Paola Merci, Carlo Martini.

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