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    Che cosa vuole la maggioranza degli iracheni? Che le forze straniere lascino il loro paese

    Qualunque sia il risultato che uscirà dalle elezioni del 15 dicembre prossimo, non c’è dubbio che il nuovo governo iracheno non potrà non confrontarsi con la questione del ritiro delle truppe di occupazione dal paese, sotto la pressione dell’opinione pubblica.
    3 dicembre 2005 - Ornella Sangiovanni
    Fonte: Osservatorio Iraq

    L’ennesimo sondaggio, condotto di recente dall’Al Madina Independent Center for Surveys in Iraq, mostra infatti che il 52,7% degli intervistati è a favore del ritiro immediato totale delle forze straniere dall’Iraq, il 47,8% approva il ritiro programmato entro un limite di tempo, e il 61% il ritiro immediato fuori dalle città. Solo il 3,5%, invece, approva il ritiro parziale entro un limite di tempo.

    Inequivocabile anche il responso su un (eventuale) accordo con le forze straniere che ne regoli la presenza in Iraq (il cosiddetto Status-of-forces Agreement): il 60,9% degli intervistati lo respinge, mentre solo il 34,3% è favorevole a una regolamentazione della presenza straniera nel paese tramite un accordo di questo tipo.

    I risultati del sondaggio mostrano aspettative notevoli nei confronti del prossimo governo, che dovrà insediarsi dopo le elezioni, non oltre il 31 dicembre 2005, e che per il 93,3% degli intervistati dovrà essere formato da tutte le componenti del popolo iracheno (solo il 6,1% ha risposto di non essere di questo avviso).

    Per il 70,4%, il prossimo governo riuscirà a gestire la sicurezza (contro il 4,3% che invece non lo crede, e il 4% che non ha dato alcuna risposta), e saprà gestire il problema della disoccupazione (lo crede il 66,4%, contro il 26,6% che è di diverso avviso, e il 7,5% che non ha risposto).

    Più modeste (e articolate) le aspettative sul fatto che il governo che uscirà dalle prossime elezioni possa dare prosperità al popolo iracheno. Qui a crederlo “fortemente” è il 13,8% degli intervistati, mentre il 10,6% lo crede (e basta), e il 21,6% crede che il governo ci riuscirà “in una certa misura” (il totale dei tre gruppi è inferiore al 50%).

    Interrogati sulle preferenze per la festa nazionale irachena (che non è stata ancora stabilita e dovrà essere fissata per legge dal prossimo parlamento), il 23,85 % hanno risposto il 30 gennaio 2005 (data delle prime elezioni dopo la caduta del regime), il 20,5 % il 9 aprile 2003 (data della presa di Baghdad da parte delle forze di occupazione), il 14,5 % il 14 luglio 1958 (data della rivoluzione nazionalista che rovesciò la monarchia) e il 14,4% il 30 giugno 1920 (data dell’inizio della rivolta contro l’occupazione britannica).


    I risultati del sondaggio mostrano una opposizione diffusa e incontestabile all’ eventualità di una annessione della provincia di Kirkuk alla regione del Kurdistan (obiettivo delle forze politiche kurde attualmente presenti nella coalizione di governo).

    Il 71,9% degli intervistati hanno risposto di essere contrari, e solo il 24,65 ha detto di essere favorevole. Questo nel campione a livello nazionale.

    I risultati fra gli abitanti di Kirkuk mostrano che il 38,7 % “respinge con forza” l’eventuale annessione e il 14% la respinge (per un totale di 52,7 % contrari). Una “forte approvazione” è stata invece espressa dal 25,3% degli intervistati, e una approvazione “in una certa misura” dal 20,7% (per un totale del 46 %).

    E’ doveroso precisare tuttavia che, dopo l’invasione dell’Iraq, la regione di Kirkuk (un importante centro petrolifero), “arabizzata” a forza dal regime di Saddam Hussein negli anni ’80, ha visto una sorta di pulizia etnica al contrario, con l’arrivo di numerosi kurdi provenienti dal altre province, il che (in mancanza di politiche efficaci da parte dei vari governi che si sono sinora avvicendati) rende la situazione tutt’altro che stabile e, a detta di molti, invero pericolosa.

    Brutte notizie, infine, per i sostenitori della “laicità’. Alla domanda sull’interferenza della marjai'ya (la leadership religiosa sciita di Najaf) negli affari politici, il 38,75 % degli intervistati ha risposto di ritenerla necessaria, il 29,9 %di ritenerla “in qualche modo necessaria” (per un totale del 68,6%), mentre il 28,1% ritiene che non sia necessaria, e il 3,3% non ha risposto.

    Il sondaggio, i cui risultati sono stati riportati dall’agenzia di informazione irachena Aswat al Iraq (“Voci dall’Iraq”, un progetto della Reuters Foundation finanziato dall’UNDP e dalla Agenzia spagnola per la cooperazione internazionale), è stato condotto su un campione di 2.090 unità, distribuite in 11 delle 18 province irachene nella maniera seguente: Baghdad (423 unità), Ninive (262 unità), Wasit (210 unità), Bassora (200 unità), Erbil (199 unità), Karbala (156 unità), Dhi Qar [la provincia che ha come capoluogo Nassiriya] (150 unità), Kirkuk (150 unità), al Anbar (138 unità), Najaf (106 unità), e Diyala (96 unità).

    Il campione era composto da 1538 uomini e 552 donne di età compresa fra i 18 e gli 80 anni, con vari livelli di istruzione.

    Non è stato reso noto il margine di errore.

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