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    La porta d’ingresso alle prossime invasioni

    Costituzione irachena e processo a Saddam Hussein

    Sono due i movimenti che rafforzano la strategia mediatica volta ad insabbiare i temi centrali di maggior importanza. Il primo: un’occupazione contraddistinta da violazioni del diritto internazionale, con crimini di lesa umanità e bombardamenti a danni di civili c! he rimangono impuniti. Il secondo: far scomparire l’Iraq e trasformare l’assetto geografico del Medio Oriente.
    8 dicembre 2005 - Juan Francisco Coloane
    Fonte: argenpress


    “Il processo a Saddam Hussein è diventato uno show politico mediatico”. E’ il commento di Jonathan Steele del Guardian del 20 ottobre. Si accompagna alla recente approvazione della Costituzione avutasi grazie al meccanismo dei due terzi in uno stato sconvolto, dominato da un clima territoriale di ribellione cruenta e guerra. Il tutto viene tutelato dalle risoluzioni o dalla compiacenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

    L’impegno centrale delle Nazioni Unite, preso attraverso il Consiglio di Sicurezza e del Segretariato Generale a riconoscere i successivi governi provvisori fino alla fine del gennaio di quest’anno, consisteva nell’assicurare l’integrità e la sovranità dell’Iraq. Con l’approvazione della Costituzione e il processo a Saddam Hussein, eventi gestiti come due movimenti politici simultanei di enorme rilevanza e potere mediatico, l’antica promessa fatta da tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza di appoggiare il processo di pacificazione in Irak evitandone la disintegrazione viene progressivamente gettata nel secchio della spazzatu! ra, come d’altra parte si sta facendo con il paese stesso.

    Il processo: un’operazione politica.

    Il processo opera nella stessa direzione del tentativo di eliminare il Baas dal paese, priorità dell’attuale governo e delle forze di occupazione per neutralizzarne il potere politico e per provocare un certo effetto nell’insurrezione. Il processo è una chiave fondamentale che aprirà la possibilità di dimostrare la frode del regime di Hussein e! di sottrarre, così, autorità al potere rimanente del baasismo occultando, allo stesso tempo, l’attuale situazione. Non è un processo. E’ un’operazione come tante altre per legittimare questa tesi: quello che ha fatto Hussein è peggio di quello che sta succedendo ora.

    I preparativi del processo sono iniziati da molto tempo. Il Congresso degli Stati Uniti aveva approvato una somma di 128 milioni di dollari per le indagini e il procedimento giudiziario dei membri del partito Baas. Sonya Ssceats, esperta in materia legale di Chetham House, un organo per la tutela dei diritti, segnala a Simòn Tisdall nel Guardian che “ è particolarmente preoccupante l’influenza politica statunitense che ruota attorno alla corte”.

    Le caratteristiche di questo processo hanno sollevato difffidenze anche nel gruppo di Human Rights Watch che si è limitato ad analizzare la situazione irakena, a differenza di Amnesty International che è stata maggiormente attiva nel denunciare le violazioni dei Diritti Umani. Human Rights Watch, che auspica il consolidamento del processo di normalizzazione, teme che il processo possa essere valido e, a quanto pare, è tanta la contaminazione politica che tale validità sarebbe scarsa o nulla. Fino a questo momento l’imputato si è rifiutato di riconoscere la corte perché in fin dei conti la corte, nelle condizioni in cui si trova il paese, può far capo solamente ad un montaggio politico i! n un paese che non è stato normalizzato.

    Uno specialista ci ha detto: “La legge è una fusione fra la legge internazionale e la legge irachena improvvisata. Oltretutto si tratta di un paese occupato. La cosa più logica e trasparente sarebbe stata processare Hussein a livello internazionale ma non si è voluto procedere in tal modo perché Saddam Hussein è una parte del bottino e si vuole sfruttare la situazione a livello mediatico. Quello che sta accadendo non viene gestito da avvocati; qualora lo sia sono comunque soggiogati dai politici”.

    Il processo è stato concepito in maniera che si svolgesse con una corte allestita dal potere straniero durante l’amministrazione dell’occupazione e non è stato fondata formalmente. Lo stato iracheno, secondo le istituzioni, sta attraversando una transizione perché viene ricostruito attraverso una nuova costituzione e non possiede nemmeno un governo definitivo ma provvisiorio. Alcuni specialisti dichiarano che il processo non è legale.

    La costituzione, oltretutto, è un’assegno in bianco per la disintegrazione dell’Irak. In pratica l’Irak diventerà gradualmente una distesa di territori sunniti circondati da territori sciiti. E’ il caso di Ambar, Salahudin e Falujah dove più di tre quarti della popolazione ha votato e il risultato ha decretato il rifiuto della Costituzione. In altre località minori, la tendenza è alla frammentazione. Questo è un paese diviso.

    Il giornalista Melhem Karam della prestigiosa rivista La revue du Liban scrive nell’editoriale: “l’invasione dell’Irak è stata offerta all’Iran e ai curdi come un regalo…l’identità araba comincia a diluirsi fra la iranizzazione e l’ingerenza curda”.

    Un giornalista siriano, contattato a causa di queste dichiarazioni, ci informa che questo proposito di disintegrare l’assetto attuale cozza con un tessuto sociale complesso composto da reti religiose, egemonie tribali locali antichissime e sensibilità marcate dalla guerra. “La politica deve tener conto della cultura e in questo momento l’attuale amministrazione irachena è troppo influenzata dai consulenti statunitensi che non la comprendono. E’ più facile bombardare un villaggio e uccidere 70 persone con il pretesto che si tratta di ribelli, come hanno fatto la settimana passata e come hanno appena fatto le forze aeree statunitensi”.

    Tuttavia nel mondo arabo si registra la nascita di movimenti e reazioni. Recentemente il Principe dell’Arabia Saudita Saoud-el-Faysal, durante un discorso a New York, davanti a diplomatici e a professori universitari nel Council for Foreign Relations ha affermato: “l’Irak sta vivendo una situazione molto pericolosa che tende in maniera progressiva al suo smantellamento come nazione, senza che esistano delle misure volte a fermare questo processo”. Ed ha aggiunto: “Credete che si lascerà che una nazione araba venga disintegrata senza che ci sia una guerra di mezzo?”.

    L’ONU senza bussola politica

    Come se non fosse abbastanza, tutto accade contemporaneamente alle dichiarazioni della Segretaria di Stato Condoleeza Rice, secondo la quale le forze di occupazione potrebbero rimanere dieci anni in Irak e con il tempo potrebbero far parte di un intervento militare che comprenderebbe Iran e Siria. Chiaramente si stanno creadno le condizioni per suscitare l’attenzione mediatica e pubblica in merito a decisioni che già vengono prese.

    In merito all’Irak, la comunità internazionale ha! reagito appena quattro mesi prima dell’invasione. Eppure i piani di invasione erano noti già da un anno prima. Di fatto, l’Ufficio degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite conosceva i piani di invasione quando George W. Bush e Tony Blair “ decidevano” all’inizio del 2002 di avviare l’iniziativa di cambio di regime in Irak.

    Secondo la Commissione Hutton nel Regno Unito, la decisione dell’appoggio britannico all’invasione non dipendeva dall’approvazione delle Nazioni Unite.
    Come ha dichiarato il giornalista inglese Hugo Young il 16 settembre 2003 “Blair aveva deciso di appoggiare l’invasione in Irak molto prima di ammetterlo in pubblico e senza considerare la necessità di avere “l’autorizzazione” dell’ONU”.

    I piani di invasione in Iran e Siria sono già emersi e sono ormai noti ai membri del Consiglio di Sicurezza e soprattutto all’Ufficio del Segretario Generale. Tuttavia, questo non è materia di dibattito in seno alla cosiddetta “comunità internazionale” e, cosa peggiore, i paesi che la rappresentano non informano i loro cittadini. Siamo di fronte ad una situazione in cui l’organo che si ritiene debba rappresentare gli interessi della sicurezza di tutta l’umanità – diciamolo così senza eufemismi,! perché così viene dichiarato nella Carta grazie alla quale esiste l’ONU – non comunica pubblicamente che con molta probabilità Iran e Siria verranno invase in futuro. Quando inizieranno proteste e dibattiti sarà già troppo tardi.

    E’ lo stato generale delle Nazioni Unite, riflesso nell’esempio di permettere ad un soldato cileno che lavorò con un’agenzia di sicurezza accusata di violazioni dei diritti umani prendere parte ad una missione di pace delle Nazioni Unite ad Haiti.

    Quando la figlia di una delle persone coinvolte, un funzionario della stessa ONU scomparso in Cile negli anni ‘70, sporse denuncia, la risposta del capo della missione ONU in Haiti, un cileno, aveva il tono di sfida di chi protegge un’istituzione smarrita fra le sue contraddizioni e con un’evidente mancanza di comportamento etico, come ha dimostrato in Irak. La sindrome irachena si avvicina a queste terre attravero Haiti, la Colombia, il Paraguay con la base militare. Si avverte, si sente, anche grazie alla risposta del funzionario che guida una missione di pace formata da soldati che hanno fatto parte di agenzie colpevoli di violazioni dei diritti umani: “il signore in questione ha tutto l’appoggio delle Nazioni Unite”. Ovviamente ad Haiti si sono registrate violazioni dei Diritti Umani nel processo di normalizzazione. Non poteva essere altrimenti.

    Note:

    traduzione di Sara Antognoni per peacelink

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