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    Sharon, l’uomo delle mille svolte

    Nella tormentata storia dello stato d’Israele numerose personalità forti hanno segnato la sua vita politica e militare, dal padre della patria Ben-Gurion al Generale Dayan fino a Rabin, ma forse nessuna ha intrecciato così profondamente la propria esistenza a quella della nazione come ha fatto Ariel Sharon.
    18 gennaio 2006 - Massimo Zichi


    Proprio come la storia che beffardamente si ripete, il destino di Sharon ricorda quello di un altro generale israeliano che aveva imboccato la strada della pace, Ytzhak Rabin, ucciso dalla pistola di un fanatico ultra-ortodosso nel momento in cui il processo di Oslo stava muovendo i primi passi. Ma il destino unisce Sharon anche ad un altro vecchio uomo, che solo la natura è riuscita a strappare dalla propria lotta, quel Yasser Arafat che, incarnando le speranze del popolo Palestinese, ha rappresentato per Sharon il più duro avversario politico e militare.
    Nato in Palestina nel 1928 sotto il mandato britannico, Sharon fin da giovane si unì all’Haganah, l’organizzazione militare clandestina ebraica, e combatté in seguito nella prima guerra Arabo-Israeliana del 1948-49 subito dopo la proclamazione dello stato d’Israele.
    Ebbe così inizio una fulminante carriera militare che lo vide protagonista prima nella guerra dei Sei Giorni del 1967 e poi addirittura acclamato come un eroe nazionale quando, a capo della sua brigata di paracadutisti, riuscì a ribaltare le sorti della guerra dello Yom Kippur nel 1973.
    Proprio nel 1973, con la decisione di candidarsi alla Knesset nelle file del Likud, Sharon compie la prima delle grandi svolte a cui abituerà l’opinione pubblica israeliana ed internazionale negli anni a venire. Da politico, ancor più che da soldato, Sharon si rivela un uomo duro e decisionista, che vede spesso nella forza l’unica soluzione agli intricati problemi che affliggono la regione medio-orientale. Così, come Ministro della Difesa dà impulso alla sciagurata invasione del Libano del 1982, con la speranza di scacciare la base dell’OLP dal paese e rendere più sicuri i confini settentrionali d’Israele. La cavalcata di Sharon, alla testa dei suoi carri armati come ai bei tempi delle guerre con gli Stati Arabi, si rivela però un piccolo Vietnam per la perfetta macchina bellica israeliana mentre Sharon giunge ad assediare Beirut senza un esplicito mandato del proprio governo. L’OLP riesce a rifugiarsi a Tunisi grazie all’aiuto di una missione internazionale a cui prese parte anche l’Italia, ma la guerra trasformerà il Libano in una terra di nessuno nella quale le mire espansionistiche della Siria e gli Hezbollah finanziati dall’Iran avranno vita facile. Le dimensioni dell’errore di Sharon diverranno poi insostenibili quando lo scandalo dei massacro dei campi profughi di Sabra e Shatilla, compiuto da militari cristiani libanesi alleati degli israeliani, desterà uno scandalo internazionale e una commissione interna giudicò Sharon indirettamente responsabile. Per la prima volta in Israele ampi settori dell’opinione pubblica giunsero a condannare la guerra in sé; Sharon era diventato la bestia nera della sinistra israeliana e, agli occhi di molti nel resto del mondo, un “criminale di guerra”. La carriera politica di Sharon sembrò toccare il fondo ma ancora seppe risollevarsi, e negli anni Novanta come Ministro delle infrastrutture fu l’artefice principale della costruzione di nuovi insediamenti di coloni nella Striscia di Gaza, in Cisgiorania e nella West Bank. Proprio quegli stessi insediamenti che dieci anni dopo Sharon decise di smantellare, tra il malumore del Likud, la rabbia delle sette ultra-ortodosse, la diffidenza degli Arabi e lo stupore della comunità internazionale. Lo chiamarono bulldozer quando ha costruito gli insediamenti e si è comportato da bulldozer quando li ha smantellati. Dopo questo gesto clamoroso, condotto comunque unilateralmente e che sembrò a molti una sorta di stratagemma per chiudere i Palestinesi in un grande ghetto, Sharon ha continuato nella sua conversione con l’uscita dal Likud e con la fondazione di un nuovo partito di centro, Kadima, a cui subito hanno aderito molti esponenti politici tra cui il laburista Shimon Peres. Nella speranza di molti questa doveva essere l’espressione politica per avviare finalmente un serio processo di pace con i Palestinesi, soprattutto dopo la morte dell’eterno nemico Arafat. Ma il progetto di Sharon appare ancora oggi poco chiaro, come al solito il generale teneva per sé gli elementi fondamentali della sua strategia una volta che Kadima avesse, come rivelano tutti i sondaggi, vinto le elezioni. La fine dell’era politica di Sharon pone al cuore del dibattito il futuro del partito. E la risposta degli esperti mondiali è unanime: tutto dipende dal nuovo premier Ehud Olmert, se sarà in grado di mantenere l’unità ed evitare scontri interni, nonostante il suo carisma sia infinitamente minore di quello di Sharon, allora ha ampie possibilità di successo alle elezioni del 28 marzo. Il ruolo che potrà svolgere Kadima nel tentare di sciogliere il nodo gordiano della convivenza tra palestinesi ed israeliani sarà fondamentale, ma probabilmente non sapremo mai quali erano le vere intenzioni del suo fondatore.
    Sharon rappresentava in pieno le contraddizioni e lo spirito di uno stato abituato fin dalla sua nascita a difendersi con le armi, a sottomettere e brutalizzare un intero popolo negando a volte anche i più elementari diritti umani. Ma rappresenta anche quello stato nato dopo il viaggio millenario di persone perseguitate e vessate in tutti gli stati del mondo e oggetto del più grande e meglio pianificato sterminio che la storia abbia visto. Sharon è l’uomo capace di dichiarare il ritiro da Gaza e contemporaneamente di costruire un novello Muro in barba alle risoluzioni internazionali e all’opinione pubblica mondiale. Come ha scritto Amos Oz due grandi interrogativi rimangono insoluti. Perché improvvisamente, nell’autunno della vita, quest’uomo ha così profondamente mutato la sua visione delle cose e cos’altro sarebbe stato disposto a fare per realizzare la pace e la riconciliazione? C’è una cosa che non ha mai portato a termine, neanche a sgombero ultimato. Non è mai riuscito ad avviare un autentico confronto con i Palestinesi, come si usa tra vicini o come fa un capo che siede con un suo pari dopo una lunga faida. Sharon si allontana e continua a dirci: “Comprendo i miei errori. Ho tentato di rimediare, ma la vita non me ne ha dato il tempo”.

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