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Iran: tensioni in vista del possibile deferimento all'ONU

1 febbraio 2006 - Agostino Bertolin


La notizia è stata pubblicata oggi, 1 febbraio, da tutte le più importanti testate giornalistiche internazionali: Usa, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia (ovvero i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU) intendono deferire l’Iran proprio alle Nazioni Unite a causa del suo programma nucleare.
Lo Stato presieduto da Mahmud Ahmadinejad infatti, intende, almeno secondo le fonti ufficiali, cominciare il ciclo di arricchimento dell’uranio per produrre nella centrale di Bushehr, attualmente ancora in fase di realizzazione, una grande quantità di energia a partire dalla fine del 2006.
Una situazione inaccettabile per le grandi potenze mondiali i cui cinque ministri degli Esteri si sono incontrati, ieri sera, a Londra per una cena a conclusione della quale è stato ufficializzata una posizione comune volta alla “sospensione delle attività collegate all'arricchimento (dell'uranio), compresi ricerca e sviluppo, sotto la supervisione dell'Aiea”.
L’Aiea, ovvero l’Agenzia internazionale dell'energia atomica delle Nazioni Unite, da tempo guida i negoziati fra l’Iran e le potenze occidentali che, da mesi, sono preoccupate circa la possibilità che il Paese mediorientale possa avere accesso al nucleare. Ed è proprio l’Aiea che, secondo il protocollo aggiuntivo al Trattato sulla non-proliferazione firmato da Teheran, può effettuare delle ispezioni a sorpresa nei siti nucleari iraniani. Fra l’altro l’Agenzia, recentemente insignita di un contestato Nobel per la Pace, dovrà anche decidere in una riunione fissata per domani se informare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite circa i risultati di un dossier secondo il quale, a quanto è trapelato, vi sarebbero prove riguardo all’intenzione dell’Iran di giungere alla fabbricazione dell’atomica.
Una situazione complicata dunque, nella quale le ultime schermaglie verbali fra Manouchehr Mottaki e Jack Straw, i due ministri degli esteri rispettivamente di Iran e Gran Bretagna, certamente non aiutano a distendere il clima di tensione. Il primo, attraverso il suo ministero, ha definito i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (che ricordiamo sono tutti, a parte forse la Cina, in possesso della bomba atomica) "un piccolo club riservato di grandi potenze che dominano il mondo contro la volontà e la determinazione dei popoli, dei governi e della comunità internazionale"; mentre Straw, dopo un colloquio avvenuto oggi proprio con Mottaki ha detto di aver invitato l’Iran a rispettare gli accordi; prima di sentire il ministro degli Esteri iraniano, Straw aveva detto che si sarebbe prodigato per far percepire l’accordo comune di ieri non come una minaccia ma come “l'ultima occasione per l'Iran di rimettersi sui binari giusti".
A questo si aggiunga l’intervento di ieri sera del presidente Usa che parlando del Medio Oriente ha descritto l'Iran come «una nazione tenuta in ostaggio da una piccola élite clericale che isola e reprime il suo popolo. Il regime di quel paese patrocina il terrorismo nei territori palestinesi e in Libano e questo deve finire». Secondo George W. Bush, «il governo iraniano sta sfidando il mondo con le sue ambizioni nucleari e le nazioni del mondo non devono consentire al regime iraniano di ottenere armi nucleare».
E mentre il controverso presidente Ahmadinejad sottolinea che il suo Paese non si piegherà alle richieste delle potenze occidentali, il capo negoziatore dell'Iran per il nucleare, Ali Larijani, ha dichiarato che alcune telecamere dell'Aiea, che servono per monitorare la situazione in alcune centrali energetiche iraniane, potrebbero essere rimosse.
Inoltre Larijani ha ribadito che l'Iran fermerà l'implementazione del Protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione nucleare se Teheran verrà deferita al Consiglio di Sicurezza.
La situazione, di per sé molto tesa e difficile, dovrebbe comunque rimanere stabile fino a domani quando a Vienna si terrà una riunione straordinaria del direttivo dei governatori dell'Aiea, e già si delineerà meglio lo stato di una delle più controverse crisi diplomatiche degli ultimi mesi.

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