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    Iraq: Uscita senza strategia

    La cupola d'oro distrutta di Samarra è ancora un'altra pietra miliare nella "lunga guerra" di George Bush - nella quale una guerra civile in Iraq mostra ogni segno di essere una caratteristica devastante.
    25 febbraio 2006 - Sami Ramadani
    Fonte: The Guardian

    Ma che genere di guerra civile? Io sono convinto che non sia il tipo di guerra che i politici a Washington e a Londra, e gran parte dei media occidentali, avevano previsto.

    Gli eventi degli ultimi giorni hanno rafforzato questa convinzione. Non sono stati i simboli religiosi sunniti che centinaia di migliaia di manifestanti in collera che protestavano contro l'attentato al santuario hanno preso di mira, ma le bandiere Usa. Lo slogan che li unificava mercoledì era: "Kalla, kalla Amrica, kalla kalla lill-irhab" - no all'America, no al terrorismo.

    Gli esponenti religiosi sciiti più ascoltati dai giovani militanti hanno dato rapidamente la colpa dell'attentato all'occupazione. Fra questi c'erano Moqtada al-Sadr; Nasrallah, il leader degli Hezbollah in Libano; l'Ayatollah Khalisi, leader dell'Iraqi National Foundation Congress; e il Grande Ayatollah Khamenei, la Guida spirituale dell'Iran. Assieme al Grande Ayatollah Sistani, essi hanno inoltre dichiarato che attaccare i sunniti è un "peccato" grave - come hanno fatto tutti gli esponenti religiosi sunniti riguardo agli attacchi contro gli sciiti.

    La BBC ha riferito che Sadr aveva invitato alla vendetta contro i sunniti - in realtà, egli ha detto "nessun sunnita farebbe questo", e ha invitato alla vendetta contro l'occupazione.

    Nessuno dei cortei di protesta in massima parte spontanei erano diretti contro moschee sunnite. Nei pressi dello stesso santuario attaccato, sunniti del posto si sono uniti alla minoranza sciita della città per denunciare l'occupazione e accusarla di condividere la responsabilità della profanazione. A Kut, un corteo guidato dall'Esercito del Mahdi di Sadr ha bruciato bandiere degli Usa e di Israele. A Sadr City, a Baghdad, il corteo contro l'occupazione è stato enorme.

    C'è stata una catena di attacchi armati contro moschee sunnite successivamente all'attentato, ma nessuno di essi è stato compiuto dai manifestanti. I resoconti indicano che essi sono stati opera di uomini armati mascherati. Da allora c'è stata una escalation di omicidi ben organizzati, alcuni confessionali, altri che hanno preso di mira gruppi misti, come l'uccisione di 47 operai ieri nei pressi di Ba'quba.

    Ma, come hanno mostrato chiaramente le manifestazioni di mercoledì tramesse in diretta sulle TV satellitari irachene e arabe, il sentimento popolare era contro l'occupazione piuttosto che di tipo confessionale.

    L'Iraq è inondato di voci sulla collusione delle forze di occupazione e dei loro protetti iracheni con gli attacchi a carattere confessionale e gli squadroni della morte: l'opinione diffusa è che gli Usa stanno alimentando la divisione confessionale per impedire l'emergere di una resistenza nazionale unita. Prove del loro coinvolgimento nelle ritorsioni contro i sunniti sono state raccolte dal Times, che ha riferito che, dopo un attacco armato contro la moschea sunnita di al-Quds a Baghdad, uomini armati sono risaliti su sei automobili, mentre i soldati della Guardia Nazionale irachena controllata dagli Usa che gli avevano fatto strada per lasciare la zona li incitavano.

    Due anni fa sostenevo su queste pagine che l'obiettivo degli Stati Uniti di installare un regime vassallo filo-Usa a Baghdad rischiava di far precipitare il paese in una guerra civile - ma non una guerra di arabi contro kurdi o di sunniti contro sciiti, piuttosto una guerra fra una minoranza (di tutte le confessioni ed etnie) appoggiata dagli Usa contro la maggiornza degli iracheni. E' questa la direzione in cui sta andando l'Iraq.

    Svolte politiche cruciali stanno passando inosservate, ma non all'ambasciatore Usa a Baghdad, Zalmay Khalilzad, che aveva organizzato l'opposizione filo-Usa prima dell'invasione ed è stato l'ideatore delle formule confessionali messe in pratica da lì in avanti.

    Nel periodo che ha preceduto le elezioni di dicembre, le forze di Sadr hanno vinto battaglie determinanti a Baghdad e nel sud contro lo Sciri, la fazione sciita più propensa a lavorare con gli Usa. La sconfitta delle forze dello Sciri ha dato all'Esercito del Madhi di Sadr una voce potente all'interno della coalizione che ha vinto le elezioni, e ha aiutato a candidare Ibrahim Ja'afari come primo ministro contro l'uomo dello Sciri appoggiato dagli Usa, Adel Abdel Mahdi.

    Khalilzad è inamovibile sul fatto che i sostenitori di Sadr non dovrebbero essere in grado di esercitare una tale influenza. Questa è la causa della crisi politica che avviluppa il regime della Green Zone.

    Per quasi due anni, siamo stati inondati di "exit strategy" Usa e britanniche. Dunque, perché c'è bisogno di una strategia per fare le valigie, porre fine all'occupazione e lasciare che gli iracheni decidano il loro futuro? La "minaccia di una guerra civile" naturalmente. Ma questo significa ignorare la guerra che è in corso in Iraq grazie al fatto che l'occupazione continua.

    Nessuna di queste "exit strategy" funzionerà, per la semplice ragione che esse sono basate su una ambizione irrealizzabile: avere la botte (irachena) piena e la moglie ubriaca. Tutte le strategie di Bush e di Blair sono basate sul mantenere un regime filo-Usa a Baghdad. Liberati da questa occupazione odiata, gli iracheni fieri e indipendenti non eleggeranno mai un insieme di pupilli appoggiati dagli Usa e dalla Gran Bretagna.

    Sami Ramadani, un esule politico del regime di Saddam Hussein, vive da molto tempo in Gran Bretagna, dove insegna alla Metropolitan University di Londra

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    Note:

    Traduzione di Ornella Sangiovanni per osservatorio iraq

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