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Iraq: Lettera da Baghdad: la crescente divisione settaria

20 aprile 2006 - David Enders
Fonte: The Nation

Baghdad - Il quartiere Imam al-Ridha nel nord di Baghdad è uno dei più nuovi della città. Le sue case sono state costruite di fretta con blocchi di calcestruzzo e le strade non sono asfaltate. Ci sono già cinquantacinque famiglie e altre stanno arrivando. All’ingresso del quartiere, dei murales raffigurano le recenti tragedie sciite: la morte di più di mille persone durante un pellegrinaggio nel 2005, la sepoltura dei martiri durante la rivolta contro le truppe statunitensi nel 2004 e la fine della rivolta del 1991 contro Saddam Hussein con i suoi soldati che occupavano il santuario.

Il quartiere stesso è il testamento di un evento che non è raccontato: tutte le famiglie che sono qui hanno lasciato le loro case in altre zone centrali dell’ Iraq, scappando dalla crescente violenza settaria. “Uno dei miei vicini, un sunnita, è venuto da me e mi ha detto: ‘Ti consiglio di lasciare questa zona,’ “ dice Abu Ali, che ha abbandonato la casa che abitava da 15 anni a Taji, circa 45 miniti a nord della capitale, per spostarsi a Imam Al-Ridha due mesi fa, dopo che suo fratello è stato rapito.

I problemi a Taji, una città mista con una maggioranza sunnita, iniziarono poco dopo l’invasione statunitense. ”Pensavamo che i soldati americani fossero venuti qui per proteggerci,” continua Abu Ali. “Così quando qualcuno metteva una bomba o tentava di attaccarli, noi lo comunicavamo agli americani.” Fornire appoggio agli occupanti ha in breve causato una ritorsione da parte della resistenza sunnita . Ma la violenza è in aumento dalle elezioni di dicembre e ancora a seguito della distruzione del santuario sciita di Askariya a Samarra in febbraio. Negli ultimi due mesi decine di migliaia di persone se ne sono andate.

Il murales all’ingresso di Imam al-Ridha comprende anche una immagine di Muqtada al-Sadr. Il quartiere, e molti altri come questo, è adiacente alla sovraffollata Sadr City, dove vivono in milioni e che rappresenta la base di potere dell’esponente religioso. “Le sole persone che ci hanno aiutato sono quelle dell'Esercito del Mahdi”, dice Naim Hussein, riferendosi all’approssimativa milizia organizzata che è fedele a Sadr e che negli ultimi due anni ha compiuto una serie di azioni, dagli scontri armati con l’esercito statunitense a ripulire le strade dall’immondizia. “Ci hanno dato il gas, l’acqua e il cibo. Noi non abbiamo soldi, non abbiamo lavoro. Siamo contadini.”

Costeggiando Sadr City verso ovest troviamo Shoala, un’altra area povera sciita che è grande quasi quanto la prima. Nel 2004 le famiglie sunnite che sono scappate dall’assedio americano a Falluja sono arrivate nella zone est di Shoala, dove hanno ricevuto assistenza dalle moschee sadriste. Ora la marea di rifugiati è cambiata e la cooperazione del 2004 tra la resistenza sunnita e l'Esercito del Mahdi contro gli Stati Uniti sembra essersi completamente disintegrata. Dall’attacco alla moschea Askariya, l’ufficio di Sadr a Shoala ha registrato più di 700 famiglie sciite che chiedevano assistenza, la maggior parte nella prima settimana di aprile. L’altra sede importante di Sadr, quella di Sadr City, ha visto numeri simili.

A Chikuk, un altro insieme di case in calcestruzzo, al confine sud del quartiere di Shoala, le famiglie si spostano sotto la pioggia battente, tutte le loro cose sono caricate su minivan e camion. Alcuni vivranno nelle loro macchine fino a quando non sarà possibile costruire le case, altri sono stipati nelle abitazioni di famiglie che sono lì da più tempo. La gente di Chikuk racconta che l’ufficio di Sadr ha indicato loro i lotti liberi e che l'Esercito del Mahdi fornisce protezione a coloro che si sono appena insediati.

La maggioranza delle famiglie di Chikuk provengono da Haswa, un villaggio sciita vicino ad Abu Ghraib, a sud est di Baghdad. Gli uomini dicono che c’è stata una progressione: in un primo momento avevano paura di recarsi al lavoro; alla fine hanno deciso che era giunto il momento di andarsene. “Un centinaio di famiglie se ne sono andate in questi ultimi due giorni, “ aggiunge Abu Mohammed. “Un centinaio, forse 200, arriveranno la settimana prossima.”

Tutti coloro con i quali ho parlato sembra che se ne siano andati dopo aver perso qualcuno della famiglia o un vicino. I formulari negli uffici di Sadr comprendono - insieme a nomi, cognomi, precedente luogo di residenza e altri dati – una riga che dice “ ----------- ucciso.” Abu Hakki, che è arrivato con Abu Mohammed, racconta che lui se ne è andato dopo aver visto gente assassinata nella macchina di fronte a lui mentre era sulla strada tra Abu Ghraib e Baghdad. “Hanno fermato l’ auto, tirato fuori cinque uomini e li hanno uccisi, altri 5 sono stati feriti perché erano sciiti e perché lavoravano per una compagnia del governo.”

Il quartiere di Ghazalia, a predominanza sunnita, è lì accanto, attraversata una delle molte linee del fronte in quella che sembra essere una guerra civile in allargamento. Molti sciiti accusano gli Stati Uniti di alimentare le fiamme della divisione settaria. Il venerdì di preghiera del 31 marzo, a Sadr City, i credenti cantavano “No, no America!” Muhammed al-Attab al-Tabai, un assistente di Sadr, rinnovava l’appello del rappresentante religioso ai suoi seguaci di “ignorare le provocazioni degli americani,” aggiungendo, “gli Stati Uniti creano il settarismo.”

Dopo l’attentato del 7 aprile alla moschea sciita di Baratha, che ha ucciso almeno 71 persone, Muqtada al-Sadr ha accusato l’America per i problemi che assediano l’Iraq. Alcuni sciiti vanno oltre e sostengono che gli attacchi alle moschee fanno parte della campagna di destabilizzazione degli Stati Uniti.

Tornati nello spoglio salotto di Abu Alì, la conversazione si sposta sulla situazione politica. “Durante le prime elezioni (gennaio 2005), gli sciiti sono stati gli unici a andare a votare,” sostiene Shahid Hussein Passim, che ha perso suo figlio e suo fratello per mano di combattenti sunniti. “Perché gli Stati Uniti odiano gli sciiti?” Un’ ulteriore prova di quello che vedono come un’ ostilità americana, l’uomo offre la recente affermazione dell’ambasciatore statunitense Zalmay Khalizad, che ha criticato sia Sadr che Ibrahim al-Ja'afari, il Primo Ministro ad interim che il partito politico di Sadr appoggia per l’incarico permanente. (Nelle elezioni di dicembre, l’ampio blocco sciita, l’Alleanza Unita Irachena’, ha ottenuto la maggioranza alle urne e quindi il diritto di indicare il Primo Ministro. Dopo intensi negoziati all’interno dell’ Alleanza, Ja'afari, con l’appoggio del Movimento dei Sadristi di Sadr, ha vinto per un voto contro il candidato del Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq, o SCIRI. Ma ora Ja'afari deve ottenere l’appoggio di due terzi dell’intero Parlamento prima di poter entrare in carica. Un blocco di sunniti, kurdi e ora anche di sciiti dello SCIRI hanno bloccato la sua nomina.)

La visita, ai primi di aprile, a Baghdad del Segretario di Stato Usa Condoleeza Rice e del Segretario agli Esteri britannico Jack Straw ha fatto poco per calmare i leader, i quali lamentano che gli Stati Uniti stanno mettendo le mani nella politica irachena. Voci che Khalilzad abbia detto al leader dello SCIRI, Abdul Aziz al-Hakim, che Washington non appoggia Ja'afari, hanno ulteriormente irritato molti sciiti. Khalilzad ha usato la conferenza stampa per annunciare la liberazione della giornalista americana rapita Jill Carroll per negare di aver fatto una simile affermazione, prima di uscire senza rispondere alle domande dei giornalisti. Ma Khalilzad è già diventato il nemico pubblico numero uno agli occhi dei sadristi e di altri sciiti, alcuni dei quali hanno cominciato a chiamarlo (è un sunnita afgano) “Abu Omar”, riferendosi al califfo sunnita del settimo secolo che combatté contro gli sciiti. Alcuni esponenti religiosi hanno chiesto apertamente la sua espulsione dal paese.

Jawad al-Maliky, il vice di Ibrahim Ja'afari nel partito Da'wa, è diretto quando gli si chiede del diniego di Khalilzad. “Mente,” risponde Maliky. “E’ pericoloso se rimane qui. Mette a rischio la nostra democrazia e crea settarismo. Costerà la nostra collaborazione con gli Stati Uniti. Se Ja'afari viene costretto a rinunciare, ci saranno problemi in Iraq. Khalilzad vuole più scontri.”

La rimozione di Ja'afari potrebbe affondare il già bloccato processo politico. I sadristi hanno minacciato di boicottare il governo se la sua candidatura venisse affossata. I membri dell'Esercito del Mahdi, riferendosi a lui, usano il termine onorifico sciita ‘Sayyed Ja'afari’, anche se non indossa l’abito religioso (Ja'afari è tecnicamente, come Sadr, discendente diretto del Profeta Maometto, secondo la tradizione sciita). E’ stato anche uno studente di Muhammed Baqr al-Sadr, lo zio di Muqtada e il fondatore del partito Da'wa, assassinato da Saddam Hussein nel 1980. “Se Ja'afari lascia il governo, l'Esercito del Mahdi lascerà il governo,” afferma Abu Alì Tamimi, un comandante dell'Esercito del Mahdi a Sadr City. “Gli Stati Uniti hanno paura di Ja'afari perché ha l’ appoggio del Movimento dei Sadristi”.

Su questo sfondo di ingorgo politico, i cadaveri continuano a comparire lungo le strade di Baghdad ogni giorno, vittime delle uccisioni settarie. Sadr ufficialmente ha chiesto alla sua milizia di non attaccare i sunniti, ma giovani uomini disoccupati, è risaputo, sono difficili da controllare. Come l’ Ayatollah Ali al-Sistani, la più alta carica sciita, nel 2004 non ha potuto convincere subito l'Esercito del Mahdi a porre fine alla sua ribellione a Najaf e Baghdad contro le truppe statunitensi, così le uccisioni di sunniti nel nome di Sadr sembrano verificarsi indipendentemente dall’approvazione di Sistani.

“L'Esercito del Mahdi non ha un solo leader,” dice Nadher Yassin Mahmud, un imam sunnita della moschea di Rashid Dragh nella parte ovest di Baghdad. Due amici suoi, imam in un’altra moschea sunnita, sono stati uccisi, aggiunge Mahmud. Lui sta pianificando di spostarsi presto a Dubai. “Il mio amico era imam a Zafraniya – aveva un rapporto molto buono con l'Esercito del Mahdi. Alcuni di loro sono andati da lui e gli hanno chiesto di andarsene. Gli hanno detto ‘Noi siamo tuoi amici e non vogliamo che ti succeda qualcosa.’ Lui ha chiesto perché e loro hanno solo aggiunto ‘Noi non vogliamo che ti capiti niente di male.’ Lui se ne è andato. Due giorni dopo la moschea è stata colpita.

Anche Nadher e altri sunniti accusano gli Stati Uniti di attizzare la violenza settaria. Nader si riferisce a un messaggio che è passato recentemente sugli schermi della televisione irachena che diceva, “Il Ministero della Difesa chiede che i civili non obbediscano agli ordini dell’esercito o della polizia in pattuglia notturna a meno che non sia accompagnata dalle forze della coalizione operative nell’area.” Riferendosi alle milizie di quartiere che sono apparse nelle zone sunnite, Nadher aggiunge, “Un mio amico stava facendo la guardia alla moschea del suo quartiere e questo gli è stato detto da una pattuglia americana che passava di lì. Vogliono che combattiamo gli uni contro gli altri.”

Il comandante dell'Esercito del Mahdi, Tamimi, non nega che alcuni suoi elementi poco onesti stiano portando avanti omicidi. “Abbiamo dovuto rimuovere molta gente dall'Esercito del Mahdi” dice. “Stanno combattendo per la loro setta, non si curano di Muqtada al-Sadr.” Ma lo stesso linguaggio di Sadr ha creato una pericolosa zona grigia, forse intenzionalmente. Egli ha approvato l’uccisione dei takfiri – estremisti sunniti che considerano gli sciiti eretici – e degli ex ba'athisti. Nei suoi discorsi ai membri dell'Esercito del Mahdi, ha detto chiaramente che ritiene che i membri sunniti del governo rientrino in queste due categorie. “Saleh Mutlaq è stato membro del partito Ba'ath,” Tamimi parla così di uno dei più importanti politici sunniti nel governo. Critica anche il Partito Islamico Iracheno, uno dei maggiori partiti sunniti. “Se sono brave persone, perché non condannano le uccisioni degli sciiti?”

I militari statunitensi possono ancora essere la più grande minaccia al dominio di Muqtada al-Sadr, ma molti sciiti si stanno preparando per uno scontro più ampio con gli estremisti sunniti. Entrambi gli scontri sembrano in arrivo. La questione di quale arriverà prima potrebbe essere nelle mani delle autorità militari statunitensi e dei loro alleati. “Sull’autobus la gente dice che gli americani hanno perso la guerra,” afferma Ghaith al-Tamimi, un membro dell’ufficio stampa dei sadristi. “Qualcun altro deve combattere i terroristi.” Ma Tamimi non nasconde il suo spregio per gli Stati Uniti. Con un grande sorriso, prende un kalashnikov da una delle sue guardie e lo culla, strizza l’occhio nel mirino. Poi lo alza lievemente e sorride ancora. “Questo è il solo linguaggio che l’America capisce”, aggiunge.

Al centro stampa Ocean Cliffs nella Green Zone, il Generale Rick Lynch, portavoce militare a Baghdad, afferma che affrontare le milizie sarà il prossimo compito dell’esercito statunitense per dare sicurezza all’Iraq. “Le milizie sono sbagliate. Le milizie sono un male per gli iracheni, e le milizie devono essere smantellate” sostiene. “Le milizie non possono essere tollerate e bisogna agire.” Ma per il momento, ci sono più scontri tra le fazioni che tra l’esercito americano e le milizie. Scaramucce tra i combattenti sunniti e l'Esercito del Mahdi sono diventati un elemento della vita in alcune città a sud di Baghdad, molte delle quali hanno popolazione mista in proporzioni simili.

Khodair Karim Hussein, che anche lui vive a Imam al-Ridha, ha abbandonato Mahmudiya più di due mesi fa. E’ ritornato alla fine di marzo per svuotare il suo conto in banca e prendere tutto quello che poteva delle sue cose. “L'Esercito del Mahdi sta fronteggiando i sunniti,” racconta “Ma non hanno molte armi e non possono combattere altrettanto bene. Sono anche impauriti dal fatto che se sono per la strada armati gli americani possono attaccarli. Se gli americani aiutassero l'Esercito del Mahdi, sarebbe meglio. Se vai dai militari statunitensi, loro ti dicono ‘Non è un nostro problema. Lo scontro è tra di voi.’ Ti dicono: ‘Vai dall’esercito iracheno.’” Lo spettro del tradimento di George Bush subito dopo la guerra del 1991, quando lui aveva incoraggiato gli sciiti alla rivolta e poi permesso a Saddam Hussein di schiacciare la ribellione che ne seguì, si profila minacciosamente nella coscienza sciita. Ma questa volta, non c’è Saddam e non c’è la forza aerea irachena.

“Stiamo comprando più armi,” afferma Tamimi, il comandante dell'Esercito del Mahdi. “La situazione in Iraq è molto brutta e noi siamo pronti a combattere. Saddam aveva fabbriche di armi ad Abu Ghraib, Ramadi e Falluja. Se gli americani se ne vanno, [la resistenza sunnita] avrà queste armi e noi no.”

“Noi siamo l’Esercito dell’Imam,” afferma Naim Hussein, che ha perso tre cugini nello scontro tra fazioni. “Stiamo aspettando la luce verde dai nostri leader. Se ci sarà sul serio la guerra civile, non rimarranno più sunniti.”

Note:

Traduzione di Paola Gasparoli per Osservatorio Iraq http://www.osservatorioiraq.it/

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