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A Kabul B-52 in azione E lo chiamano peacekeeping

25 giugno 2006 - Manlio Dinucci
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Intervenendo il 20 giugno all'Istituto alti studi per la difesa, il ministro Arturo Parisi ha spiegato perché il governo intende continuare il «nostro impegno» in Afghanistan: qui «la Nato sta mettendo alla prova la sua stessa identità, ponendo a disposizione strutture e forze per la costruzione di un disegno di ordine e pace gestito dall'Onu». Proprio mentre pronunciava queste parole, facendo attenzione a non dire mai «guerra», il Comando centrale Usa comunicava che gli aerei della «coalizione» stavano effettuando in Afghanistan 25 «missioni di appoggio all'operazione Enduring Freedom».
Gli attacchi aerei - in media oltre 25 al giorno, più del doppio di quelli in Iraq, e in aumento - vengono compiuti non solo con cacciabombardieri F-15 e F-16. ma con bombardieri pesanti B-52H e B-1B. Per avere un'idea della loro capacità distruttiva, basti pensare che un B-52H trasporta oltre 31 tonnellate di bombe e missili. Può sganciare 51 bombe a grappolo Cbu-52, ciascuna delle quali rilascia 200 bombette antimateriale e antipersona: ciò significa che in una sola missione uno di questi bombardieri (gli Usa ne hanno oltre 90) può sganciare oltre 11mila bombette. Ma questa è solo parte del suo carico bellico: ha a bordo anche 30 bombe da 1.000 libbre, 20 missili da crociera e 40 bombe a guida di precisione. Molto maggiore il carico bellico del B-1B: oltre 300 bombe e missili, tra cui le Mk-84 da 2.000 libbre. Per di più questi bombardieri, nati come i B-52 per l'attacco nucleare (gli Usa ne hanno oltre 90), sono supersonici. «Ciò significa che possono raggiungere qualsiasi punto dell'Afghanistan in pochi minuti», ha sottolineato un portavoce del Centcom alWashington Post. Quali siano le conseguenze lo si capisce dal fatto che perfino il presidente Hamid Karzai ha «criticato la coalizione a guida Usa, deplorando la morte di centinaia di afghani». Quella a cui partecipano anche forze italiane è dunque una guerra, condotta non solo contro i combattenti ma contro i civili. Lo conferma l'uso dei bombardieri pesanti.
Questo è il «disegno di ordine e pace» cui partecipa l'Italia. Un disegno che, sin dall'inizio, ha avuto ben altri scopi di quelli dichiarati: non la liberazione dell'Afghanistan dai talebani, che erano stati addestrati e armati in Pakistan in una operazione concordata con la Cia per conquistare il potere a Kabul, ma l'occupazione dell'Afghanistan, area di primaria importanza strategica per gli Stati uniti. Lo dimostrano le basi permanenti che hanno qui installato, tra cui quelle aeree di Bagram, Kandahar e Shindand. A queste basi se ne aggiungeranno probabilmente altre nove. Per capire il perché basta guardare la carta geografica: l'Afghanistan è al crocevia tra Medio Oriente, Asia centrale, meridionale e orientale. In quest'area si trovano le maggiori riserve petrolifere del mondo e tre grandi potenze - Cina, Russia e India - la cui forza complessiva sta crescendo e influendo sugli assetti globali. Come aveva avvertito il Pentagono nel rapporto del 30 settembre 2001, «esiste la possibilità che emerga in Asia un rivale militare con una formidabile base di risorse». Il recente vertice dell'Organizzazione per la cooperazione di Shanghai - di cui fanno parte Cina, Russia e quattro repubbliche centroasiatiche e al quale vuole aderire l'Iran - ha confermato agli occhi di Washington tale possibilità.
Da qui la necessità di «pacificare» l'Afghanistan per disporre senza problemi del suo territorio. Ma, impegnati su troppi fronti, gli Usa non ce la fanno. Ecco quindi il coinvolgimento degli alleati, sia come Nato sotto paravento Onu, sia direttamente in Enduring Freedom. Comunque, sempre sotto il Combined Forces Commande quindi agli ordini di un generale statunitense. Parisi però non ha dubbi: «L'Italia è e resta un grande Paese». La stessa frase pronunciata dal presidente del consiglio D'Alema nel giugno 1999. Dopo che gli aerei italiani avevano bombardato in Iugoslavia gli obiettivi indicati dal Pentagono.

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