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Politica o quasi

Kosovo, morte e resurrezione

18 luglio 2006 - Ida Dominijanni
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Diventata forma fisologica della politica agonizzante d'inizio millennio, la guerra non dà tregua: l'una si sussegue all'altra senza soluzione di continuità. E il fuoco dei media sull'ultima rimuove, ogni volta, il portato e i residui di quella precedente. Mi fa un certo effetto, devo confessarlo, trovarmi sul tavolo, mentre la tv trasmette le immagini di Beirut in fiamme, un volume a più voci recentemente curato da Luana Zanella , L'altra guerra del Kosovo. Il patrimonio della cristianità serbo-ortodossa da salvare(Casadeilibri): lo guardo e mi sembra fuori fuoco e fuori contesto. La verità è che anch'io, come tutti, ho già dimenticato: da quando brucia il Medioriente chi si ricorda più del Kosovo, se non quei pochi - tra cui gli autori del libro in questione - che ostinatamente continuano a monitorare quello che accade nella sventurata regione dei Balcani? Dall'ultima guerra del '900, quando ancora non c'era stato l'11 settembre, la preemptive warnon era stata inventata e il terrorismo islamico covava sottotraccia, sembra passato davvero un secolo. E sì che quanto al crescere della febbre identitaria e del conflitto etnico-religioso gli eventi della ex Jugoslavia avevano già annunciato tutto quello che c'era da annunciare.
E' contro questo oblìo che il libro nasce ed è in particolare alla politica italiana e europea, le meno autorizzate a dimenticare, che si rivolge. Deputata Verde pacifista, nel '99 contraria all'«intervento umanitario» del governo D'Alema, Zanella ha visitato le terre martoriate dell'ex Jugoslavia più volte, in guerra e dopo, e qui in specie racconta la sua visita in Kosovo del dicembre 2004, quando era diventato evidente il rovesciamento intervenuto in quella regione, dalla catastrofe umanitaria della comunità albanese perseguitata e «ripulita» da Milosevic che aveva legittimato la guerra a quella della comunità serba e di altre minoranze non albanesi - rom, bosgnacchi, goranci, ashkali - perseguitate dall'Uck e dalle bande criminali nella dimenticanza dei media e della politica. In questo contesto la rivisitazione del patrimonio artistico serbo-ortodosso che il libro propone - e che fa seguito alla campagna per la sua salvezza lanciata qualche anno fa da un appello di Massimo Cacciari - acquista un evidente senso politico. Come scrive Zanella, «non si tratta di difendere unicamente la cristianità serba, ma la possibilità stessa della convivenza fra popoli e culture differenti». La tradizione di tolleranza religiosa del Kosovo è infatti messa in forse non solo dagli eventi politici e militari, ma anche dalla perdita delle tradizioni locali, e quella «terra sacra» ad alta densità simbolica carica di monasteri, chiese, dipinti rischia di diventare un crocevia di traffici d'ogni sorta, potenziale base nel cuore dell'Europa per il terrorismo fondamentalista.
Del patrimonio artistico kosovaro, davvero «simbolico» dell'interculturalità perché esso stesso ponte fra culture diverse, scrivono Rosa D'Amico, Valentino Pace, Alessandro Bianchi. Andrea Catone, Daniele Senzanonna, Renato D'Antiga mettono a fuoco alcuni passaggi della storia del Kosovo dal medioevo in poi, Tommaso Di Francesco alcuni momenti della cronaca recente. Cacciari, nella prefazione, insiste sul filo che lega, o dovrebbe, la percezione della tragedia politica e della posta in gioco culturale e spirituale: è questo secondo versante che «aiuta a capire la 'profondità' delle recenti tragedie, e come la loro radice debba essere cercata indietro nel tempo, negli strati che potevano apparire sommersi dell'anima di quei popoli». Nessuno sconto è possibile e nessuna rimozione consentita: «anche in questo caso è necessario guardare in faccia tutto l'inferno della storia», tanto più anzi in questo caso, emblematico di come le umane vicende procedano per salti imprevisti, a onta dei nostri calcoli razionali. Può accadere, nella ex Jugoslavia è accaduto, che la guerra civile scoppi efferata fra vicini di casa che fino al giorno prima avevano fatto festa assieme e si erano riconosciute nelle stesse icone artistiche. Ma può accadere anche il contrario, che quelle icone ridiventino segni e tramite di ospitalità reciproca. «I monasteri e le chiese del Kosovo rappresentano nei loro grandi cicli di affreschi questa capacità di resurrezione, la volontà di non arrendersi al destino della inimicizia e della morte».

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