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Lashkargah, di notte si spara e di giorno si muore

La guerra che non è guerra vista da un paesino afghano. Con l'obitorio pieno, il bazar vuoto e un governatore prigioniero
19 luglio 2006 - Vauro (Peacereporter.net)
Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

Stamattina, poco prima dell'alba, un commando talebano ha attaccato la base inglese, solo un'azione dimostrativa: raffiche di kalashnikov. Nell'ospedale di Emergency, verso le 5 del mattino è morto Sardor. Ieri era stato portato lì con il corpo semispappolato, insieme a sua moglie e al figlio piccolo, per loro un futuro da mutilati. Sardor invece si va ad aggiungere ai quattro che viaggiavano nella sua stessa auto colpita da un missile e che sono morti all'istante.
Il cielo di Lashkargah oggi è di un bianco sporco e opaco, la città appare sfocata, immersa nella polvere densa alzata dal vento, il durhia, come lo chiamano qui. Per raggiungere la zona del bazaar si passa davanti alla residenza del governatore nominato da Karzai o meglio davanti alle sbarre e ai blocchi di cemento che chiudono e circondano tutta l'area. «Le poche volte che esce di casa - ci dice l'autista che ci accompagna - i militari bloccano anche le strade limitrofe». Il governatore di Lashkargah è poco più che un prigioniero.
Un dedalo di case di fango basse, quelle che affacciano sullo stradone sterrato hanno davanti al buco di ingresso teli mezzo strappati, sorretti da pali sbilenchi, penzolano qua e là come i pezzi di carne coperti di mosche e le altre povere mercanzie delle quali le botteghe fanno mostra. La miseria toglie ogni fascino esotico a questo bazaar. Rimane il pullulare di figure umane, turbanti scuri, vecchi con gli occhi truccati con il rimmel, giovani dalle barbe nere e dalle vesti lunghe, miriadi di bambini, timide e sfuggenti apparizioni di donne con il burka, risciò a motore coloratissimi come quelli pakistani, asini e carretti stracarichi. Accovacciati dietro piccoli banchi, cambiavalute e ciabattini che fabbricano scarpe con vecchi copertoni. Un'animazione vivace che, stranamente, appare però silenziosa, come se la polvere, insieme ai colori, avesse assorbito anche i suoni.
I bambini si avvicinano per primi ma in un attimo è una piccola folla di anziani e ragazzi quella ci circonda. Non c'e' ostilità nei loro sguardi ma curiosità mista a perplessità, da tempo non vedono occidentali se non armati e chiusi nei loro blindati. La stessa perplessità la coglieremo, di lì a poco, negli occhi dei soldati inglesi mentre ci guardano da dietro le loro mitragliatrici su un convoglio di mezzi corazzati che attraversa lentamente lo stradone. «Gli inglesi sono migliori degli americani, meno arroganti e prepotenti», esordisce un vecchio dal capannello. «Ma non vogliamo nemmeno loro», ribatte subito un altro. E' come se si fosse aperta una valvola, le voci si moltiplicano e si sovrappongono: «Dicono che sono venuti a portarci sicurezza, bombardamenti, attentati, morti e feriti, è questa la sicurezza?». Interviene un uomo corpulento con una barba scura che sembra avere l'autorità di tacitare gli altri: «Lo vedete in che condizioni viviamo? - dice con un gesto ampio delle braccia a mostrare quello che ha intorno - siano benvenuti gli stranieri che ci vogliono aiutare ma per costruire strade, scuole, ospedali non c'e' bisogno di venire in armi. Sono gli stranieri armati che non vogliamo. Dicono che è perché non tornino i talebani. Non ci importa niente dei talebani, vivevamo in miseria anche quando c'erano loro, proprio come adesso ma c'era più sicurezza, inoltre erano musulmani come noi e ci rispettavano, rispettavano la nostra religione e le nostre usanze. Sono le truppe straniere che fanno continuare la guerra in Afghanistan».
Al di la' del ponte sul fiume Helmand che attraversa la città, c'è un posto militare inglese: blocchi di cemento, blindati e mitragliatrici. Si è formata una colonna di auto scassate, risciò e camioncini, anche perché un asino attaccato al suo carretto si è impuntato in mezzo alla strada e non vuole saperne di spostarsi, nonostante le botte che il suo padrone, un vecchio con turbante, gli dà per smuoverlo. Proprio alle spalle del check-point, su una spianata, giacciono le carcasse arrugginite e sforacchiate di vecchi carri armati sovietici. Quasi un monito della storia, ma il giovane soldatino inglese, occhi azzurri, capelli rossi che si intravedono sotto l'elmetto d'acciaio, sicuramente non lo coglie.

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