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Noi somali? Nomadi, liberi e lontani dal fanatismo religioso

Analisi di un popolo che sopravvive da 16 anni senza Stato
29 luglio 2006 - Hamdi Dahir Warsame, Shukri Said Mohamed e Maurizio Calò
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

La comunità internazionale deve sostenere il governo di Baidoa purché rispetti sette condizioni che vanno dal negoziato con gli islamici di Mogadiscio, sino all’aiuto in favore delle Regioni e delle Comunità pacificate. Questi sono gli unici strumenti capaci di indicare le alternative ad una paleoguerra permanente e senza vincitori. Affinché questo avvenga è necessario che la comunità internazionale capisca meglio la realtà somala.
Il carattere dominante della popolazione di quel Paese è un misto di nomadismo, ottimismo, curiosità e poesia. In sintesi: un individualismo fiero, libero e romantico, ricco di inventiva, di entusiasmo e creatività. Un simile popolo ha in sé, pertanto, gli anticorpi per resistere all’invadenza del fondamentalismo religioso che ha preso il potere a Mogadiscio negli ultimi giorni prevaricando l’islamismo moderato sotto le cui bandiere ha ceduto di schianto il regime dei signori della guerra. Il popolo, in effetti, non ha mai condiviso lo sfruttamento egoistico del territorio, né sostenuto alcuna brama di potere e si è schierato a favore degli elementi religiosi che meglio ne rappresentavano la tradizione liberale e che hanno saputo interpretare i bisogni primari della popolazione nell’assenza di un governo centrale protrattasi per oltre diciassette anni.

Invero, la struttura sociale somala si articola nei clan che rappresentano il punto di riferimento di un gruppo di famiglie discendenti da un unico stipite. Il clan, nel tempo, ha sviluppato dei sottoclan che, a loro volta, hanno dato vita al gruppo solidale al quale aderiscono le famiglie costituite da individui legati tra loro da vincoli d’affetto. Questa struttura sociale ha un forte carattere patriarcale e vede, quindi, la preminenza della figura maschile che ha potere d’indirizzo su tutti i componenti del suo gruppo. Questo, però, non significa un potere assoluto attribuito al pater familias, al capo del sottoclan, ovvero al capo del clan. Seppure a costoro è riconosciuta l’ultima parola, il meccanismo democratico è sviluppatissimo a tutti i livelli, così nella famiglia, come nel clan. Il dibattito è sempre apertissimo e si afferma la decisione della maggioranza. Un sistema sociale da tempo studiato anche in Europa sotto la definizione di “democrazia pastorale”.

Su una tradizione così radicata, è difficile che possa attecchire a lungo la Sharia, la legge islamica, o un altro tipo d’imposizione. Prova ne siano i tumulti scoppiati in un cinema di Dhusamareeb dove era in programma la partita Italia-Germania dei mondiali 2006 e di cui le guardie islamiche hanno impedito la visione, procurando la morte di due giovani spettatori innocenti.

Peraltro la gran parte delle famiglie somale è dotata di una discreta ricchezza dovuta, sin dall’antichità, all’allevamento del bestiame esportato dovunque ed attualmente incrementata dal commercio globale. Avvolgere una simile struttura nei tentacoli della piovra dell’islamismo fondamentalista, appare velleitario e, comunque, di corto respiro. Si consideri che, nonostante l’assenza di un governo centrale, di scuole, di infrastrutture, di trasporti e di ospedali, la comunità dei clan è riuscita, nondimeno, ad arricchirsi promovendo e sviluppando il commercio a livello privato, ovvero di associazione di imprenditori. La stessa tecnologia (in cui la Somalia spicca quale secondo paese africano dopo il Sudafrica) ha potuto penetrare con libertà nel tessuto sociale favorendo la diffusione di quei valori scientifici, culturali ed etici in cui l’Occidente si riconosce.

Di questi valori, tuttavia, la popolazione somala ha acquisito solo quanto le era più utile e confacente alle proprie esigenze, mantenendo intatta la propria identità, tanto più genuina in quanto assai poco contaminata per la brevità del periodo coloniale che l’ha interessata. Per altro verso, gli aspetti negativi dello stretto contatto con l’Occidente, ha prodotto il fenomeno dei signori della guerra. Si è trattato, in origine, di esponenti di clan, ciascuno dei quali riconosciuto signore del territorio di influenza. Per le descritte prerogative, egli ha potuto godere di milizie fedeli e della possibilità di sfruttamento dell’area senza contestazioni di sorta. I warlords hanno potuto imporre pedaggi agli stranieri per il transito attraverso le rispettive aree di influenza; aprire il territorio a qualunque tipo di commercio illegale, dai rifiuti tossici, alle droghe, alle armi; arruolare, con la promessa di una vita facile e doviziosa, i giovanissimi delle famiglie, in particolare quelle più povere.

L’esercizio di un simile potere assoluto ha portato i signori della guerra, per un verso, a diventare gli interlocutori privilegiati della comunità internazionale interessata a veder cessare l’anarchia somala, ma, dall’altro verso, ha portato ad un distacco dalla cultura tradizionale dei clan che, progressivamente, hanno fatto venir meno il loro appoggio devoluto, invece, alle figure moderate dei religiosi ritenuti capaci di ripristinare gli antichi valori e l’ordine sociale.

Il moderatismo religioso, tuttavia, ha invano tentato di rappresentare da solo le istanze del popolo finendo con l’accettare l’infiltrazione del fondamentalismo islamico pur di conseguire il risultato di abbattere i Signori della guerra. Questa alleanza, che ha beneficiato di una formidabile adesione popolare volta al rovesciamento dei Signori della guerra, ha ben presto manifestato il suo peccato originale: l’estremismo, con un colpo di mano interno, ha preso il sopravvento sui moderati assumendo il controllo della regione Benadir di Mogadiscio e relegando a ruoli minoritari gli esponenti moderati. Si tratta, però, di una vittoria temporanea perché non supportata dalla volontà popolare e circoscritta alla capitale Mogadiscio. Nel resto del Paese, infatti, salvo rare eccezioni, il fondamentalismo religioso non attecchisce perché non è mai stato accettato. Fuori dall’area della capitale, la vita dei clan, il commercio e l’allevamento proseguono impermeabili ai signori della guerra prima ed al radicalismo religioso ora, malgrado la mancanza di strutture pubbliche.

Questo apparente equilibrio, tuttavia, non deve indurre la comunità internazionale a proseguire nel suo comportamento di lasciar fare, nella convinzione che, prima o poi, i somali risolveranno da soli i loro problemi. Le prospettive sono assai incerte in quanto in Somalia, pilastro geopolitico ed economico del Corno d’Africa, si combatte il più aspro dei conflitti tra l’influenza occidentale e quella araba. Ne è prova il sostegno dato dagli americani ai signori della guerra, da una parte, e quello degli arabi ai religiosi, cioè la presa di Mogadiscio, dall’altra parte.

Rimane da analizzare il governo di Baidoa presieduto da Gedi con Yusuf quale presidente della repubblica. Formato per influenza internazionale, esso risale all’epoca dei signori della guerra e ne rispecchia ancora le logiche. Non a caso, è un governo che non ha mai fatto breccia nel cuore del popolo e che, per essere effettivamente rappresentativo, dovrebbe essere profondamente modificato.

Al momento, è certo che il popolo somalo rimane privo dei suoi rappresentanti nella comunità internazionale: i signori della guerra sono stati cacciati; i religiosi che governano a Mogadiscio, con il loro fondamentalismo, sono remoti dallo spirito della popolazione; il governo di Baidoa non rispecchia i veri sentimenti del Paese. Proprio per questa mancanza di sostegno, il governo di Gedi e Yusuf ha dovuto chiedere la protezione dell’esercito etiope che, entrando nel territorio somalo, ha innescato l’esasperarsi di antichi conflitti e fatto sorgere l’aspirazione a nuove rivincite. Giunge, infatti, notizia di intensi movimenti di truppe americane sul confine etiopico proprio nel momento in cui l’esercito di Addis Abeba invade la Somalia.

La soluzione per uscire da questa crisi, consiste nel dare sostegno alle aspirazioni dei somali permettendo che vengano alla luce ed abbiano libertà d’espressione. Non vi è dubbio che il popolo ha fin qui espresso la preferenza per la gestione della cosa pubblica affidata ai religiosi moderati e la folla plaudente di Mogadiscio all’indomani della cacciata dei signori della guerra ne è conferma, così come la ribellione all’accecamento dei mondiali di calcio imposta dai fondamentalisti. Ben vengano innesti dei migliori elementi allontanatisi dalla Somalia con la diaspora dagli anni '90 in poi per l’importanza della scienza ed esperienza da costoro accumulata all’estero, ma la più sincera espressione popolare non può che appartenere a chi, in patria, ha sopportato questi lunghi anni di acefalia governativa. La comunità internazionale deve attivarsi per favorire questo risultato evitando i tanti errori commessi in passato dai quali, invece, trarre esperienza.

L’Italia deve svolgere in questo senso un ruolo fondamentale, sia perché meglio di qualunque altro Paese conosce l’importanza del collante religioso moderato nel sociale, sia per i trascorsi storici nel Corno d’Africa. In tal modo potrà recuperare, nell’area, l’importante ruolo di mediazione nel quale è maestra e dal quale, purtroppo, si è astenuta in questi ultimi lustri.

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