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Il Congo va alle urne ma la guerra è dietro la porta

Parla Jean Marie Mutobola, giornalista e intellettuale rifugiato in Uganda
30 luglio 2006 - Veronic Algeri
Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

«Cosa mi aspetto da queste elezioni? Purtroppo nient’altro che una bella guerra civile!». A dirlo è Jean Marie Mutobola, giornalista congolese nato a Mbuji-Mayi, nel Sud del Paese nel 1950, durante l’epoca coloniale. La sua storia è anche quella di un Paese che dall’indipendenza, nel 1960, convive con una situazione di insicurezza continuamente rinnovata dagli interessi di una classe politica che fonda la sua legittimità nella guerra. Dal 1997 è rifugiato in Uganda. Oggi, il suo Paese andrà alle urne, in teoria sono le prime elezioni libere dopo quarant’anni.

La tua vita si intreccia con i principali avvenimenti della storia politica del Congo
Ho cominciato a frequentare le scuole francofone all’alba dell’indipendenza, fino a quando, nel 1972, il Presidente Mobutu ha deciso che i congolesi non potevano più frequentare gli istituti stranieri. E’ una delle prime manovre del suo famoso “programma per l’autenticità”. Quando arriva il momento di andare all’Università, sono stato costretto ad andare all’estero, in Burundi. Il Governo, allora, aveva istituito un sistema di quote volto a limitare l’istruzione superiore alle persone della regione del Sud, mediamente molto colte, e favorire le altre zone del Paese con una sorta di discriminazione positiva. Si assisteva a una vera e propria Balubafobia: la tribù dei Baluba, dei quali faccio parte, nella regione del Katanga, è da sempre vista come una minaccia dal governo centrale. E’ una delle popolazioni più istruite, numerose e ricche. Non solo, gli intellettuali oppositori che il regime teme di più vengono da qui. Tornato in Congo, mi sono stabilito a Kinshasa dove, nel 1993, una rivolta dell’esercito ha messo a ferro e a fuoco la città e distrutto gli uffici amministrativi della mia piccola attività commerciale. Si trattava del risultato di un calcolo politico di Mobutu che, non pagando i suoi militari per aizzarli, puntava alla destabilizzazione della società. Questa è solo una delle manovre messe in atto per dividere e comandare. Nella seconda metà degli anni ’90, Mobutu se la prende con i Banyarwandesi, popolazione originaria del Rwanda e portata negli anni ’20 nella regione del Katanga dai colonizzatori per lavorare nelle miniere. I loro figli hanno tutti studiato, hanno posizioni di potere nelle miniere dell’area più ricca di risorse naturali del mondo. Il dittatore, tenta di frenare la fine della sua carriera politica accanendosi contro di loro.

A quel punto hai dovuto chiedere asilo politico all’Uganda...

Sono scappato dal Congo nel 1997. La maggior parte delle 2500 famiglie che sono presenti in Uganda, riconosciute dall’Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) e concentrate nelle città, sono la ex popolazione urbana congolese. I rifugiati Banyarwandesi, tradizionalmente pastori nomadi, sono nelle campagne o ai margini della capitale condannati alle attività più umili. Molti di più sono invece i rifugiati nei campi della zona al confine ovest con il Congo, dove vivono nella precarietà sanitaria e alimentare di aiuti umanitari che spesso non arrivano.

Cosa ti aspetti da queste elezioni?

Purtroppo nient’altro che una bella guerra civile. Il Governo di transizione che doveva in principio includere i vari partiti, al potere da tre anni, ha dimostrato di non essere altro che un fantoccio nelle mani dei Signori della guerra. Nonostante i 33 candidati, si puo’ anticipare per queste elezioni, cosiddette libere, una catastrofica vittoria dei governanti attuali. La Chiesa cattolica alla quale fa riferimento il 90 per cento della popolazione, primo elemento di identificazione nazionale, indispensabile garante di quel minimo di stabilità in questi anni di insicurezza, ha già ufficialmente dichiarato che le elezioni sono truccate e che non le riconoscerà.

La popolazione dei Baluba è rappresentata fra i candidati alle elezioni?

No. Il principale oppositore al regime provvisorio, Tshisekedi, capo dell’Udps, non è stato ammesso dal Governo a candidarsi. Questo intellettuale della regione del Sud ha criticato aspramente il prolungamento arbitrario di un anno del Governo di transizione. Durante la fase pre-elettorale ha denunciato il fatto che non sia stato fatto un censimento della popolazione nazionale, cosa indispensabile in un Paese che non ha votato da quarant’anni, che ha attraversato lunghi periodi di guerra e che coincide con una delle regioni più densamente abitate dell’Africa nera: la regione dei Grandi laghi.

Che importanza ha la questione della nazionalità in Congo?

La questione identitaria è da anni al centro delle crisi del Paese e alla base delle guerre che abbiamo vissuto. Quando nasce lo Stato del Congo, nel 1885, le diverse tribù si ritrovano a condividere una nazionalità imposta da un artificiale disegno del potere coloniale. Come si possono affrontare le elezioni senza prima risolvere quello che ci ha divisi per più di un secolo? Come possiamo andare a votare se non riconosciamo per esempio la nazionalità alle popolazioni rwandesi del Kivu, la regione del Nord-est?

Quali sono le cause del conflitto etnico in Kivu?

La questione è politica: la classe dirigente da anni enfatizza le differenze per inasprire le tensioni e minacciare la convivenza tra le diverse tribù. Ai Banyarwandesi non viene riconosciuta la nazionalità congolese nonostante vivano nella regione Nord-est del Paese da prima della nascita del Congo. Sono considerati l’avanguardia dell’aggressione rwandese in Congo. I politici che si presentano alle elezioni hanno alimentato i pregiudizi culturali fino a farne un problema di primo ordine e promettendo, in caso di vittoria, una vera e propria pulizia etnica. Fra i Banyarwandesi si è già costituito un esercito di 10mila uomini armati pronti a anticipare la prossima manovra politica. Sanno che qualunque sarà l’esito delle elezioni, saranno comunque portati a difendersi. Allo stesso modo, al di là della frontiera, le milizie autrici del genocidio del 1994, che si sono rifugiate nelle montagne rwandesi, non rimarranno con le mani in mano sapendo che i loro nemici di ieri si trovano a 30 chilometri oltre la frontiera e sono armati.

Il messaggio dell’epurazione etnica di Mobutu continua ad essere forte?

L’ideologia ufficiale durante il regime Mobutu faceva leva sul binomio sviluppo del Paese- valorizzazione della tradizione e porta al sospetto nei confronti di tutti coloro che non possono dimostrare un radicamento profondo nella cultura del Paese. Lui ha inaugurato questo tipo di discorso che poi è andato radicalizzandosi. All’epoca del comandante Joseph-Desiré Mobutu, il problema dei Banyarwandesi era locale, limitato alla regione di Kivu. Quando il Rwanda è intervenuto in Congo, sostenendo la ribellione delle popolazioni del Nord-est, la minaccia dei nostri vicini è diventata tangibile e si è tradotta nella demonizzazione della popolazione dei Banyarwandesi. A Kinshasa la gente pensa siano loro la causa di tutti i nostri problemi. Il virus etnico ha scavalcato la frontiera e contaminato l’opinione pubblica.

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