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    «A Cana niente armi, fuggivamo dalle bombe»

    Parlano i sopravvissuti del massacro di domenica, il cui bilancio è destinato ad aumentare. Il sud del Paese è ormai deserto
    1 agosto 2006 - Lorenzo Trombetta
    Fonte: Liberazione (http://www.liberazione.it)

    «Non c’erano armi, miliziani Hezbollah o rampe per il lancio di missili nel nostro palazzo», racconta Hasan al-Luayz dal suo letto nell’ospedale municipale di Tiro. E’ uno degli undici sopravvissuti al massacro di Qana, il secondo dopo quello del 1996, compiuto dai caccia israeliani nella notte tra sabato e domenica scorsa. Nella località a circa 20 km a est di Tiro, hanno trovato la morte più di sessanta persone, tra cui 37 bambini. Solo una decina i superstiti.
    Una palazzina di due piani completamente afflosciata su se stessa, una moschea dilaniata, auto riverse sul fianco, pali della luce piegati, calcinacci e polvere ovunque. Oltre al silenzio di una città deserta, è questo quel che il cronista ha visto appena arrivato sul luogo della strage. «Forse ci sono ancora morti sotto le macerie - spiegano i medici della Croce Rossa libanese di Tiro, i primi ad arrivare sul posto domenica mattina - ma per il momento non abbiamo i mezzi necessari per rimuovere i blocchi di cemento». Hasan, 43 anni, ha perso tre figli, due bambine e un maschio di sei, sette e dieci anni. «Anche mio padre è morto nell’attacco» spiega Hasan ricordando come qualcuno sia invece riuscito a tirarlo in salvo durante la notte. «Il primo colpo è arrivato attorno all’una e ha colpito la palazzina di lato. L’edificio non è crollato subito, ma soltanto quando siamo stati colpiti una seconda volta, dopo circa mezz’ora. Sentivamo le grida degli altri che erano fuori e che cercavano di aiutarci, mentre attorno a me soltanto silenzio».

    Per tutta la notte, dall’una alle sette, raccontano i testimoni oculari, sono proseguiti i raid israeliani attorno all’area colpita. «Era impossibile andarli a soccorrere - continuano dalla Croce Rossa - perché non potevamo uscire al buio sotto le bombe. Soltanto verso le sei del mattino, dopo l’ennesima chiamata di aiuto, siamo partiti con le ambulanze, ma anche durante il percorso siamo stati costretti più volte a fermarci per evitare di esser colpiti». Lo scenario raccontato dai medici appena giunti sul posto è drammatico: qualche ferito ai bordi della strada, tratto in salvo dai vicini, mentre numerosi corpi senza vita di chi è morto investito dal crollo: «Sono morti probabilmente asfissiati - riportano le fonti mediche della Croce Rossa di Tiro - perché alcuni li abbiamo trovati ancora nella posizione del sonno, e molti senza ferite interne».

    I superstiti riferiscono che il palazzo era abitato in prevalenza da bambini e disabili perché «nei giorni scorsi alcune famiglie si erano riunite nello stesso luogo per stare al sicuro tutte assieme. Qui vicino - continua Hasan - c’era un centro per handicappati ed erano stati alloggiati qui perché pensavamo fosse più sicuri». Non hanno dubbi sopravvissuti, familiari e soccorritori: «Israele è un paese terrorista e lo dimostra nuovamente dopo dieci anni». Qana, infatti, nel 1996, fu teatro di un altro massacro israeliano: anche allora i civili presi di mira, e anche allora tra le vittime c’erano molti bambini.

    I villaggi attorno a Qana sono deserti e la strada che da Tiro sale verso l’interno è disseminata dai segni dei bombardamenti dei venti giorni passati. Stazioni di benzina, capannoni, magazzini, case private, automobili, ponti. Colpiti perché considerati “obiettivi militari”. Da qui è difficile credere che le autorità israeliane non abbiano colpito appositamente i civili per spingerli a lasciare la loro terra. E sembra che ci stiano riuscendo.

    Dopo quasi tre settimane dall’inizio del conflitto, il Libano meridionale più estremo, quello a sud del fiume Litani (30 km dalla frontiera con lo Stato ebraico), sembra ormai il fantasma di quello che era prima del 12 luglio. Una prima ondata di rifugiati è scappata subito dopo i primi scontri tra Hezbollah e Tsahal, mentre molti altri sono rimasti intrappolati nei villaggi a est di Tiro perché i collegamenti erano ormai interrotti. Solo oggi, con la sospensione dei raid aerei israeliani, si è potuto tentare di inviare aiuti di prima necessità da Beirut verso le zone più colpite e di evacuare chi ancora non si era tratto in salvo.

    Crocevia di questo esodo il piccolo ponte di sabbia costruito nei giorni scorsi sul fiume Litani: qui sono passate centinaia di automobili, decine di camion e di pick-up con famiglie in fuga verso nord o con altri che scendevano a sud a prendere chi era rimasto. Ma molti non torneranno più. Oggi, infatti, i primi operatori della Croce rossa sono riusciti ad arrivare nelle località finora mai raggiunte: hanno estratto alcuni corpi dalle macerie, altri intrappolati nelle auto rivoltate su un fianco, altri ancora semplicemente in strada. «C’erano cadaveri che risalivano ad almeno cinque giorni e l’odore era tremendo». I giornali locali parlano addirittura di persone uccise rimaste sul luogo degli attacchi sin dal 19 luglio, per più di dieci giorni. Emergenza anche per i feriti: moltissimi quelli ustionati e portati d’urgenza agli ospedali di Tiro.

    «Che vedano cosa fanno gli israeliani alla nostra gente», racconta Umm Nadir, 56 anni, moglie di un cittadini libanese di Ayta Shaab, località lungo il confine. «E non serve che voi giornalisti veniate qui a fotografare e a scrivere, ma c’è bisogno che qualcuno si occupi di mio marito, che la Croce rossa lo porti a Beirut». Perché a Tiro, spiegano i responsabili dell’ospedale municipale, «non siamo forniti per tutte le emergenze. Molti feriti vanno trasferiti il prima possibile a nella capitale». In serata, i medici della Croce rossa della capitale hanno assicurato che un’autoambulanza sarebbe partita il prima possibile per occuparsi dei pazienti ustionati alloggiati al primo piano dell’ospedale di Tiro.

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